martedì 1 dicembre 2015

GIORNO PER GIORNO A SAN MINIATO - 03 GENNAIO

03 GENNAIO


In questa pagina sono elencate le notizie sanminiatesi avvenute nel giorno 03 GENNAIO.

1757
Il 3 gennaio 1757 il Capitolo dei Canonici della Cattedrale deliberò l'ampliamento della sacrestia presso la chiesa (oggi scomparsa) dei SS. Jacopo e Filippo di Pancole.
RIFERIMENTI:
Archivio del Capitolo della Cattedrale, Delibere Capitolari, n. 10, delib. 3 gennaio 1757; cfr. D. Fiordispina e M. Parentini Manuela, La chiesa dei SS. Jacopo e Filippo a Pancole e la sua trasformazione, in La Casa del Cuore, a cura di D. Fiordispina e M. Parentini, Casa di Riposo e Fondazione Del Campana Guazzesi, FM Edizioni, San Miniato, 2001, p. 45.
RIF. SMARTARC:

1767
Il 3 gennaio 1767 uscì il numero della “Gazzetta Toscana (Tomo 2, Anton Giuseppe Pagani Stampatore, Firenze, 1767, n. 2, p. 7) in cui si riferì delle cerimonie in vista della nascita di Maria Teresa, primogenita di Pietro Leopoldo Granduca di Toscana (nata poi il 14 gennaio)
RIFERIMENTI:
Gazzetta Toscana, Tomo 2, Anton Giuseppe Pagani Stampatore, Firenze, 1767, n. 2, p. 7.
RIF. SMARTARC:

1856
Il 3 gennaio 1856 morì Niccola di Tommaso Gagliardi (San Miniato, 1777-1856), autore di un “diario” o “cronaca” dal titolo Ricordi del nuovo governo francese in Toscana, o anche Notizie di San Miniato, che coprono un arco temporale dal 1798 al 1809.
RIFERIMENTI:
G. Rondoni, Un cronista popolano dei tempi della dominazione francese in Toscana, in «Archivio Storico Italiano», Serie Quinta, Tomo X, Anno 1892, G. P. Viesseux, coi tipi di M. Cellini e C., Firenze, 1892, pp. 64-87.
RIF. SMARTARC:

1875
Il 3 gennaio 1875 venne consacrato Vescovo Mons. Pio Alberto Del Corona (1837-1912) col titolo onorifico di Vescovo di Draso, per prestare servizio come vescovo coadiutore di San Miniato (iniziò il mandato il 18 gennaio successivo), prima di diventarne il 18° vescovo della Diocesi dal 1897.
RIFERIMENTI:

RIF. SMARTARC:

GIORNO PER GIORNO A SAN MINIATO - 02 GENNAIO

02 GENNAIO


In questa pagina sono elencate le notizie sanminiatesi avvenute nel giorno 02 GENNAIO.

1909
Il 2 gennaio 1909, il prefetto di Firenze Pietro Cioja ringraziò quanti si erano offerti per portare soccorso alle popolazioni siciliana e calabrese, fra cui la Misericordia di San Miniato.
RIFERIMENTI:
RIF. SMARTARC:




GIORNO PER GIORNO A SAN MINIATO - 01 GENNAIO

01 GENNAIO


In questa pagina sono elencate le notizie sanminiatesi avvenute nel giorno 01 GENNAIO.

904
Il 1 gennaio 904 il diacono Jacobus donò al Monastero dei SS. Jacopo e Filippo di Lucca, comunemente detto “di San Ponziano” le chiese di Santa Maria (Calenzano?) e di Santa Margherita (Montarso?) nel territorio della Pieve di San Genesio.
RIFERIMENTI:
Archivio di Stato di Lucca, Diplomatico, S. Ponziano, 1 gennaio 904; cfr. D. Barsocchini, Memorie e documenti per servire all'istoria del Ducato di Lucca, Tomo V, parte III, Lucca, 1841, doc. MLXXXV, pp. 30-31.
RIF. SMARTARC:

1775
Dal primo gennaio 1775 entrava in vigore il “Regolamento” speciale per la Comunità di San Miniato emanato dal Granduca di Toscana il 14 novembre 1774. Diversi cambiamenti in ordine all'organizzazione della macchina amministrativa comunale.
RIFERIMENTI:
L. Cantini, Legislazione Italiana raccolta ed illustrata, Tomo XXXII, Firenze, 1808, pp. 141-148.
RIF. SMARTARC:

ADDSM – 1774, 14 NOVEMBRE - IL REGOLAMENTO GRANDUCALE PER LA COMUNITA' DI SAN MINIATO


1879
Il 1 gennaio 1879 nacque Donatello Bacchereti di Eugenio (San Miniato, 1 gennaio 1879 - Libia, 7 novembre 1918), abitante a Stibbio, partecipò alla Prima Guerra Mondiale come soldato inquadrato nel 177° Battaglione della Milizia Territoriale. Morì in Libia per malattia.
RIFERIMENTI:
RIF. SMARTARC:
DBDSM - BACCHERETI DONATELLO


1940
Il 1 gennaio 1940 nacque il Maresciallo Nicola Lazazzera (Montecalvo Irpino (AV), 1 gennaio 1940 - San Miniato, 28 febbraio 2016), destinato alla Compagnia dei Carabinieri di San Miniato, fu Presidente della sezione sanminiatese dell'Associazione Nazionale Arma dei Carabinieri, e insignito della Medaglia di Bronzo al Valor Civile nel 1968.
RIFERIMENTI:

RIF. SMARTARC:
DBDSM - LAZAZZERA NICOLA

1978
Dal 1 gennaio 1978 i Frati Predicatori, comunemente detti “di San Domenico” o “Domenicani”, lasciarono la chiesa dei SS. Jacopo e Lucia di San Miniato, in cui erano presenti fin dal 1339.
RIFERIMENTI:
La Domenica, 8 gennaio 1978
RIF. SMARTARC


CALENDARIO - GENNAIO


In questa pagina sono disponibili i links che rimandano ai varie pagine, una per ogni giorno del mese di GENNAIO In ciascuna di esse, sono elencate le notizie pertinenti al singolo giorno, corredati da riferimenti o a post del blog che ne trattano in maniera più approfondita.


NB. Il Calendario è un progetto di catalogazione in continuo aggiornamento e suscettibile di modifiche e integrazioni nel tempo. Chiunque può contribuire al Calendario, segnalando eventi, fatti e circostanze, inviandoci un'e-mail all'indirizzo della pagina CONTATTI.


 

SAN MINIATO IN “THE ROAD OF TUSCANY” DI M. H. HEWLETT

a cura di Francesco Fiumalbi

In questa pagina è proposto il testo dedicato a San Miniato, contenuto all'interno del libro di M. H. Hewlett dal titolo The Road in Tuscany e pubblicato a New York e Londra nel 1904. Si ringrazia l'amico Carlo Pagliai, autore e curatore del sito Della Storia d'Empoli, per la segnalazione.

Maurice Hanry Hewlett è stato un poeta e romanziere inglese, nato a Weibridge nella contea di Surrey, nel 1861. Morì a Broadchalke, nei pressi di Salisbury, nel sud dell'Inghilterra, nel 1923. Fu autore di romanzi “storici”, molti dei quali ambientati nel medioevo inglese, ma anche in Italia, di cui era ottimo conoscitore, grazie anche alla sua attività di saggista e traduttore.
Fra le sue opere narrative, compare anche una vera e propria “guida” della Toscana, The Road in Tuscany. Una guida un po' speciale, una vera e propria esplorazione, alla scoperta della storia toscana, offerta dal punto di vista di un erudito viaggiatore inglese della fine del XIX secolo, animato dal più puro spirito romantico. Si tratta di un “commentario”, come tiene a precisare l'autore, ovvero di una serie di dissertazioni sulla storia, sulle bellezze artistiche e sulla letteratura toscana. Il tutto organizzato secondo la logica del viaggio e, dunque, anche della strada, intesa sia come infrastruttura per garantire gli spostamenti, ma anche come luogo di incontro con la popolazione locale e punto di vista privilegiato per osservare i centri raggiunti. Da qui il titolo The Road in Tuscany. Insomma, si tratta di un vero e proprio odeporico.

L'opera di Hewlett si compone di due volumi. Il primo è incentrato sulla città di Firenze e i suoi dintorni, oltre a Lucca, alla Garfagnana, alla Lunigiana e alla costa fra La Spezia e la Versilia. Nel secondo volume l'attenzione si sposta su Pisa, e poi sulla Valdelsa, prima di passare a descrivere Siena, Volterra, e poi Grosseto, la Val di Chiana e Arezzo. Ed è proprio in questa “seconda parte” del viaggio, nella “tappa” da Pisa a Certaldo, che Hewlett dedica circa quattro pagine anche a San Miniato, che egli menziona come “San Miniato–of–the–Germans”, tradotto nel testo in San Miniato dei Tedeschi, più o meno l'equivalente del nostro “San Miniato al Tedesco”.

M. H. Hewlett, The Road in Tuscany,
The Mac Millian Company, Londra - New York, 1904
Frontespizio

A San Miniato, Hewlett, giunge da Pisa, percorrendo quella che oggi è la Strada Statale n. 67 Tosco-Romagnola Est. Nota immediatamente il paesaggio collinare della zona, punteggiato da case, chiese (Cigoli?), monasteri (la Badia di Santa Gonda?) e ville circondate da cipressi (Villa Sonnino?). Sale probabilmente da La Catena e osserva una piccola chiesa di forma ottagonale (a little octagonal church), da riconoscere, evidentemente, nella chiesa della SS. Annunziata comunemente detta “La Nunziatina”.

L'attenzione di Hewlett è poi concentrata sull'apice della collina sanminiatese e sulla “minacciosa” Rocca (on the summit of its final rock, higher than the highest belfry, the great shaft, cleft in the midst, which is the terrific menace of all the valleys about). L'erudito viaggiatore si sofferma molto sull'antica fortezza militare, in quanto luogo sede dell'amministrazione imperiale, e tradizionalmente legato alla prigionia di Pier delle Vigne, a cui dedica un'ampia digressione citando Dante Alighieri (That was where the Suabian Emperors had their high seat and bed of justice. There judged, there sonnetteered, and there pined Pier delle Vigne, from whom Dante, brushing by him in the hell-wood of suicides, tore a gnarly limb).

Osserva poi la “nudità” della facciata della chiesa di San Domenico, situata in una piazza “vuota”, prima di accedere al chiostro dove può ammirare il tondo robbiano in terracotta invetriata (The church, which must have heard those rascal sing “O Salutaris Hostia”, is bare of any sign that so it did. It stands in a little empty piazza, which it graces with a tondo of the Della Robbia, no more out of place and no less fragrant than a flower in a wall). Il bassorilievo, su cui Hewlett si sofferma, all'epoca si trovava al di sopra della porta della Biblioteca ed è descritto anche da Giuseppe Piombanti nella sua Guida della Città di San Miniato al Tedesco (Tipografia M. Ristori, San Miniato, 1894, p. 64) e da Guido Carocci ne Il Valdarno. Da Firenze al mare (edito a cura dell'Istituto Italiano d'Arti Grafiche di Bergamo, nel 1906, p. 94). Attualmente, invece, è collocato sulla parete sinistra all'interno della chiesa. L'inglese entra poi in San Domenico, osservando l'apparato pittorico medievale, costituito da affreschi e da pale d'altare, da cui rimane piacevolmente colpito (the church reveals frescoes and mild Tuscan altar-pieces – this, happy things).

Infine un accenno al “bianco intonaco” degli edifici, in inglese whitewash, con il quale a San Miniato si sarebbe coperto il sangue dei Malpigli e dei Mangiadori (Whitewash covers all the blood-stains made by Mangiadori rending Malpigli, or Malpigli stabbing Mangiadori in the dark). Si tratta di una nota di “estetica urbana”, inserita nel citare la storica rivalità fra le due consorterie, di cui Hewlett poté avere notizia consultando il Viaggio Pittorico della Toscana di Francesco Fontani, oppure il Dizionario di Emanuele Repetti, due opere fondamentali per conoscere e apprezzare la storia dei luoghi e dei centri abitati della Toscana. Hewlett doveva avere con sé una copia di questi testi, oltre alla Divina Commedia di Dante Alighieri.

Nessuna altra descrizione di edifici, luoghi o opere d'arte. Non una parola sulla Cattedrale, sul Seminario, o su altre chiese. Si intuisce, dal testo, che San Miniato sia stata per Hewlett una tappa “fugace”, di brevissima durata, giustificata in funzione del “mito” di Pier delle Vigne. Probabilmente l'ora tarda della sera costrinse l'inglese a muoversi velocemente verso Empoli. Alcune note di colore, invece, sugli abitanti del luogo.

C'è il “vecchio sacerdote” che fa catechismo ai bambini (a wise old priest teaching the Catechism to a score of children, doing the best he could of the reputation of San Giuseppe). C'è il canto, simile al cinguettio degli uccelli sugli alberi al tramonto, delle donne che vanno a lavorare nei campi (the women singing like wood-birds at dusk). E poi c'è quel “grasso sanminiatese” che lo sorpassa col calesse in discesa (probabilmente la discesa di La Scala, di cui cita i tornanti), in modo pericoloso. Egli infatti stava guidando il cavallo con una briglia sola, con gli occhiali sul naso, intento a leggere il Corriere della Sera (che, appunto, veniva distribuito nel pomeriggio) e fregandosene sia della strada, sia del bellissimo panorama collinare al tramonto che si parava di fronte ai loro occhi. Hewlett prova quasi rammarico, commiserazione, nel vedere che l'uomo, a cui non riusciremo mai ad associare un nome, è completamente indifferente al paesaggio. Quello stesso paesaggio, fatto di tratti grigi e violacei, di contorni sfumati al tramonto, che invece, colpisce ed affascina il narratore inglese (A fat Samminiatese passed me on this declevity, swaying in his tax-cart as his horse galloped down with a loose rein. Good, easy man, he had this spectacles on his nose and read the “Corriere della Sera”. Neither the terrors of the steep nor the purple and grey stretches of the great valley, half revealed in the gathering dusk, had any interest for him).

J. Pennell, San Miniato, illustrazione contenuta
in M. H. Hewlett, The Road in Tuscany,
The Mac Millian Company, Londra - New York, 1904, p. 33

Tuttavia il libro offre anche un secondo livello di interesse, rappresentato dalle illustrazioni di Joseph Pennell, disegnatore e critico d'arte americano, nato a Philadelphia nel 1857 e morto a New York nel 1926. Anche Pennell, nella sua attività di illustratore, fu mosso da profondo spirito romantico, tanto da ergersi a strenuo difensore della validità dell'immagine disegnata, rispetto al diffondersi della tecnica fotografica, che proprio fra la fine dell'800 e gli inizi del '900 muoveva i primi passi. I disegni “toscani” di Pennell, utilizzati sia in The Road of Tuscany di Hewlett che nell'opera Italian Hours di Henry James, sono stati recentemente ripubblicati in La Toscana di Joseph Pannel tra Otto e Novecento a curata di L. Monaci Moran, Leo S. Olschki Editore, Gabinetto Disegni e Stampe degli Uffizi, Firenze, 2004.

A San Miniato, Pennell dedica una illustrazione che coglie il caratteristico profilo del “colle”, con la Rocca che sovrasta l'abitato. Si tratta di un disegno realizzato a carboncino, da un punto di vista difficilmente collocabile, forse in una delle vallate fra Cerreto e Vinci. L'immagine, dai contorni sfumati e poco definiti, contiene tutto il sapore romantico percepito dall'autore statunitense, immerso nella campagna toscana.

Estratto da M. H. Hewlett, The Road in Tuscany, The Mac Millian Company, Londra - New York, 1904, pp. 32-36:

[32] San Miniato de' Tedeschi. As the land closes in upon the river the country grows fantastically fair. An amphitheatre of abrupt monticules reveals itself, on each a towered town, a castle, a heap of monastery building, or a gleaming while villa, cypress-haunded; but the highest in alwaus that which carriers San Miniato-of-the-Germans, a city impossible to be hid. I [33] turned aside from the Empoli road to see it for the sake of Pier delle Vigne, a pleasant poet and much-injured statesman. Nor did I repent, though I suppose my horses did, for it stands upon a rock, the highest of a series of three, round each of which we had to creep afoot. Cypresses led us the way, and heavy-booted peasants, trudging home from the fields in companies, the women singing like wood-birds at dusk, the men apart. The town has a castellated keep and gatehouse, a little octagonal church, and on the summit of its final rock, higher than the highest belfry, the great shaft, cleft in the midst, which is the terrific menace of all the valleys about. That was where [34] the Suabian Emperors had their high seat and bed of justice. There judged, there sonnetteered, and there pined Pier delle Vigne, from whom Dante, brushing by him in the hell-wood of suicides, tore a gnarly limb. According to his own account, he was a faithful servant of Caesar's, but he used a privilege for which a man must pay dear:

I am that one who hel both keys
Of Frederick's heart, which I dispended,
Opening and shutting with such case,
There was no man but found in fenced.

Envy, he says:

Envy the whore, who from gates
Of Caesar never takes her eyes –

envy, the disease in the bones of princes, undid him. The story says that in this tower they blinded him by means of the red-hot basin (This torment has a verb of its own: bacinare, to wit. The atrocity must have been ad common ad boycotting), and that from this very rock, as he was being led to his death at Pisa, he dashed himself headlong:

My spirit, driven by scornful gust
To case in death the sting of scorn,
To my just self made me unjust.

Milton never wrung stronger juices from common word. But if we fail to undestand why Caro was to be at large in Purgatory while Pier grew writhen in Hell – seeing each had preferred death [35] to his dishonour – it may be because great Rome seem to us greates without such accommodations. Let Cato stand with his own, say we. But Dante thought not.
Pier is a ghost for whom the great tower stand spokesman; other there were who now have no witness in this little old town.

Pleasant things in San Miniato. Whitewash covers all the blood-stains made by Mangiadori rending Malpigli, or Malpigli stabbing Mangiadori in the dark. They have looked to see one to the “Stupur Mundi”. The church, which must have heard those rascal sing “O Salutaris Hostia”, is bare of any sign that so it did. It stands in a little empty piazza, which it graces with a tondo of the Della Robbia, no more out of place and no less fragrant than a flower in a wall – being, indeed, the same sort of artless accident of the sun's to all appearance, and as different from its brethren as one flower differs from another. A stooping Madonna, deeply curtseying with crossed arms, an angel frizzed like a “signorino”, God the Father with His meinie of cherubim approving from the sky. Good title deeds for a “marchese” the like of these. Beyond that, the church reveals frescoes and mild Tuscan altar-pieces – this, happy things – and a wise old priest teaching the Catechism to [36] a score of children, doing the best he could of the reputation of San Giuseppe. There is a scouring drive to be done – circle after circle of road at an angle of forty-five – before you recover the plain of Empoli. A fat Samminiatese passed me on this declevity, swaying in his tax-cart as his horse galloped down with a loose rein. Good, easy man, he had this spectacles on his nose and read the “Corriere della Sera”. Neither the terrors of the steep nor the purple and grey stretches of the great valley, half revealed in the gathering dusk, had any interest for him.

LE SORELLE CEI, FIASCAIE AL SASSO - Racconto di Giancarlo Pertici


Già mamma mi ci aveva abituato a camminare fin da piccino. Avrò avuto forse tre anni, forse anche meno, quella prima volta che mi portò con sé al camposanto. E così era ogni domenica pomeriggio! Liturgia irrinunciabile a far visita ai morti di casa, quelli dell'ultima guerra, partendo da piazza dell'ospedale fino al camposanto, sulla via verso La Catena. Percorso previsto a tappe, a fermarsi quasi ad ogni uscio a salutare, sia all'andata sia al ritorno, che aveva irrobustito le mie gambe, avvezzandole alle lunghe camminate.

Con nonno, il mi' nonno Nuti, a scuole chiuse, con l'inizio dell'estate - la prima forse quella del '53 - a giorni alterni, nel pomeriggio si andava sempre da qualche parte. Una girata, con la scusa di una visita a qualcuno, quasi sempre nei paraggi, in campagna, all'aria aperta. Escluso il giorno di mercato, gli altri giorni, a sorte, andavamo secondo le maggiori richieste che misuravamo col calore dei saluti di congedo che terminavano tutti o quasi con la frase - quasi un motto - "Tornate presto!" - ben scandito e ripetuto, a scanso di equivoci. Qualche volta, ma raramente, anche perché troppo vicino e perché le donne sempre impegnate nei campi, e se il tempo non prometteva nulla di buono, si andava da zio Cesare, appena sotto il sanatorio.

Poi era la volta di Vestro in quel poderetto a confine con quello di Vergella, tutto poggio, che si affacciava sulla valle del Sasso. Immancabile la girata fin quasi a Calenzano, casa Mancini, su quel poggetto, ultima rampa prima del falsopiano che conduceva alla chiesa e al paese. Le donne di casa sempre nei dintorni, tra l'orto e l'aia tra polli e coniglioli, a darci il benvenuto. Un bicchiere d'acqua fresca appena attinta al pozzo e per merenda, due fette di pane di quello fatto in casa, raramente fresco. Ma così saporito! imbottito di spalla o di salame. Per nonno invece un bel gotto di vino, di quello rosso, ultima vendemmia, che il Nuti non disdegnava mai... sembrava quasi lo aspirasse. Giù tutto d'un fiato! Una sorta di sospiro che finiva con un "... Aaahhhhh !!" soddisfatto e prolungato. Non ho mai saputo il nome della padrona di casa, forse nemmeno nonno lo sapeva se, nell'incamminarci mi annunciava ogni volta - " Si va da quella donna che ci dice sempre tornate! "

Infine arrivava il giorno che prendevamo per la via del Sasso. Appena ad inizio pomeriggio, passando da dentro l'ospedale, per quella sorta di scorciatoia che dalle cucine portava alla stanza mortuaria, ma anche alla discesa verso Pian delle Fornaci. Il bivio della via del Sasso a poche decine di metri. A quell'ora, sopratutto il primo tratto che portava fino dal Casalini, scavato a ridosso al ciglione, lo facevamo lentamente, mai a passo svelto, per godere appieno dell'ombra di roghi e ulivi. Mano per la mano con nonno, se eravamo per la via maestra. Ma non per la via del Sasso; pochi i barrocci, raro qualche camioncino che si annunciava sempre a clacson spiegato.

Ogni tanto una sosta, a sedere su un muricciolo, per il giusto riposino di cui nonno aveva bisogno in virtù dell'età e dell'ernia, mentre mi raccontava di sé, della sua infanzia, della sua locanda, oppure di quel fantomatico Tonino che, nella sua Firenzuola, combinava un guaio ogni giorno. Era un camminare piacevole. Neppure me ne accorgevo di salite, di scalini, di fosse da saltare, preso come ero da quelle storie, tutte vere, che mi affascinavano e delle quali mi è rimasto solo l'atmosfera e qualche immagine. Facile arrivare fino in fondo al Sasso, su quell'aia, a poche centinaia di metri dalla via maestra, da dove si sentivano transitare camion, pulman e macchine, o dirette a Empoli o dirette a La Scala. E su quell'aia, in un angolo, tra il fienile e la casa, una sorta di tettoia proprio davanti all'uscio della stalla, quale laboratorio di impagliatura dei fiaschi. Le due sorelle Cei sempre al lavoro, a qualunque ora arrivassimo, anche se quasi sempre si trattava dell'ora adatta alla merenda.

- "Benvenuto Nuti, ciao nini!" - Quasi sempre questo il saluto di benvenuto delle sorelle, caloroso, sincero, senza mai staccare gli occhi dal fiasco tenuto stretto in grembo. Tutte intente nel lavoro, mani ed occhi esperti ad intrecciare e a tessere le solite trame, ma orecchi e lingua in funzione, mai sole. Sotto quella tettoia, sia in estate che in inverno, tante seggioline disposte a semicerchio. Seggiole vecchie, le zampe segate a metà, per renderle adatte al lavoro. Ce ne sono sempre per tutti, ad ospitare amici, passanti, i vecchi di casa. Tutti lì a ingannare il tempo, due chiacchiere, e a strappare l'ultima notizia. E le sorelle, un fiasco per volta, a svuotare il carretto dei fiaschi nudi e a riempirli di quelli con la veste nuova. - " Siediti accanto a me nini!" - Sempre tra le due sorelle. Posto d'onore. Mi pare di essere accanto a nonno mentre lavora al deschetto, stessa seggiolina, una scarpa in grembo a cucire di lesina; le sorelle Cei, il fiasco in grembo e l'ago lungo da 'sala' in mano.

Liturgie simili. Ogni volta lo stesso rituale, imparato quasi a memoria, da un fiasco nudo, come dal sarto, tutto su misura. Ogni fiasco diverso dall'altro. Intanto la radio in sottofondo trasmette le ultime canzoni. Finché il frinire del 'Grillo', che annuncia l'ultima edizione del Gazzettino Toscano, zittisce tutti, per le ultime notizie, quelle vere. Gli occhi, i miei, ipnotizzati da quei gesti, quasi non avverto il chiacchiericcio in sottofondo ... stasera gli uomini a dare di nuovo il rame alle viti... Occhi presi da quel lavoro che inizia dalla base, una specie di cipolla, un intreccio di sala, di quella scadente. Base di appoggio del fiasco, a protezione del vetro e a garantirne l'equilibrio. -"...ma l'ha trovato il lavoro la tu' figliola? l'hanno presa alla Saiat? "- ...Poi una fasciatura interna di 'sala' partendo dal 'nocciolo', si chiama così la cipolla, a proteggere tutta la pancia del fiasco. Quindi il lavoro più affascinante a creare, trillando 'salicchio' e 'sala', trecce sottili e resistenti. -"...l'hai saputa l'ultima, quella della figliola di..." - solo un cenno senza pronunciare quel nome, per non compromettersi - "oh che non gli andavano bene i nostri giovanotti? È andata a cercarsene uno forestiero. Sembra sia di Lontraino..."

- Una treccia a formare una specie di colletto all'altezza delle 'spalle' del fiasco. Un'altra fissata al colletto per formare un manico, come si trattasse di una borsa della spesa. Nel mezzo il rivestimento esterno, dal 'nocciolo' al 'colletto', un filo di sala per volta. Movimenti precisi, studiati, a scegliere il filo giusto, a rasare testa e coda per una lunghezza uniforme. Un doppio passaggio con l'ago nel nocciolo. La tensione uniforme fino al colletto... -" ti va bene pane e spalla per merenda?..."- Addento quel panino ad occhi socchiusi, ma attenti alla ripiegatura, al fissaggio sul nocciolo. Un filo alla volta. Senza lasciare luce tra un filo e l'altro. Usando fili di sala, uniformi per colore. Un fiasco per volta, dal carretto nudi, che ritornano nel carretto vestiti. -"...in questo fiasco c'è l'acqua fresca appena attinta al pozzo." - A volte li conto, tutti a castello... -"..quando parte il tu' Cecco per il militare?..." - è un brusio, quasi indistinto, per me che sono preso da ogni mossa e da ogni commento, nel quale le sorelle accompagnano ogni gesto e rispondono a ogni mia domanda.

Quando riprendiamo il cammino, diretti verso casa, il gruppetto sotto la tettoia è sempre al completo anche se, via via sono cambiati gli attori. Chi va e chi viene sopratutto fra i vecchi di casa, mai dispensati da compiti vari nell'orto o nella stalla. Il percorso di ritorno verso casa, tutto in salita, ha due varianti che improvvisiamo di volta in volta. Uno passando da San Lorenzo e dal Poggio, l'altro prendendo sotto San Pietro alle Fonti per quel vicolo che porta fino a Pancole. Percorso in salita con soste quasi ad ogni curva, mentre nonno racconta, e commenta le ultime novità appena sentite dalle sorelle Cei. E io a porre i miei perché su tutto o quasi, quando si riprende il cammino fino al muricciolo successivo, o alla pietra miliare a bordo strada. Buono quel vinello! Ci torniamo presto. E su fino a casa, che mamma è in attesa per lavarmi e mettermi a tavola. È quasi l'ora di cena.



martedì 24 novembre 2015

“DA GIUDITTA” LOCANDA IN FIRENZUOLA

Parlando di nonno Nuti, con la mia tata Ines, lei, la vera e unica nipote del Nuti, mi raccontava giorni orsono del Nuti come lei se lo ricordava. Per me che l'ho conosciuto alle soglie degli 80 anni, era solo il mio nonno Nuti che mi ha cresciuto. Ines se lo ricorda anche “giovane”: “Di capelli rossi, basso e anche bruttino”. Da questi ricordi, quelli della mia tata Ines, è venuto fuori questo racconto, frutto in parte di fantasia....

DA GIUDITTA” LOCANDA IN FIRENZUOLA

Il Nuti ha sempre fatto il calzolaio, iniziando dalla bottega del babbo, lungo il corso principale di Firenzuola. Qualche scarpone per contadini e montanari, ma anche scarpe fini da donna, quelle da passeggio, da sfoggiare alla messa la domenica o per la festa di San Giovanni patrono, come il giorno di mercato: ogni lunedì. Nuti che si sposa nella primavera del 1900 con Giuditta, conosciuta in uno dei suoi viaggi a Scarperia, la quale apre una locanda proprio all'inizio del corso, incastonata dentro le storiche mura, appena passato Porta Fiorentina. Mentre il Nuti non abbandona il mestiere di calzolaio, anche se cerca di dare una mano in locanda. Diversi in tutto, come li ricorda Ines la nipote: il Nuti piccolo, di capelli rossi e anche brutto; Giuditta alta, bella e bionda come poche allora. È lei la vera conduttrice della locanda.

Quando di sera passi dalla locanda, Giuditta è in cucina o a servire al banco. Il Nuti, anche se qualche volta porta a tavola o mesce quartini di vino, è attratto verso sera dall'amico di turno a farsi una partita a carte, per una partita che dura quasi sempre fino all'orario di chiusura. Giuditta a lavorare e il Nuti alle carte, a fare spesso il “quarto” quando per uno, quando per un altro: tutti amici. Non si tira mai indietro. Addetto più a far gli onori di casa che alla tavola. Passata l'ora di cena, la locanda funziona da mescita e attira irresistibilmente tutta una assortita schiera di amici più o meno dichiarati, i quali con la scusa della partita a carte, vengono a farsi qualche gotto di vino, con quei pochi spiccioli che si ritrovano in tasca a fine giornata. I più, amici contradaioli, o bottegai vicini d'uscio, anche se qualcuno preferisce andarsene a veglia nel Caffè di Piazza, come il farmacista e l'impiegato delle poste.

Troppo chiassosi quegli amici radunati sotto il lume a farsi qualche scozzo a carte e diversi quartini equamente divisi e offerti da chi ne ha di più, di “franchi” in tasca. E il Nuti a mescere e a gradire sopratutto da amici come il lattaio, Tonino il maniscalco, Santino il barrocciaio, Agnolo il barbiere di piazza e sopratutto l'amico di infanzia di Ca' Buraccia, Bastiano il figliolo del Nanni, di mestiere commesso viaggiatore. Non manca mai la sera, lui che fa la spola tra Firenzuola, Scarperia e Firenze. Di regola gioca in coppia col Nuti, mai di soldi. Non ne corrono in quegli anni. Quando è l'ora di spegnere il lume, come sentenzia Giuditta sempre preventiva, il vino ha smesso di scorrere e ha cominciato a fare i suoi effetti. Ognuno raccatta il proprio sigaro, o la pipa col tabacco e se ne esce, a cercare l'uscio di casa, alla tremula luce dei lampioni rimasti accesi nelle cantonate. Il Nuti aiuta Giuditta a mettere le imposte alle finestre e all'uscio di bottega, e mette la stanga spegnendo il lume prima di salire le scale che portano al piano di sopra e a letto.

Altra solfa il lunedì, giorno di mercato. Giorno che comincia quando fuori è ancora buio con l'arrivo dei primi barrocci dalle campagne vicine, da Polventa, da Covigliano e dalle altre frazioni.
- “Ma di cosa ti eri innamorata? È anche brutto.” - domanda una volta Ines a sua nonna Giuditta.
- “Brutto no! Forse piccolo, ma non brutto. È sempre stato un uomo onesto, un bravo calzolaio, ricercato sopratutto per gli scarponi da montagna.” -


Ed è così che se li ricorda la nipote Ines quei lunedì, secondo i racconti di nonna Giuditta, quando Corinna, la mamma, era ancora piccola e non aveva l'età per andare a scuola. Lunedì, giorno di mercato a Firenzuola, ma per tutta la valle del Santerno, che diventa il giorno più importante per la locanda e anche per il Nuti, impegnato, almeno sulla carta e nelle intenzioni, a ricevere ordini, a ritirare scarpe da risuolare, e a consegnare il lavoro, sia di calzolaio che di ciabattino, fatto nel corso della settimana. Clienti, sopratutto quei montanari che non rinunciano a munirsi di scarponi su misura, necessari sopratutto in inverno a percorrere i sentieri scoscesi che portano a Firenzuola.

Giornata intensa per la Locanda, a fare da mescita nel corso di tutta la mattinata, quando il corso principale è tutto un fermento, tra i banchi allineati al centro della strada e le botteghe che si aprono sotto i loggiati che fanno da cornice al corso, iniziando proprio da Porta Fiorentina e dalla locanda di Giuditta. Giuditta che, tra una mescita e l'altra, prepara zuppa di pane, minestra di verdura, stufato e polenta per i clienti che arriveranno tra mezzogiorno e l'una, mentre accudisce anche alla piccola Corinna che di regola gioca in un cantone con una bambola di pezza, la quale all'ora di pranzo, va a rifinire con la sua bambola, dentro una bigoncia di legno, lontano dai pericoli e dagli avventori. Intanto il Nuti tra un cliente e l'altro, mentre consegna le riparazioni della settimana, mentre prende le misure per qualche scarpone nuovo in vista dell'inverno e incassa alcune decine di 'franchi' a saldo o in acconto del lavoro da fare, non disdegna, mai, un gotto di vino offerto in cambio di uno sconto sul lavoro appena incassato. Agli amici soliti, i quali, ad inizio e a fine mattinata, si affacciano per salutare Giuditta e il Nuti, ma sopratutto per farsi un bicchiere d'avvio e uno da aperitivo, invocando la compagnia del Nuti... come può il Nuti tirasi indietro? Non ci riesce neppure quando poi, anche se non in ordine di tempo, arrivano i soliti commessi viaggiatori, i procaccia a consegnare lesine, filati e chiodi ma anche l'amico Bastiano.

- “Quanti amici ha il tuo nonno Nuti! Passano tutti il lunedì a chiamarlo... “Nuti andiamo a bere”... e lui non è buono a dire di no a nessuno. Lo conoscono tutti dalle parti di Firenzuola. Grandi amicizie quelle del Nuti” -
Amicizie che mai è riuscito a rifarsi dopo guerra a San Miniato.
- “E poi? come va a finire? Che fa dopo?” -
La domanda della piccola Ines a nonna Giuditta.

- “Non lo cercate il Nuti il lunedì sera, non ci arriva mai. Lo vedo quando è fatto e non potrebbe aiutarmi nella locanda. 'Vai a letto' gli dico. E lui non se lo fa dire due volte e non lo rivedi fino alla mattina dopo, anche se non ha cenato. Anche i suoi amici lo sanno e la sera del lunedì a Firenzuola nessuno cerca il Nuti, a carte si gioca 'con il morto'.” -


Adolfo Nuti

Collezione di Giancarlo Pertici
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