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mercoledì 13 aprile 2016

LO STEMMA DELLA MISERICORDIA DI SAN MINIATO

di Francesco Fiumalbi

Lo stemma di un’istituzione – quello che possiamo chiamare anche “marchio” o, per sineddoche, “logo” – è un segno grafico attraverso il quale vengono manifestati e veicolati valori, ideali, sia morali che programmatici. Talvolta può contenere anche richiami a circostanze ed episodi storici che sono risultati determinanti e particolarmente significativi. La complessità, che spesso si cela dietro a molti stemmi, li rende talvolta di non facile ed immediata comprensione. In questo post parleremo di quell'immagine che costituisce il “simbolo” di una delle più antiche istituzioni sanminiatesi ancora attiva, ovvero l’Arciconfraternita di Misericordia.

La Misericordia di San Miniato ha uno stemma particolare, decisamente “insolito”. Infatti il tipico simbolo delle confraternite è la croce latina di colore rosso a cui sono affiancate le lettere F e M, con caratteri pseudo gotici, a significare “Fraternita di Misericordia”. A titolo di esempio si veda quello della Confraternita di San Miniato Basso.

Stemma della Confraternita di Misericordia di San Miniato Basso
San Miniato Basso, parete su via Torta
Foto di Francesco Fiumalbi

Nello statuto approvato da Mons. Torello Pierazzi nel 1834 viene fatto cenno allo stemma, senza tuttavia specificare i tratti caratteristici. In ogni caso, il simbolo antico dovrebbe essere pressoché simile a quello odierno. Nello Statuto attuale si legge:
«Art.2 STEMMA DELL´ARCICONFRATERNITA. Lo stemma dell´Arciconfraternita è formato dalle lettere M e S intrecciate, in stile gotico, poste al di sopra del cuore trafitto da sette spade, sormontate dalla corona della Vergine e con la scritta San Miniato.» [Tratto dallo Statuto dell’Arciconfraternita di Misericordia di San Miniato, testo approvato dalla seduta di Magistrato del 13 marzo 2006]
Come mai questa differenza così evidente? Perché uno stemma così distante dalle altre confraternite? La risposta sta tutta nella storia plurisecolare della Misericordia di San Miniato, ed in particolare nelle modalità e nelle istituzioni da cui prese avvio.

Stemma “storico” dell’Arciconfraternita di Misericordia
San Miniato, via Augusto Conti
Foto di Francesco Fiumalbi

Stemma “moderno” dell’Arciconfraternita di Misericordia
realizzato da Annarita Tapinassi
San Miniato, via Augusto Conti
Foto di Francesco Fiumalbi

Nel testo di U. Patella, Le Confraternite di Misericordia in Toscana. Cenni storici circa la loro origine ed il loro sviluppo, Società Anonima Arti Grafiche S. Bernardino, Siena, 1926, pp. 257-261 [pubblicato nel post BREVE STORIA SUI PRIMI DUE SECOLI DELLA MISERICORDIA DI SAN MINIATO] vengono specificati i termini e le modalità con cui avvenne la fondazione della confraternita: «Il Pio Sodalizio è sorto dalla fusione della «Compagnia dei Sette Dolori» con quella di «S. Filippo Benizi» detta della Misericordia». La «Compagnia dei Sette Dolori» era stata istituita [...] nel 1683 nella Cattedrale, all'altare della Cappella dell'Addolorata [...]. Monsignor Michele Carlo Visdomini Cortigiani – Vescovo di S. Miniato – approvava l'anno successivo i Capitoli o Costituzioni di detta Compagnia, [...] curando in più l'aggregazione della medesima all'Ordine dei Servi di Maria il che avvenne con Breve del Generale di quell'Ordine, P. Giulio Arrighetti, datato dal Convento della SS. Annunziata in Firenze il 24 Luglio 1688».

La parte centrale dello stemma della Misericordia, costituita dalle lettere M e S intrecciate, è infatti del tutto simile al simbolo dell’Ordo Servorum Beatae Virginis Mariae, meglio conosciuto come l’Ordine dei Servi di Maria. L'OSM nacque dalla prima "Compagnia dell'Addolorata" della storia, costituita nel 1233 da sette fiorentini che si ritirarono nell'eremo del Montesenario. La confraternita prese poi il nome di "Servi di Maria" e acquisì in Firenze l'oratorio dove poi fu edificata la Basilica della SS. Annunziata, che ne divenne la sede centrale. A questa istituzione religiosa appartenne anche Mons. Francesco Poggi, Vescovo di San Miniato dal 1703 al 1718. VAI AL POST IL VESCOVO FRANCESCO POGGI ↗. Tra l’altro, fu proprioMons. Francesco Poggi (che fu Generale dell'OSM dal 1691 al 1703, quando divenne Vescovo di San Miniato) che sancì, nel 1716, la nascita della Compagnia di San Filippo Benizi (vissuto nel XIII secolo, appartenuto all'OSM e santificato nel 1671) detta anche “della Misericordia”.


Firenze, Basilica della SS. Annunziata
Foto di Francesco Fiumalbi

Stemma dell’Ordine dei Servi di Maria
nei medaglioni della Loggia dei Servi di Maria
Firenze, Piazza SS. Annunziata
Foto di Francesco Fiumalbi

L'aggregazione di una confraternita o compagnia ad un ordine religioso avveniva per una affinità carismatica, che si traduceva con l'ingresso nella comunione e nei privilegi o vantaggi spirituali dell'istituto aggregante. E infatti la compagnia sanminiatese si ispirava proprio all'esperienza dell'OSM.
La comunione spirituale spesso si manifestava anche in una comunione “estetica”: le confraternite talvolta prendevano a prestito i “simboli” o i “colori” caratteristici dell'ordine religioso. La Compagnia dei Sette Dolori, una volta sancita l'aggregazione, probabilmente poté assumere lo stemma dell'OSM e metterlo assieme a quello tradizionalmente legato all'AddolorataQuest'ultimo è un titolo attribuito a Maria per ricordare e celebrare i “sette dolori” patiti dalla donna durante la sua vita al fianco del figlio Gesù. Da un punto di vista iconografico, la Madonna Addolorata è contraddistinta dalla presenza, sul petto della Vergine, di un cuore trafitto da sette pugnali o spade. Fu così che il "cuore trafitto" venne assunto quale simbolo principale dalle varie Compagnie dedicate all'Addolorata o ai Sette Dolori.
Tra l'altro i fondatori dell'OSM, inizialmente pregavano la Madonna sotto l'invocazione di "Maria Regina Coeli" e, per questo motivo, spesso troviamo presente una sfarzosa corona regale. Proprio come nello stemma della Misericordia.

In conclusione, lo stemma dell'Arciconfraternita di Misericordia di San Miniato deriva direttamente da quello dell'antica Compagnia dei Sette Dolori, a sua volta “arricchito” con l'aggregazione all'Ordine dei Servi di Maria. E si deve forse al Vescovo Francesco Poggi, che sancì l'unione fra le due compagnie, il fatto che la nuova Compagnia di SS. Maria Addolorata e di S. Filippo Benizi, "detta della Misericordia", assumesse il simbolo di quella dei Sette Dolori o dell'Addolorata. D'altra parte abbiamo visto che anche San Filippo Benizi era appartenuto all'OSM e quindi la sigla costituita dalle lettere M e S intrecciate, tipiche di quell'ordine religioso, oltre agli altri simboli mariani (i Sette Dolori e la Corona) potevano ben rappresentare anche la nuova compagnia.


Stemma dell’Arciconfraternita di Misericordia
nella targa che indica il Sacrario presso S. Maria al Fortino
Foto di Francesco Fiumalbi

mercoledì 25 giugno 2014

IN PILLOLE [029] L'EPIGRAFE E IL MURO “FASCISTI” DI SAN MINIATO

di Francesco Fiumalbi

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1° revisione - 4 gennaio 2015

E' noto che il fascismo fece un ampio uso della retorica confacente alle proprie iniziative, di qualsiasi genere e tipo. Alcune furono manifestazioni eclatanti, altre più “discrete” e sottili. Dall'intitolazione di strade e piazze a personaggi vicini al regime (si veda il post PIAZZA MUSSOLINI A SAN MINIATO e il post IL 25 APRILE 1939 E IL VIALE GUGLIELMO MARCONI), all'apposizione dei “motti” mussoliniani sulle pareti di edifici che si affacciavano su luoghi pubblici (si veda il post CREDERE OBBEDIRE COMBATTERE SU UNA PARETE DI SAN MINIATO e il post QUANDO I SANMINIATESI SE NE FREGARONO DELLE SANZIONI). Una vera e propria grande operazione mediatica continua, che interessò anche altri aspetti della vita sanminiatese, e di cui sono visibili, ancora oggi a distanza di molti decenni, le flebili testimonianze. Nonostante la damnatio memoriae promossa nell'immediato Dopoguerra, per uno strano caso, da attribuire probabilmente a circostanze fortuite, sono sopravvissuti fino ai giorni nostri un paio di segni, apparentemente celati, di quell'epoca.

Il primo, in ordine cronologico, è inserito nell'epigrafe collocata sulla parete destra dei chiostri di San Domenico. Ve ne sono diverse, ma quella che ci interessa è l'ultima, quella in fondo alla parete, proprio di fianco all'ingresso di quei locali che all'epoca ospitavano la Gioventù Italiana del Littorio (GIL) ed oggi sono la sede della Biblioteca Comunale.
E' dedicata a Francesco Ferrucci, e fu collocata nel 1930, nel IV centenario di quell'operazione militare, condotta dallo stesso Ferrucci, che portò alla temporanea riconquista del castello di San Miniato, nella più ampia controffensiva fiorentina nei confronti delle truppe imperiali di Carlo V d'Asburgo e capitanate da Filiberto di Chalon Principe d'Orange. [Per chi desidera approfondire sull'epigrafe si rimanda a M. Parentini e D. Fiordispina, Lapidi e Monumenti celebrativi in San Miniato, in «Bollettino dell'Accademia degli Euteleti della Città di San Miniato», n. 79, 2012, pp. 437-439].
Ebbene, già da una prima occhiata si nota che manca un simbolo sulla parte sinistra. Grazie alla preziosa testimonianza di Sauro Mori apprendiamo che si trattava di un giglio, simbolo della città di Firenze. [in un primo momento era stata ipotizzata la presenza dello stemma di casa Savoia]. Tuttavia osservando con attenzione la cornice, formata da elementi in Pietra della Lessinia, si scorge quelli che sembrano dei graffiti apparentemente insignificanti. In realtà sono tre lettere: A. IX. Il significato è abbastanza semplice: si tratta della formula che sta per “Nono Anno dell'Era Fascista”, che veniva fatta cominciare simbolicamente dal 28 ottobre 1922, giorno della “Marcia su Roma”, che fece da preludio all'incarico di formare il Governo, conferito dal Re Vittorio Emanuele III a Benito Mussolini. Infatti, i primi mesi del 1930, periodo in cui fu installata l'epigrafe, appartenevano proprio al “nono anno”. Probabilmente l'incisione non fu cancellata perché avrebbe compromesso la qualità estetica della cornice e, comunque, perché è anche poco visibile. Passa inosservata allo sguardo poco attento.

L'epigrafe dedicata a Francesco Ferrucci
San Miniato, Loggiati di San Domenico
Foto di Francesco Fiumalbi

L'epigrafe dedicata a Francesco Ferrucci
Particolare con il “Nono Anno dell'Era Fascista”
Foto di Francesco Fiumalbi

Il secondo “marchio di fabbrica”, se così si può definire, è quello situato su un apparentemente anonimo muro di sostegno. L'opera fu realizzata per contenere il terreno nei pressi del punto dove l'odierno Viale Don Minzoni si immette in Piazza del Duomo. Lo si può scorgere dal basso, da Corso Garibaldi, a metà strada fra la cosiddetta Scala Santa e l'incrocio con Viale XXIV Maggio. Dall'alto, invece, può essere facilmente individuato grazie alla presenza del caratteristico parapetto in ferro, verniciato di rosso. Non si vede bene, bisogna aguzzare la vista. D'altra parte, l'alto ciglione è interamente coperto da una rigogliosa vegetazione per molti mesi all'anno. E forse è stata proprio questa sua posizione, lontana dalla strada e seminascosta dalle piante, a “conservarlo” fino ai giorni nostri.
In ogni caso, facendo attenzione, si scorgono due lettere, una X e una V, che stanno per “Quindicesimo Anno dell'Era Fascista”, ovvero il 1937, l'anno in cui fu portato a termine il muro di sostegno.

Il muro con la data in “anni fascisti”
visto da Corso Garibaldi
Foto di Francesco Fiumalbi

Il muro con la data in “anni fascisti”
visto da Corso Garibaldi
Foto di Francesco Fiumalbi

Ci sono, a San Miniato, altri simboli o “marchi di fabbrica” del periodo fascista che sono sopravvissuti fino ai giorni nostri? E nelle frazioni?

Per il momento non ne conosciamo. Se qualcuno avesse qualcosa da segnalare ci scriva all'indirizzo che si trova nella pagina dei CONTATTI, o nei vai profili Facebook, Twitter o Google+. Grazie!

1° revisione - 4 gennaio 2015


domenica 6 marzo 2011

LO STEMMA DEL COMUNE DI SAN MINIATO

di Luciano Marrucci e Francesco Fiumalbi

Simbolo della comunità sanminiatese e del suo territorio, lo stemma nei secoli è sempre riuscito a tradurre in immagine l’origine passata, la fierezza contemporanea e l’ambizione per il futuro. Un emblema dietro al quale ripararsi nei momenti difficili e da portare con vanto in quelli più felici.
Oggi il significato attribuitogli è forse meno romantico di quello di un tempo, ma riscuote ancora il proprio tributo di fascino.

Stemma del Comune di San Miniato
Aut. Prot. N. 3302 del 9 febbraio 2011
E’ vietata la riproduzione

Lo stemma porta una leonessa quale effige. Secondo alcuni studi, mutò in leone nel 1355 quando il Comune si schierò con l’imperatore Carlo IV, il quale concesse ai sanminiatesi numerosi privilegi (1).  Tuttavia, in mancanza di "attributi" maschili, ancora oggi il simbolo è caratterizzato da una leonessa cosiddetta “rampante”: si tratta di un animale che esprime forza, coraggio e, soprattutto, nobiltà. La figura si sostiene in piedi con la sola zampa posteriore sinistra, mentre la destra è sollevata da terra. Le zampe anteriori sono distese in avanti e quella destra stringe, vigorosamente, una lunga spada. La leonessa si protende in avanti, come se stesse per acciuffare una preda. Infatti l’aggettivo “rampante” deriva dal latino rapiens che significa “che ghermisce”, ma anche “che conquista” (2). Lo Stemma contiene anche una frase:

“SIC NOS IN SCEPTRA REPONIS”

“Così ci restituisci agli antichi onori”
(G. Fumagalli, L’Ape Latina, Hoepli, Milano, 1975, n. 2403)

Esprime aspirazione presente a recuperare il prestigio passato. Aspirazione che oggi appare imprecisata in forza del difficile computo del dare e dell’avere scritto dalla storia.

Questa breve locuzione è in realtà una colta citazione: si tratta di cinque parole tratte dal primo libro dall’Eneide, poema scritto dal poeta e filosofo romano Virgilio (29-19 a.C.).
Dopo la terribile disfatta della città di Troia, Enea e i suoi seguaci partirono dalla Sicilia alla volta delle coste italiane. La dea Giunone venne a conoscenza che una stirpe troiana si recava verso le coste del Lazio per fondare un popolo che avrebbe mosso guerra per la rovina della Libia e della sua amata città di Cartagine. Adirata per ciò che sarebbe accaduto, istigò Eolo a scatenare contro gli esuli troiani una possente tempesta che costrinse loro, grazie al provvidente intervento di Nettuno, a fare naufragio sulle coste africane.
Venere, madre di Enea e mossa da sentimenti di pietà e indignazione allo stesso tempo, si rivolse a Giove chiedendo spiegazioni per aver lasciato operare Giunone contro gli esuli.

“(…) nos, tua progenies, caeli quibus adnuis arcem,
navibus (infandum!) amissis, unius ob iram
prodimuratqueItalis longedisiungimuroris.
Hic pietatis honos? Sic nos in sceptra reponis?”
(Virgilio, Eneide, Libro I, 249-253)

“(…) noi, tua progenie, cui prometti la fortezza del cielo, perdute (cosa indicibile!) le navi, per l'ira di una sola siamo traditi e siamo separati lontano dalle spiagge italiane. Questo il premio della virtù? Così ci restituisci agli antichi onori?”
(versione tratta parzialmente dal sito internet:
http://it-it.abctribe.com/versioni_latino/eneide/_gui_331)

A queste parole Giove, con fare paterno, si rivolse a Venere invitandola a risparmiare la paura, perché la stirpe riuscirà ad arrivare nel Lazio, dove fonderà Roma che sarà grande nel mondo.

Letta nel suo contesto, la locuzione appare quasi ironica, di sfida, dettata dalla disperazione. E’ però una frase interrogativa. Nello stemma del Comune di San Miniato la ritroviamo eguale, ma stavolta affermativa, quasi a non voler lasciare dubbi e a presagire futuri onori.
Chi può averla apposta? A quali onori potrebbe riferirsi? Ai fulgori della dinastia sveva? All’autonomia comunale? Ai vantaggi conseguiti sotto i Lorena?


Servigi e benefici erano legati assieme: quasi sempre il privilegio era pagato in sudditanza e la libertà scontata con le privazioni. Il Comune di San Miniato, già entrato dalla fine del XIII secolo nella sfera di influenza della Repubblica Fiorentina fu definitivamente conquistato da questa, al termine di un lungo assedio, nel 1369, e ne diventò un importante vicariato, mantenendo comunque gran parte dei privilegi (3). La nostra ipotesi si arricchisce di un successivo livello di riflessione: ironia verso un popolo che mai più avrebbe avuto la forza di rendersi autonomo, oppure la certezza di un futuro prestigioso all’interno di una crescente grandezza fiorentina o Toscana?
La storia è ben nota: San Miniato è sempre stata contesa dall’esterno, ancora più divisa dall’interno; incalzata dalle scelte e sopraffatta dai problemi reali ha dovuto imparare, come tanti altri centri della Toscana, che era impossibile scegliere al meglio il proprio destino e difficile seguire la propria vocazione.

La risposta corretta, forse, ci viene fornita dal Canonico Francesco Maria Galli Angelini nel testo "San Miniato, la sveva città del Valdarno", edito come numero 86 della raccolta "Le Cento Città d'Italia", pubblicato intorno al 1928. Secondo il l'autore la frase sarebbe stata inserita per volontà di Giovanni Persio Migliorati, alla fine del '700 per ingraziarsi i "Granduchi di Toscana" e dimostrare loro la devozione del popolo sanminiatese. In effetti, in quegli anni Pietro Leopoldo dette avvio ad un'importante stagione di riforme, che riguardarono un po' tutta la Toscana e anche San Miniato.

Il dubbio rimane, così come rimane questo stemma ambizioso, forse ironico, sicuramente affascinante. Sono caduti gli scettri e le corone, ma non il forte senso comunitario all’interno di una terra ricca di storia.

Questo intervento si pone come sviluppo di un articolo di Luciano Marrucci: Lo Stemma del Comune, in Fabrizio Mandorlini (a cura di), Almanacco Stradario del Comune di San Miniato 2000, FM Edizioni, San Miniato, 2000.
Si ringrazia l’Amministrazione Comunale di San Miniato, in particolare l’Assessore con delega alla Cultura Chiara Rossi, la Sig.ra Franca Giani dell’Ufficio Cultura e la Dott. Francesca Pinochi dell’Ufficio Stampa per il contributo nella realizzazione di questo intervento.


Note Bibliografiche:
(1) L. Passerini, Armi dei Municipi Toscani, Tipografia E. Ducci, Firenze, 1864, pagg. 158-159. In Lotti Dilvo, San Miniato. Vita di un’antica città, SAGEP, Genova, 1980, pag. 311.
(2) http://it.wikipedia.org/wiki/Leone_(araldica)(3) Salvestrini Francesco, Il nido dell’aquila, in Malvolti e Pinto (a cura di), Il Valdarno Inferiore terra di confine nel Medioevo (secoli XI-XV), Olschky Editore, Firenze, 2008
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