sabato 26 marzo 2016

IL “CRISTO RISORTO” DI FRANCESCO BARATTA IL GIOVANE NELLA SCALINATA DEL SANTUARIO DEL SS. CROCIFISSO A SAN MINIATO

a cura di Francesco Fiumalbi

APSM-ISVP-015
IL “CRISTO RISORTO” DI FRANCESCO BARATTA IL GIOVANE

SCHEDA SINTETICA
Oggetto: Statua raffigurante "Cristo Risorto"
Luogo: San Miniato, Scalinata del Santuario del SS. Crocifisso di Castelvecchio
Tipologia: Nicchia
Tipologia immagine: Statuetta marmo di carrata
Soggetto: Cristo Risorto
Altri soggetti: NO
Autore: Francesco Baratta "il Giovane"
Epigrafe: SI - Christus resurgens ex mortuis, jam non moritur
Indulgenza: NO
Periodo1723, ricollocata nel 1867
Riferimenti:
Id: APSM-ISVP-015

Sommario del post:
INTRODUZIONE
L'AUTORE: FRANCESCO BARATTA “IL GIOVANE”
STORIA DELL'OPERA: DA S. FRANCESCO AL SS. CROCIFISSO
ICONOLOGIA: CRISTO RISORTO
ICONOGRAFIA E DESCRIZIONE DELL'OPERA
NOTE BIBLIOGRAFICHE

INTRODUZIONE

Negli ultimi due secoli, la storiografia sanminiatese si è impegnata a celebrare le testimonianze artistiche e architettoniche di epoca medievale. Una vera e propria riscoperta della San Miniato imperiale e poi comunale, ovvero di quell'epoca considerata il “periodo aureo” della Città. Tuttavia la ricchezza di San Miniato, sta sì nell'origine e nei fasti medievali, ma anche nell'aver saputo operare un costante rinnovamento al susseguirsi dei secoli, a testimonianza di una comunità viva che attraversa la storia con impulsi sempre nuovi. Da un punto di vista storiografico, è solo di recente che l'attenzione è stata dedicata anche agli ultimi quattro secoli.

In questo post parleremo di quella che è da considerarsi il massimo esempio di scultura barocca presente a San Miniato: la figura del Cristo Risorto, opera dello scultore Francesco Baratta (Carrara, 1663 – 1729). Realizzata in marmo bianco di Carrara, la scultura è collocata all'interno di una nicchia semicircolare, ricavata al centro della scalinata che conduce al Santuario del SS. Crocifisso di Castelvecchio.
Proprio per il suo gusto “barocco” la statua non è stata oggetto di particolare interesse, considerata forse, a torto, un'opera secondaria e priva di particolare valore. Senza considerare che, spesso, la fortuna di un'opera segue anche la fortuna della mano che ebbe a realizzarla. Concepita per l'altare maggiore della chiesa conventuale di San Francesco, fu rimossa alla fine XVIII secolo per poi essere “riciclata” nel 1867 lungo la scalinata del Santuario.

Francesco Baratta, Cristo Risorto, 1723
San Miniato, scalinata del Santuario del SS. Crocifisso
già nella chiesa di San Francesco
Foto di Francesco Fiumalbi

L'AUTORE: FRANCESCO BARATTA “IL GIOVANE”

Da alcuni anni, grazie a nuovi studi condotti prevalentemente da Francesco Freddolini, è in corso un'importante rivalutazione dell'attività di Giovanni Baratta, fratello di Francesco, considerato uno degli scultori più significativi nel panorama italiano, ed anche europeo, della prima metà del '700 (lavorò a Roma, Firenze, Livorno, Torino, Lucca, Genova ed alcune opere si trovano in Danimarca, Inghilterra e Spagna) (01). Proprio lo stretto rapporto, anche di collaborazione, che ebbero i fratelli, fa sì che l'opera di San Miniato possa godere di nuova attenzione. Pur non esibendo la straordinaria qualità del fratello Giovanni, Francesco Baratta riuscì comunque ad esprimere quella suggestiva magniloquenza che ritroviamo, in modo particolare, nel barocco romano. Il Cristo Risorto è una scultura singolare nel panorama artistico di San Miniato, e per questo merita di godere di nuova attenzione.

Membro di una vera e propria famiglia di scultori, figlio di Isidoro e fratello di Pietro (1668-1729) e di Giovanni (1670-1747), Francesco nacque a Carrara intorno al 1670. Nei testi, spesso è indicato come Francesco Baratta “Il Giovane” per distinguerlo da Francesco Baratta “Il Vecchio” (1595-1666), suo nonno, molto conosciuto per aver collaborato con Gian Lorenzo Bernini (la sua opera più conosciuta è il Rio della Plata nella fontana dei Quattro Fiumi in Piazza Navona a Roma). E proprio al nonno Francesco “il vecchio” era stata assegnata in prima battuta la paternità della statua sanminiatese. Merito di Anna Matteoli, l'aver individuato nel 1976 la giusta attribuzione (02).

La formazione di Francesco Baratta, oltre che a Carrara, poté dirsi completata sul finire degli anni '80 del '600. Nel 1691 egli è documentato a Roma dove, assieme al fratello Giovanni, realizzò le figure in stucco di San Paolino e San Frediano, oltre a quelle di due angeli, oggi perduti, collocate nella controfacciata della chiesa della Santa Croce e San Bonaventura dei Lucchesi, ovvero la chiesa affidata alla comunità lucchese presente nell'allora Stato Pontificio (03).
A Roma, quindi, poté ammirare le opere del nonno, ma soprattutto i capolavori del barocco firmati da Gian Lorenzo Bernini e dai suoi diretti seguaci. Di questa esperienza farà tesoro nelle opere della maturità, fra cui il Cristo Risorto di San Miniato. Pur appartenendo alla generazione successiva, Francesco baratta non sembra, infatti, discostarsi troppo dai modi formali del Bernini. Anzi, sembra replicare forme e stilemi senza, tuttavia, coglierne appieno la complessità.

Successivamente si trasferì a Genova, dove circa quarantanni prima aveva operato anche il nonno, e dove il fratello Pietro aveva ricevuto commissioni già negli anni '90 del XVII secolo. Negli anni immediatamente successivi al soggiorno romano scolpì le figure di Cleopatra e Artemisia su commissione di Marcello Durazzo. Sempre in ambito ligure, risulta attivo a Rapallo dove nel 1697 eseguì le statue di San Domenico e Santa Rosa da Lima per la chiesa dei SS. Gervasio e Protasio. Molte delle opere di questo periodo sono andate disperse e non è possibile ricostruire in dettaglio la sua attività nei primi due decenni del '700.

Collaborò all'attività del fratello Giovanni alla chiesa di San Ferdinando a Livorno negli anni fra il 1713 e il 1721, dove troviamo anche i cugini Isidoro il Giovane e Giovanni Giacomo. Negli anni '20 fu attivo a Carrara, dove nel 1722 scolpì l'altare per la chiesa di Santa Maria delle Lacrime, e di nuovo a Genova, dove nel 1724 scolpì la figura (oggi perduta) di Ambrogio Castagnola per l'Ospedale degli Incurabili. Nello stesso anno ricevette il pagamento per una fontana con le statue di Enea e Anchise per piazza Soziglia (attualmente in piazza Bandiera). Seguendo sempre le orme del fratello Giovanni, Francesco fu attivo anche a Parma nella chiesa della Steccata, dove realizzò le statue dell'Umiltà e della Castità nel 1726. Non mancò nemmeno una committenza prestigiosa, come quella di Augusto il Forte di Polonia, per il quale scolpì un gruppo di cinque statue oggi disperse fra Dresda, Londra e Venezia (04).

In conclusione, l'attività di Francesco Baratta restituisce il profilo di un artista di buon livello, che però deve gran parte della sua fortuna professionale al prestigio dei fratelli, soprattutto di Giovanni. Oltre a ricevere commissioni professionali, risulta debitore anche riguardo ai modelli stilistici, derivanti, a loro volta, dal gusto e dalla sensibilità formale sviluppati nella grande stagione del barocco romano senza, tuttavia, coglierne la complessità e gli intendimenti concettuali più profondi e articolati.

Francesco Baratta, Cristo Risorto, 1723
San Miniato, scalinata del Santuario del SS. Crocifisso
già nella chiesa di San Francesco
Foto di Francesco Fiumalbi

STORIA DELL'OPERA: DA S. FRANCESCO AL SS. CROCIFISSO

Nel 1612 l'Opera di San Giuliano Martire (l'istituzione che si occupava del mantenimento e del rinnovamento del monumentale convento sanminiatese) deliberò il rifacimento dell'altar maggiore della chiesa conventuale. L'operazione si protrasse per alcuni anni, ma poté dirsi davvero conclusa solamente nel 1723, quando sul nuovo altare fu collocato il Cristo Risorto di Francesco Baratta. Nell'archivio del Convento di San Francesco sono rimaste le note di pagamento a Francesco Baratta: l'opera costò 575 lire, marmo escluso, più altre 44 a titolo di rimborso spese di viaggio che lo scultore intraprese per visitare la chiesa di San Miniato e per rendersi conto del luogo dove sarebbe stata collocata la statua. A Roberta Roani va il merito di aver riportato alla luce la vicenda della commissione e dell'arrivo dell'opera a San Miniato (05).
Un settantennio più tardi la statua fu rimossa dalla collocazione originaria, come ebbe a scrivere Giuseppe Piombanti: «Questo principale altare lo fecero nuovo nel 1796, di sopra togliendoci la statua del Redentore risorto, che, nel 1723, vi era stata collocata». (06)

L'opera marmorea rimase “temporaneamente” in un corridoio del convento francescano, fino al 1867. In quell'anno fu collocata nella nicchia ricavata fra le rampe che salgono al Santuario del SS. Crocifisso, che proprio in quegli anni fu oggetto di una complessiva opera di rifacimento e sistemazione. Questo episodio è riportato da Antonio Vensi: nel 1866 «il Signor Cavaliere Persio Migliorati e Professor Vincenzo Maioli (membri dell'Opera del SS. Crocifisso, n.d.r.) riferivano di essere stati dal Guardiano del Convento di San Francesco, Padre Giuseppe Michi, e chiestogli la statua in marmo del Gesù Resurrexit, da collocarsi nel muro del rondò di faccia al Palazzo Comunale, che ben volentieri gli era stata concessa. Però con questi patti: 1. Che i Padri intendono concederne l'uso ma non la proprietà. 2. Che l'uso fosse quello soltanto di essere posta a decoro e ornamento del Tempio del Santissimo Crocifisso, e collocata in una nicchi, per ivi starvi perpetuamente. 3. Che nel piedistallo sul quale sarà posta la statua, sia scritto un ricordo, che era stata donata dai Padri Francescani. […] Come infatti il dì 17 maggio 1867, ultimati i lavori sopra descritti, fu detta statua posta nella nicchia: come tuttora si vede. Libro delle Deliberazioni di lettera B, a c. 9 t.» (07). La statua è rimasta in quella collocazione fino ai giorni nostri, anche se non sembra esser presente alcun riferimento alla “donazione” dei Francescani.

Francesco Baratta, Cristo Risorto, 1723
San Miniato, scalinata del Santuario del SS. Crocifisso
già nella chiesa di San Francesco
Foto di Francesco Fiumalbi

ICONOLOGIA: CRISTO RISORTO

Dopo aver parlato dello scultore Francesco Baratta e aver riassunto brevemente la storia della statua con la sua ricollocazione ottocentesca, non meno importante è cercare di comprenderne il significato.
Per utilizzare le parole di Rudolf Wittkover, nel Barocco, ed in particolare nell'arte berniniana, «l'opera d'arte deve essere compenetrata da un tema letterario, un caratteristico e ingegnoso “concetto” che si può applicare solo al caso particolare in questione», che sia «realmente sinonimo dell'afferrare il significato essenziale del soggetto» e che ne costituisca «il momento culminante». (08) Il tema dell'opera è fissato nella didascalia, anche se ottocentesca: Christus resurgens ex mortuis, jam non moritur. Sono le parole utilizzate da San Paolo nella lettera ai Romani, nella sua versione latina (Rm 6, 9): Cristo è risorto dai morti, non muore più, non appartiene più alla morte.

La Resurrezione è quel grande “mistero” su cui si fonda la fede cristiana. «Se non esiste risurrezione dai morti, neanche Cristo è risuscitato! Ma se Cristo non è risuscitato, allora è vana la nostra predicazione ed è vana anche la vostra fede» (1 Cor 15, 13-14).
Rimanendo nel testo di San Paolo, seppur mutuando le parole dal profeta Isaia, la Resurrezione è una di «quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo, queste ha preparato Dio per coloro che lo amano» (1 Cor 2, 9). Nessuno fu testimone della Resurrezione, ma molti furono i testimoni della nuova condizione di Gesù, non più tra i morti, bensì fra i viventi.
Tuttavia è difficile dare un'idea figurativa, cioè descrivere con un'immagine, la condizione fisica di Gesù Risorto. Nei Vangeli sono narrati molti episodi di apparizioni (alle donne al sepolcro, alla Maddalena, agli Apostoli... etc), ma in nessuna di queste è presente una vera e propria descrizione. Addirittura, chi lo incontra stenta a riconoscerlo.

Solamente alcuni particolari vengono riportati da San Giovanni Evangelista nel libro dell'Apocalisse: «...vidi sette candelabri d'oro e in mezzo ai candelabri c'era uno simile a figlio di uomo, con un abito lungo fino ai piedi [...]. I capelli della testa erano candidi, simili a lana candida, come neve. [...] e il suo volto somigliava al sole quando splende in tutta la sua forza. Appena lo vidi, caddi ai suoi piedi come morto. Ma egli, posando su di me la destra, mi disse: Non temere! Io sono il Primo e l'Ultimo e il Vivente. Io ero morto, ma ora vivo per sempre e ho potere sopra la morte e sopra gli inferi» (Ap. 1, 12-18). E' proprio questa la descrizione, l'immagine ricavata dalle parole di San Giovanni, a cui dovette ispirarsi Francesco Baratta per modellare il Cristo Risorto.

Francesco Baratta, Cristo Risorto, 1723, particolare
San Miniato, scalinata del Santuario del SS. Crocifisso
già nella chiesa di San Francesco
Foto di Francesco Fiumalbi

Prendendo in prestito le parole di Timothy Verdun, il Cristo Risorto è un'immagine in cui «i credenti sono invitati a cercare, oltre ciò che vedono, qualche cosa di più, magari non vista perché ancora nel futuro o che c'è ma rimane nascosta, oppure che muti radicalmente il senso e l'aspetto delle cose». Ed ancora, un'immagine «che si pone come “epifania” e “apocalisse”, manifestazione e rivelazione» (09), manifestazione di Cristo risorto, di colui che vive, rivelazione del progetto salvifico che Dio ha pensato per l'uomo e che si compie attraverso suo Figlio: «Io sono il tuo Dio, che per te sono diventato tuo figlio; che per te e per questi, che da te hanno avuto origine, ora parlo e nella mia potenza ordino a coloro che erano in carcere: Uscite! A coloro che erano nelle tenebre: Siate illuminati! A coloro che erano morti: Risorgete! A te comando: Svegliati, tu che dormi! Infatti non ti ho creato perché rimanessi prigioniero nell'inferno. Risorgi dai morti. Io sono la vita dei morti. Risorgi, opera delle mie mani! Risorgi mia effige, fatta a mia immagine! Risorgi, usciamo di qui! Tu in me e io in te siamo infatti un'unica e indivisa natura» (Da un’antica “Omelia sul Sabato Santo” - Ufficio delle letture del Sabato Santo, tratto da Patrologia Graeca, n. 43, 451).

Rispetto alla felice ricollocazione al centro della scalinata che conduce al Santuario, la scultura si configura come una “prolessi”: svela, cioè, il significato ultimo e profondo del Christo patient rappresentato nell'immagine del SS. Crocifisso di Castelvecchio custodita all'interno della chiesa. La venerata immagine sanminiatese, infatti, rappresenta il momento del dolore, della morte. Tuttavia si tratta di un sacrificio, dell'estremo gesto d'amore di Gesù, necessario perché si compia la Resurrezione e sia, quindi, strumento di Salvezza per l'umanità.

Francesco Baratta, Cristo Risorto, 1723, epigrafe didascalica
San Miniato, scalinata del Santuario del SS. Crocifisso
già nella chiesa di San Francesco
Foto di Francesco Fiumalbi

ICONOGRAFIA E DESCRIZIONE DELL'OPERA

Da un punto di vista iconografico, Roberta Roani propone di vedere nel Cristo Risorto in bronzo collocato nell'altare del SS. Sacramento della Basilica di San Pietro (VAI ALL'IMMAGINE ) e nel Salvator mundi della Basilica di San Sebastiano Fuori le Mura (VAI ALL'IMMAGINE E ALLA DESCRIZIONE ), entrambe opere di Gian Lorenzo Bernini, i modelli da cui trasse spunto Francesco Baratta (10).

La figura del Cristo di Francesco Baratta ha una dimensione quasi a grandezza naturale. Il piccolo piedistallo parallelepipedo su cui poggia, oltre ad elevare la scultura, è funzionale a portare il volto esattamente al centro dell'arco della nicchia, che probabilmente era già stata predisposta prima che venisse lì collocata.

L'immagine è concepita per una visione esclusivamente “frontale”, anche se la sua collocazione originaria – sull'altar maggiore della chiesa di San Francesco – prevedeva che l'illuminazione provenisse da dietro, contrariamente alla sua posizione attuale. L'effetto, specialmente nelle prime ore del mattino, sarebbe dovuto essere quello di una figura completamente avvolta dalla luce: il suo volto somigliava al sole quando splende in tutta la sua forza. Un'idea formale, dunque, che utilizzava la luce come elemento della composizione, una sorta di riflesso luminoso, funzionale per descrivere con maggior efficacia il “mistero” della Resurrezione. Tuttavia, il volto del simulacro è comunque circondato da una raggiera marmorea. Questa avvolge tutta la parte alta della figura e presenta una sorta di nervatura, o ispessimento, a formare i bracci della Croce in leggero rilievo. Con questo espediente compositivo, idealmente, la luce è comunque presente al di dietro.

Il Cristo è raffigurato come un uomo con il volto disteso – seppure un po' oblungo – con i capelli che sembrano effettivamente candidi, simili a lana candida, come neve. Effetto certamente corroborato dal marmo di Carrara.
Il braccio destro è sollevato e la mano si apre in un gesto che vuole essere un saluto vittorioso, come a dire: Non temere! Io sono il Primo e l'Ultimo e il Vivente. Io ero morto, ma ora vivo per sempre e ho potere sopra la morte e sopra gli inferi.
La veste è aperta e scivola verso il basso, rivelando, attraverso una casta seminudità, la fisicità del busto. L'abito lungo fino ai piedi appare, piuttosto, quasi come un lenzuolo: una specie di sudario funebre, da cui la figura, slanciandosi, si va liberando. Si potrebbe leggere questo dettaglio come una sorta di analessi scultorea, un richiamo alla Resurrezione, al momento in cui Gesù, tornato alla vita, si libera del lenzuolo in cui era stato avvolto.



NOTE BIBLIOGRAFICHE

(01) Per un quadro completo e approfondito su Giovanni Baratta si veda: F. Freddolini, Giovanni Baratta 1670-1747. Scultura e industria del marmo tra la Toscana e le corti d'Europa, «L'Erma» di Bretschneider, Roma, 2013.
(02) A. Matteoli, Arte e storia del Santuario del Santissimo Crocifisso a San miniato, in «Bollettino dell'Accademia degli Euteleti della Città di San Miniato», n. 45, 1976, pp. 96, 98.
(03) M. Dunn, Two Early Documented Works by Francesco Baratta the Younger, in «The Burlington Magazine», vol. 133, n. 1055, 1991, pp. 91-94.
(04) F. Freddolini, Francesco Baratta: un nome, due scultori, due secoli, in «Nuovi Studi Rivista di arte antica e moderna», n. 15, 2010, pp. 274-278.
(05) Archivio Convento di San Francesco, s.n., Uscita dell'Opera di San Giuliano Martire, 16*4-1787, cc. 112v, 117; Archivio Accademia degli Euteleti, Fondo Varie, Carte di Antonio Vensi, 91, Materiali raccolti per formare il tomo I e II dei documenti per la storia di San Miniato da Antonio Vensi l'anno 1874, p. 506; cfr. R. Roani, Episodi d'Arte e di Restauro nella chiesa di San Francesco e nella Cattedrale di San Miniato, in San Miniato nel Settecento. Economia, società, arte, a cura di P. Morelli, CRSM, Pacini Editore, Pisa, 2003, p. 219.
(06) G. Piombanti, Guida della Città di San Miniato al Tedesco. Con notizie storiche antiche e moderne, Tipografia M. Ristori, San Miniato, 1894, p. 109.
(07) Archivio Accademia degli Euteleti della Città di San Miniato, n. 87, Memorie della Sacra Immagine e dell'Oratorio del Santissimo Crocifisso detto del Castel-Vecchio, c. 423; ed. A. Matteoli, Arte e storia del Santuario del Santissimo Crocifisso a San Miniato, in «Bollettino dell'Accademia degli Euteleti della Città di San Miniato», n. 45, 1976, pp. 79-80.
(08) R. Wittkower, Arte e architettura in Italia. 1600-1750, 3a ed., Einaudi, Torino, 1993, pp. 140-141.
(09) T. Verdun, Cristo nell'arte europea, Electa, Milano, 2006, p. 198.
(10) R. Roani, Episodi d'Arte e di Restauro nella chiesa di San Francesco e nella Cattedrale di San Miniato, in San Miniato nel Settecento. Economia, società, arte, a cura di P. Morelli, CRSM, Pacini Editore, Pisa, 2003, pp. 220-221.

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