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lunedì 29 ottobre 2018

IL 30 OTTOBRE 1922 A SAN MINIATO: QUANDO MUSSOLINI ANDO’ AL GOVERNO

a cura di Francesco Fiumalbi

Il 30 ottobre 1922, dopo la cosiddetta “marcia su Roma”, il Re Vittorio Emanuele III incaricò Benito Mussolini di formare il nuovo Esecutivo. Come nel resto d’Italia, anche a San Miniato fu organizzata la “mobilitazione” e la popolazione seguì le concitate vicende di quei giorni.
Di tutto questo abbiamo una straordinaria testimonianza, ovvero il resoconto proposto da Giulio Giani, che ricopriva la carica di segretario politico del fascio di San Miniato, pubblicato sul periodico sanminiatese «La Voce Fascista», Anno I, n. 21 del 4 novembre 1922.

Giulio Giani all’epoca aveva appena 22 anni. Aveva partecipato alla Prima Guerra Mondiale fra i Bersaglieri e una volta rientrato a San Miniato aderì al fascio di combattimento, divenendone il segretario politico. In seguito, abbandonò la carica di segretario politico anche se rimase una figura di primo piano nel panorama sanminiatese. Partecipò alla Seconda Guerra Mondiale come Capitano Medico e combatté con il V Reggimento Bersaglieri in Albania e poi in Tunisia, dove morì nel campo di aviazione di Aounina il 22 gennaio 1943. In proposito DBDSM – GIANI GIULIO

Benito Mussolini a conclusione della marcia su Roma, circondato dai quadriumviri

Il testo di Giulio Giani rappresenta prima di tutto una testimonianza diretta di quanto avvenne in quei giorni, ed in particolare a San Miniato. Sebbene si tratti di un brano celebrativo, carico della retorica del tempo, è estremamente circostanziato e ricco di dettagli. Dopo la Grande Guerra e i difficili momenti che seguirono la fine del conflitto, cominciava per l’Italia e per San Miniato un periodo nuovo, carico di grandi aspettative, ma che si concluse con la tragedia di una nuova guerra. Negli attimi concitati di quei giorni, con il Municipio commissariato (dopo che il sindaco e la giunta socialisti erano stati costretti alle dimissioni da un’azione squadrista operata nel giorno del “Natale di Roma” il 21 aprile 1921 e in conseguenza de i “fatti di Empoli” del 1 marzo 1921), l’unica autorità che tentò di tenere la situazione sotto controllo furono i Carabinieri che tentarono di difendere strenuamente l’ufficio del telegrafo. Tuttavia, l’evolversi della situazione a favore dei fascisti, con l’ufficio del telefono occupato, la sottoprefettura presa a seguito di accordi con il sottoprefetto e il Commissario Prefettizio isolato in Municipio, determinò il precipitare degli eventi. Il 30 ottobre San Miniato festeggiò il nuovo governo formato da Benito Mussolini: un imponente corteo sfilò per le strade cittadine, con migliaia di persone inneggianti al fascismo. Che ci piaccia o no, anche quel giorno fa parte della storia di San Miniato.

Di seguito il resoconto
(il testo, la punteggiatura e il grassetto sono quelli originali)

L’irresistibile vittoriosa riscossa Fascista
GLI AVVENIMENTI DURANTE LA MOBILITAZIONE A SAN MINIATO

Prodromi
Mercoledì scorso (24 ottobre 1922, n.d.r.) lo scrivente riceveva una visita gradita.
Era a trovarlo l’Avv. Lami della Federazione Provinciale, fascista fiorentina. Niente di strano in quella visita. Erano ancora sul tappeto delle questioni Sindacali, e già il locale Direttorio aveva chiesto l’aiuto della Federazione medesima. Evidentemente doveva trattarsi di quello.
Ma la visita assunse un carattere strano allorquando l’Avvocato Lami licenziando il Ten. Rag. Vannini pure membro del Direttorio che l’accompagnava, disse voler solo parlare al Segretario Politico.
Ecco il dialogo:
Quanti uomini conta il Fascio di S. Miniato?
Seicento circa.
Quanti squadristi?
Centoottanta circa.
Chi comanda le squadre?
Il Maggiore Amalfitano Arnaldo.
Sono fieri e disciplinati gli uomini?
L’affermo.
Avete armi?
No.
Vincerete coi canti e colle anime tese. Il 4 Novembre si deve festeggiare la vittoria, nell'Italia fascista. La consegna è di tacere e di tenersi pronti. Addio.
Tremavo: avevo compreso la grandiosità del momento. Avvisato la sera stessa il Comando delle Squadre, nella baldoria della vita normale sentimmo il sangue pulsare più forte: coi capi-squadra al corrente ci guardammo di faccia: ci stringemmo la mano, pregustammo l’ebbrezza della vittoria o della morte.

L’ordine di mobilitazione
Giovedì 25 Ott. un’altra visita gradita. Il bravo squadrista Quirini Vanni; dialogo più breve, recava i manifesti di mobilitazione. «Alea jacta erat». Ecco il testo del proclama:

Fascisti italiani!
L’ora della battaglia decisiva è suonata. Quattro anni fa, l'esercito nazionale scatenò di questi giorni la suprema offensiva che lo condusse alla vittoria: oggi, l'esercito delle camicie nere riafferma la vittoria mutilata e puntando disperatamente su Roma la riconduce alla gloria del Campidoglio. Da oggi principe e triari sono mobilitati. La legge marziale del Fascismo entra in pieno vigore. Dietro ordine del Duce i poteri militari, politici e amministrativi della direzione del partito vengono riassunti da un quadrumvirato segreto d'azione, con mandato dittatoriale.
L'esercito, riserva e salvaguardia suprema della nazione, non deve partecipare alla lotta. Il Fascismo rinnova la sua altissima ammirazione all'esercito di Vittorio Veneto.  Né contro gli agenti della forza pubblica marcia il Fascismo, ma contro una classe politica di imbelli e di deficienti che da quattro anni non ha saputo dare un governo alla Nazione. Le classi che compongono la borghesia produttrice
sappiano che il fascismo vuole imporre una disciplina sola alla Nazione e aiutare tutte le forze che ne aumentino l'espansione economica ed il benessere. Le genti del lavoro, quelle dei campi e delle officine, quelle dei trasporti e dell'impiego, nulla hanno da temere dal potere Fascista. Saremo generosi con gli avversari inermi; saremo inesorabili con gli altri.
Il Fascismo snuda la sua spada lucente per tagliare i troppi nodi di Gordio che irretiscono e intristiscono la vita italiana. Chiamiamo Iddio sommo e lo spirito dei nostri cinquecentomila morti a testimoni che un solo impulso ci spinge, una sola volontà ci accoglie, una passione sola c'infiamma: contribuire alla salvezza ed alla grandezza della Patria.
Fascisti di tutta Italia!
Tendete romanamente gli spiriti e le forze. Bisogna vincere. Vinceremo!
Viva l'Italia! Viva il fascismo!
IL QUADRIUMVIRATO

Mobilitati a mezzanotte, al mattino di venerdì (26 ottobre 1922) entrava nella sede primo fra tutti il gagliardo 1 manipolo agli ordini del tenente Bongi. Poche parole; le coronarono gli applausi e gli alalà dei fascisti.
Alle 11, in ordine perfetto agli ordini del tenente Altini giungeva alla sede il 2 manipolo, ed alle 14 circa giungeva dopo due ore di marcia il 3 manipolo, magnifico per disciplina e spirito di sacrificio, agli ordini del Sergente Sig. Banti Gino.
L’intera Centuria era alla sede. Di nuovo poche parole: di nuovo alalà ed entusiasmo. Eravamo pronti a scattare.
Arrivavano continuamente i triari che abbandonavano famiglia ed interessi con uno spirito di abnegazione che ci faceva pensare: tanta fede, tanto entusiasmo non possono che essere ricompensati da Dio e dagli uomini.

Episodi
Alla vetreria Rigatti di Casenuove (a San Miniato Basso, zona Fontevivo, tra via del Piano e via De Sanctis) lavoravano parecchi nostri squadristi. Per non paralizzare quel servizio e quell'industria era stato convenuto che solo i disponibili si sarebbero presentati alla mobilitazione; ma gli squadristi non vivevano; nella loro inerzia, fascisti, ardevano di febbre.
Ma 4 triari, vecchi e stanchi giunsero al Comando. = Abbiamo or ora finito il nostro turno di lavoro, ma là ci sono i giovani. Essi devono esser qui dove ogni giovane ha posto: noi li rimpiazzeremo nel turno = e ritornarono al lavoro.

L’organizzazione
Frattanto al Comando non si dormiva. Cinquecento e più uomini convenuti in S. Miniato dovevano essere alloggiati, provvisti di vettovagliamento.
Fu chiesto ed ottenuto il Teatro, indi ottenuto l’Asilo, provveduto al rancio dei singoli fascisti.
S. Miniato prese l’aspetto di una città di retrovia. Gli squilli di tromba si udivano a brevi intervalli ed i fascisti rispondevano con puntualità degna di un esercito ben organizzato e disciplinato.
Lo spirito dei fascisti era magnifico; non un lamento, non una parola di sdegno contro il tempo piovigginoso. Ravvolti nelle loro mantelline accorrevano degli accantonamenti alla Sede per prendere ordini e nelle ore di libertà si riunivano in piccoli gruppetti cantando allegramente le canzoni fasciste, inneggiando alla marcia per Roma, al Fascismo e ripetendo incessantemente il seguente ritornello:
E se ci manca un uomo fiero
Sarà Benito il condottier.
E così sempre per tutta la mobilitazione.

Gli ordini
Frattanto giungono ordini precisi:
«Partenza per Roma di una squadra, occupazione di pubblici uffici». E’ notte, la squadra è pronta per la partenza, i fascisti salutano entusiasticamente i partenti gridando «Arrivederci a Roma!» poiché tutti volevano partire per il grande cimento ed in tutti era il desiderio di porre piede nell'Eterna città per consacrarla all'Italia con un Governo Fascista.
Dopo la partenza della squadra è la volta dell’occupazione degli uffici pubblici. Il primo è l’ufficio telegrafico presidiato da 4 Carabinieri. La prima quadra del 1 manipolo si getta contro la porta: avviene una colluttazione coi Carabinieri, il Comandante del manipolo in testa entra nell'Ufficio, ma vi resta solo, gli altri sono respinti. Il momento diviene tragico. I Carabinieri non cedono ed il Comandante del manipolo era isolato dai suoi uomini. Un nuovo attacco era necessario. Si sferra l’attacco con estrema veemenza e l’ufficio viene occupato.
La mattina spunta piovigginosa come le altre. Nuove squadre della campagna si presentano al Comando Militare Fascista che già aveva disposto per l’occupazione del Telefono, Municipio e Sottoprefettura. Il 3 manipolo occupa senza trovare resistenza il telefono. Sono le 2 e si deve agire per l’occupazione della Sottoprefettura. Giungono in questo momento due automobili recanti il Comandante di Coorte Sig. Dal Canto ed il Membro della Federazione Avv. Lami Torquato che unitamente al Comando Fascista Samminiatese si recano alla Sottoprefettura mentre di corsa il 1 e il 2 manipolo ne occupano i locali. Si prendono accordi col Sottoprefetto e resta negli Uffici un buon nerbo di fascisti di guardia. La consegna data alle varie guardie era unica: isolare le autorità. Infatti al telegrafo si requisivano i telegrammi dell’autorità in arrivo ed in partenza, al telefono non si davano comunicazioni che di carattere amministrativo togliendo la spina in caso diverso.
Già tutti gli uffici Samminiatesi erano occupati quando sotto un acquolina penetrante arrivarono 7 camions di Fascisti. Sono gli squadristi dei Fasci vincitori. E’ la Coorte al completo che prende posto sotto il porticato di S. Domenico e che riparte in perfetto ordine dopo un quarto d’ora non senza aver inneggiato all'Italia, al Re, all'Esercito, a Mussolini.

Sotto il regime fascista
S. Miniato è in mano dei Fascisti. Anche il Municipio viene occupato da una squadra del 1 manipolo e viene posto a fianco del Commissario un fiduciario dei Fasci nella persona del Prof. Antonio Braschi con l’incarico di collaborare e controllare l’operato del Commissario e di far pressioni per la sollecita convocazione dei comizi elettorali amministrativi. Tutto procede in massimo ordine e disciplina. Dovunque si lavora i cittadini non si accorgono neanche che la rivoluzione Fascista è in atto.
Le guardie Fasciste continuano il loro servizio con ammirabile zelo. Degno di nota e di pubblico encomio è il manipolo di Corazzano e Balconevisi che al comando del Sig. Gino Banti disimpegna il servizio affidato con scrupolosa disciplina ed esattezza stando per ben 2 notti senza riposare. La cittadinanza entusiasta per la disciplina che regna fa a gara per aiutare l’organizzazione ed il vettovagliamento. Si invia paglia per gli accantonamenti, vino ed altri generi di conforto. Si compone poi un comitato di Signorine che offre all'ufficio di vettovagliamento, salame, prosciutto, uova, tabacco in abbondante quantità. I Fascisti che si vedono aiutati e sorretti raddoppiano il loro zelo. Sempre e dovunque l’entusiasmo regna superbo.
Siamo alla mattina del 30 ottobre. La data è degna del ricordo. Quattro hanni fa il nostro Esercito sfondava le linee del Piave e sconfiggeva l’Esercito austriaco, oggi è l’Esercito Fascista che sconfigge i rammolliti uomini di governo ed instaura un nuovo governo, con nuove direttive, con nuovi e più degni uomini.
Giunge la notizia che il Governo è composto da Mussolini con la maggioranza Fascista e giunge la notizia che le Legioni Fasciste sono entrate in Roma vittoriose e l’entusiasmo è al colmo. I Fascisti cantano, la popolazione gioisce, le case si adornano di tricolori ed il sole spunta a tratti dalle nubi che prima formavano un tetro velo nel cielo.
Il Comando Militare Fascista alle ore 12 dispone che gli squadristi mandati su 3 camions, debbano portare la lieta novella alle popolazioni di campagna e fa affiggere un manifesto invitando per le ore 16 tutta la popolazione e le Associazioni ad un corteo per glorificare l’avvento del potere Fascista, per festeggiare la vittoria Fascista.

L’Imponente corteo
Alle ore 16 già S. Miniato rigurgita di persone venute dalle più lontane frazioni appena avuto sentore della meravigliosa vittoria fascista. Nei volti dei convenuti si legge l’ansia di apprendere ufficialmente la notizia strabiliante e la gioia intima, la grande soddisfazione di sapere l’Italia libera finalmente dalle pastoie dei vecchi uomini di governo. Benché il cielo sia sempre grigio ed il tempo minacci di piovere purtuttavia la gente accorre ancora in Piazza G. Taddei (l’attuale Piazza del Popolo, già Piazza San Domenico) ove la 1 Centuria del Fascio sta ordinandosi per il corteo unitamente a tutti i Triari. La musica cittadina e quella della Scala rallegrano gli animi facendo vibrare nell’aria le note fatidiche dell’Inno di Mameli e di “Giovinezza”. D’un tratto si ode squillare altre trombe. E’ la fanfara di Cigoli che entra in Città seguita da circa 300 donne di Balconevisi e Vald’Egola che sfilando per tre, alla Fascista, seguono colle loro voci argentine le note delle trombe. L’animazione si fa più intensa. Sono le 16.30 e tutto è pronto per lo sfilamento. Tre squilli di tromba annunziano l’arrivo dei Gagliardetti e delle fiamme scortate da due squadre di fascisti. Il Silenzio è massimo; i fascisti irrigiditi nella posizione d’attenti salutano romanamente.
Ormai è tempo di sfilare, il sole verso l’orizzonte manda i suoi raggi rossastri sulla Città in festa, il cielo è diventato come d’incanto di un bel colore azzurro e l’imponente corteo al suono della Marcia Reale incomincia a snodarsi per le vie di S. Miniato. Si calcola che circa 7000 persone formino l’imponente corteo. Apre il corteo il Gagliardetto nero del Fascio circondato dai membri del Direttorio e Segretario Politico, indi vengono le 9 squadre della 1 centuria, poi i Triari, il Fascio Femminile e l’Avanguardia Fascista. Sfilano inoltre i Mutilati, i Combattenti, il Gonfalone del Municipio con il Commissario Cav. Masiani ed Impiegati e quindi le Associazioni cittadine cui fa seguito la popolazione tutta ordinata per tre come se fosse sottoposte alla rigida disciplina Fascista.
In Piazza XX Settembre al Monumento dei caduti il Fascio, i Mutilati ed i Combattenti salutano romanamente.
Gli inni della Patria, alternandosi a quelli fascisti, vengono suonati dalle tre musiche del Corteo, mentre in perfetta disciplina 7000 persone festanti innanzano potenti alalà all'Italia, al Re, all’Esercito, a Mussolini.
In Piazza G. Taddei il corteo forma tre cerchi concentrici. Al centro stanno le musiche.

Parla il Segret. Politico del Fascio
Squilla un attenti si fa un silenzio di tomba. Il Segretario Politico del Fascio Sig. Giani Giulio da un balcone prende la parola e con breve ma vibrato discorso annunzia ufficialmente alla cittadinanza acclamante freneticamente che l’Italia finalmente è fascista dalle Alpi alla Sicilia, ed invia al Re, all'Esercito, a Mussolini un potente Alalà cui fa coro la massa dei convenuti.
L’oratore, terminato il breve discorso d’occasione, con nobili parole inaugura il Gagliardetto del Fascio Femminile e lo consegna alla Signorina Enrica Rigatti che l’agita vivamente nell'aria. Al suono degl’inni fascisti il Corteo si scioglie e mentre la popolazione si sbanda per ritornare a casa, i fascisti sempre mobilitati, dopo aver scortato fino alla Sede i Gagliardetti e le Fiamme, inquadrati si recano a consumare il rancio per poi attendere ai servizi di guardia agli Uffici e di ronda per la Città.

[Segue la descrizione della smobilitazione]

domenica 19 febbraio 2017

BUCCIANO: L'EPIGRAFE DEI CADUTI DELLA PRIMA GUERRA MONDIALE SULLA FACCIATA DELLA CHIESA DI SAN REGOLO

a cura di Francesco Fiumalbi

Indice del post:
INTRODUZIONE
IL COMITATO PER LA COMMEMORAZIONE DEI CADUTI
LO SCOPRIMENTO DELL'ISCRIZIONE
LA POLEMICA FASCISTA E IL CLIMA DI QUEI GIORNI
IL TESTO DELLA EPIGRAFE: I NOMI DEI CADUTI DI BUCCIANO
UN PICCOLO MISTERO: IL MAGGIORE GUIDO PIRAGINO
GLI ARTICOLI SULLA STAMPA DEL TEMPO

INTRODUZIONE
In questo post sono proposte le informazioni relative all'epigrafe commemorativa collocata nel 1922 sulla facciata della chiesa di San Regolo a Bucciano e in cui sono scolpiti i nomi degli abitanti di quella parrocchia che morirono durante la Prima Guerra Mondiale. Occorre precisare che all'epoca facevano parte del “Popolo di Bucciano” gli abitanti di una vasta area della Valdegola, comprendente anche l'odierno centro di La Serra e di una buona fetta della Valdichiecina (Barbinaia, Casaccia, Santa Barbara, etc). Va detto che in questi luoghi, relativamente lontani dai centri urbani più grandi, la chiesa rappresentava non solo il punto di riferimento religioso, ma anche quello sociale dell'intera comunità, che era costituita da decine di famiglie sparse in un territorio molto ampio.
Entro i confini del Comune di San Miniato, a partire dal 1919, furono eretti monumenti, creati parchi e viali della Rimembranza e installate numerose epigrafi commemorative dedicate alla memoria di quei soldati che morirono durante la “Grande Guerra” e che nell'intero territorio furono quasi 500. [VAI AL POST: I CADUTI SANMINIATESI DELLA PRIMA GUERRA MONDIALE ]

La chiesa di San Regolo a Bucciano
Foto di Francesco Fiumalbi

IL COMITATO PER LA COMMEMORAZIONE DEI CADUTI
Un po' come avvenuto in altre comunità sanminiatesi, anche a Bucciano l'iniziativa di rendere omaggio ai Caduti fu presa da un apposito comitato costituito da personalità locali, senza il diretto coinvolgimento dell'Amministrazione Comunale.
Il comitato esecutivo Pro lapide caduti in guerra fu presieduto dal Cav. Alfonso Lorenzelli (che nel 1911 aveva acquistato la Villa di Bucciano, già dei Morali, e aveva preso parte alla Prima Guerra Mondiale), affiancato dal Vicepresidente Vincenzo Morelli, dal Parroco Don Carlo Caponi e da altri abitanti come Primo Mannucci, Pompeo Bulleri, Pellegrino Rossi, Luigi Benedetti, Giuseppe Boldrini e Michele Mannucci.

LO SCOPRIMENTO DELL'ISCRIZIONE
L'inaugurazione dell'epigrafe avvenne nella mattina di sabato 14 ottobre 1922, alla presenza delle massime autorità civili, militari e religiose presenti in San Miniato come il Sottoprefetto Giovanni Munichi, il Commissario Prefettizio Attilio Masiani, il Commissario di Pubblica Sicurezza Stoia, il Capitano dei Carabinieri Gamucci, il Vescovo Mons. Carlo Falcini. Presente anche il Canonico Genesio Chelli, allora parroco della chiesa di Santa Caterina, già Cappellano Militare durante la Prima Guerra Mondiale e personalità molto attiva nel mantenere viva la memoria dei Caduti, intervenendo in prima persona nei vari comitati e alle varie cerimonie commemorative.

La facciata della chiesa di San Regolo a Bucciano
Foto di Francesco Fiumalbi

LA POLEMICA FASCISTA E IL CLIMA DI QUEI GIORNI
La cerimonia di scoprimento destò una vivace polemica alimentata dalle colonne del periodico sanminiatese «La Voce Fascista», in cui fu denunciato il mancato coinvolgimento dell'Associazione Nazionale Combattenti e delle altre associazioni cittadine, nonché l'inopportuno “passaggio” offerto al Can. Genesio Chelli dal camion della Pubblica Sicurezza. Aspre critiche furono riservate anche ad Alfonso Lorenzelli.
La velleità di tali denunce, inizialmente esposte in forma anonima, fu oggetto di una determinata risposta da parte del medesimo Canonico Chelli sulle colonne de «La Vedetta», periodico sanminiatese di ispirazione cattolico-popolare. Il botta-risposta sulle pagine della carta stampata è rivelatore del clima del tempo: fra il 27 e il 28 ottobre 1922 si svolse la cosiddetta “Marcia su Roma” che culminò con l'ingresso delle camicie nere nella Capitale e l'incarico di formare il governo, dato dal Re Vittorio Emanuele III a Benito Mussolini, il successivo 30 ottobre. Dunque lo scoprimento dell'epigrafe di Bucciano avvenne appena due settimane prima di tali episodi. Inoltre, il Cav. Alfonso Lorenzelli faceva parte della classe dirigente sanminiatese, era stato membro della Giunta comunale dal 1915 al 1920 ed era stato tra i fondatori della sezione cittadina del Partito Popolare (formazione politica d'ispirazione cattolica e in forte polemica sia col fascismo che con i socialisti e i comunisti).
L'ulteriore controreplica sul giornale fascista avvenne il 4 novembre 1922, con Mussolini ormai al governo, assieme ad un comunicato dell'Associazione Nazionale Combattenti (sodalizio in cui militavano i reduci della guerra e, di questi, molti avevano manifestato la propria adesione al fascismo). Sull'episodio poi cadde il silenzio.
C'è da dire che senza questi interventi sulla stampa, non sarebbe rimasto un riscontro dell'inaugurazione dell'epigrafe di Bucciano e non avremmo avuto idea del clima di quei giorni, che andava ad influenzare anche episodi come questo.

IL TESTO DELLA EPIGRAFE: I NOMI DEI CADUTI DI BUCCIANO
Di seguito è proposta la trascrizione delle parole contenute nell'epigrafe collocata sulla facciata della chiesa di San Regolo a Bucciano. Rispetto all'elenco ufficiale dei Caduti sanminiatesi, redatto nel 1928, manca il nominativo di Piampiani Ersilio. Al momento si ignora il motivo di tale esclusione (forse si era trasferito o apparteneva ad una comunità limitrofa).
N.B. Con il segno dell'asterisco sono contrassegnate quelle date di morte che differiscono da quelle indicate nell'Albo d'Oro dei Caduti Militari della Guerra 1915-18. Su ciascun nominativo è presente un link che rimanda alle singole note biografiche.

NELLA GUERRA MONDIALE 1915-1918
DI QUESTO POPOLO VITTIME GLORIOSE
FURONO

PIRAGINO MAGG.RE CAV. GUIDO    DEF. 4-6-1917
BENEDETTI ZELINDO                            "   15-2-1917
BIANCHI ARMANDO                             "     6-7-1916
  CACIAGLI ANGIOLO                               "   7-12-1915*
DOLFINI PARIS                                       "   11-7-1919
  FALORNI ANGIOLO                               " 26-11-1916*
GALLERINI QUINTILIO                          "    31-8-1916
GIUNTI ARISTIDE                                   " 26-11-1918
  MANNUCCI LUCHINO                           " 14-12-1918*
RINALDI OLINTO                                    "    16-9-1917
  ROSSI MARIANO                                    "   16-3-1616*
SENESI EUGENIO                                   "   13-4-1916
 QUAGLI QUINTILIO                                "  1-12-1917*
TAVERNI ORESTE                                   "   31-5-1917
TELLESCHI CESARE                                "   17-5-1917
TERRENI GIOVANNI                               "   19-4-1916
 TESTI SABATINO                                      "  21-8-1917*
TOGNETTI PRIMO                                  "   24-5-1918

REQUIESCANT

L'iscrizione dedicata ai Caduti della Prima Guerra Mondiale
sulla facciata della chiesa di San Regolo a Bucciano
Foto di Francesco Fiumalbi

UN PICCOLO MISTERO: IL MAGGIORE GUIDO PIRAGINO
Il primo posto in alto nell'elenco dei Caduti appartiene al Maggiore Guido Piragino, originario del teramano, morto sul Carso nel 1917 e decorato con Medaglia d'Oro al Valor Militare. Il suo nome, tuttavia, non compare nell'elenco ufficiale dei Caduti sanminiatesi redatto nel 1928 e al momento non è stato possibile individuare le ragioni che portarono all'inserimento del suo nome sull'iscrizione commemorativa di Bucciano. Probabilmente si tratta di un legame familiare o affettivo con una persona del luogo, ma per ora non ci è dato sapere e perciò rimane un piccolo mistero.

GLI ARTICOLI SULLA STAMPA DEL TEMPO
Di seguito sono proposte le trascrizioni degli articoli di giornale da cui sono tratte tutte le informazioni contenute in questa pagina.

Estratto da «La Voce Fascista», anno I, n. 20 bis, del 17 ottobre 1922, p. 2:

BUCCIANO
Dopo che l'azione Fascista ha richiamato alla realtà il nostro popolo traviato dai mestieranti della politica, dopo che si è risvegliato negli animi il sentimento di Patria e di Nazione, in ogni borgata anche la più meschina si vogliono onorare e ricordare, affidando il ricordo alla tenace pietra, gli eroici soldati caduti per la Patria nell'ultima nostra grande guerra.
Anche Bucciano decise di onorare i suoi morti, i suoi più grandi figli, i suoi eroi e gl'instancabili coloni di quella borgata diedero l'incarico ai festaioli di portare a termine il loro nobile divisamento. Ma ci fu a chi non piacque che dei semplici coloni si prendessero gli onori di una così bella e lodevole impresa. Il Cav. Lorenzelli, assurgendo alla qualità di Signorotto medioevale, fece sua l'iniziativa del popolo di Bucciano rappresentato dai festaioli e si fece nominare Presidente del Comitato “Pro lapide caduti in guerra” aggregandosi i Sigg. Morelli Vincenzo Vice-Presidente, Mannucci Primo, Bulleri Pompeo, Rossi Pellegrino, Caponi Don Carlo Priore, Benedetti Luigi, Boldrini Giuseppe e Mannucci Michele.
Il giorno 14 c.m. alle ore 10,30 sulla facciata della Chiesa venne finalmente scoperta la lapide commemorativa dei caduti in guerra.
Presenziavano la cerimonia il Cav. Munichi Giovanni ff. di Sottoprefetto, il Commissario Prefettizzio Cav. Dott. Attilio Masiani e il Commissario di P.S. Cav. Stoia per l'autorità civile, il Capitano Gamucci comandante la locale compagnia dei RR. CC. ed 8 Carabinieri per l'autorità militare, Mons. Vescovo Falcini per l'autorità ecclesiastica. Pronunziò un discorso d'occasione il Can.co Genesio Chelli.
Terminata la mesta ed austera cerimonia le autorità convenute, il comitato, i festaioli ed altri invitati si riversarono in una sala della Canonica ed allegramente banchettarono ringraziandosi scambievolmente con discorsetti da dopo arrosto.
Fin qui la cronaca. Ma la critica oltrepassa gli ordinari limiti della semplice cronachetta e si sappia che l'osservatore estraneo alla festa critica e dice: «Lodevolissima l'iniziativa e l'opera del comitato ma perché non sono state invitate le Associazioni cittadine? Forse perché si temeva che anch'esse volessero banchettare? Ma almeno l'Associazione Nazionale Combattenti, che meglio di ogni altra si addiceva all'occasione, poteva essere invitata! Che forse l'Associazione Nazionale Combattenti non è ben vista dall'Egregio Presidente Dott. Lorenzelli Cavaliere della Corona d'Italia?
E le Autorità non si sono accorte di tutto questo? Perché (è sempre l'osservatore estraneo che critica e dice), per la festa del XX Settembre la Sottoprefettura era rappresentata da un semplice impiegato ed a Bucciano per una festa, che si può chiamare clandestina, si vedeva il ff. di Sottoprefetto Cav. Manichi con il Commissario di F. S. Cav. Stoia? Forse perché per il XX Settembre la cerimonia si fece dopo pranzo?
E la benzina sprecata per i viaggi fatti a Bucciano col camion della P. S. che fu adibito al trasporto di mobilie e di estranei come il Can. Chelli e qualche altro chi paga? E' naturale: Pantalone. E dire che io osservavo estraneo che critico e dico che una cellula vitale di quel Gran Pantalone che paga e lascia fare?» Che se ne pensa in San Miniato?
A nessuno certo dovrà far piacere la bella festa che faceva il Camion dell'«Autorità» che tornava dallo sbafo fatto di casinipista, da Sacerdoti quodavi processati per disfattismo, con la prova simile del colono il fachiano del PP. Cav. Chelli a braccetto del ff. di Sottoprefetto e del Capitano dei Carabinieri.
Che bella compagnia da calebrisella!

Estratto da «La Vedetta», anno IV, n. 34, del 24 ottobre 1922, p. 3:

DOPO LA FESTA DI BUCCIANO
Riceviamo e pubblichiamo

Pregiatissimo Sig. Direttore
Le sarei oltremodo grato se volesse pubblicare la presente mia lettera aperta, in risposta ad un articolo comparso su “Voce Fascista”...
Ringraziandosi
Can. Genesio Chelli

Mi è capitata in mano la «Voce Fascista» n. 20 del 18 u.s. e vi ho letto una lunga corrispondenza da Bucciano, contenente il resultato di una cerimonia patriottica-religiosa svoltasi in quella Chiesa il mattino del 14 u.s. A ore 12 e non ad ore 10,30.
Io non mi curo affatto di quanto, l'autore di tale corrispondenza, va scrivendo a carico di popolazioni e di persone: chi è stato colpito, pensi lui a difendersi: io, io solo, difenderò me stesso.
Anzitutto son dispiacente di non poter far la conoscenza con questo egregio scrittore di corrispondenze, in ogni modo egli sappia che l'ha da far con me, con uno che se non va bastonando né noiando alcuno, sa però tenere alta la fronte, e volgere più sereno lo sguardo, perché il suo passato, come il presente, è così fulgido così glorioso, da non temere niente neppur per l'avvenire, anche quando il signore sconosciuto, istigasse la popolazione a prender posizione e a fare reazione, (ma siamo sul Piave o nel Valdarno?).
In ogni modo mi è piaciuta l'osservazione che egli ha fatto, per il mancato invito della Sezione Samminiatese dei Combattenti, osservazione che avrei fatta anche io (scusi, ma lei è socio come me della Sezione Combattenti?) se non mi sovvenisse, che in occasioni simili verificatesi a S. Quintino, S. Lorenzo, S. Angiolo, Cusignano, Calenzano, e ultimamente a S. Pietro per l'inaugurazione di una lampada votiva, non partecipò mai il Consiglio della Seziona Samminiatese ufficialmente, ma vi partecipò il gruppo di Soci di quella Parrocchia ove si svolgeva tale cerimonia, e mai il Consiglio stesso ebbe a protestare.
E così fu a Bucciano: ma guarda proprio a Bucciano, fu un Socio della Sezione Combattenti che tenne non un semplice discorso, una canzoncina qualunque imparata a memoria, ma un'orazione se non splendida per la forma, commoventissima però al cuore di chi la fece, e di chi l'ascoltò, ispirata ai più alti sentimenti di patriottismo (vedi i quotidiani fiorentini!). Chi parlava in Bucciano, non era un mestierante della politica, (s'interroghi chi vi era presente!) non era un sobillatore di fosse, non era un factotum del P.P., era nient'altro che un autentico Sacerdote e un autentico Italiano le cui glorie militari posson suscitare la rabbia e il livore del corrispondente da Bucciano: era uno, che per tre anni sperimentò i dolori della trincea: era uno che può fare a meno di strombazzare le sue medaglie al valore e le sue onorificenze cavalleresche ed altro, quando più eloquemente può parlare l'anchilosato ginocchio destro, che colpito da pallottola, lo ha reso invalido per tutta la vita. Non fu mai il Can. Chelli factotum di alcun partito, perché se simpatizzò per il Popolare, lo riconobbe sempre e in coscienza come un partito bene armonizzante con i sublimi ideali di Religione e di Patria: no, il Can. Chelli non è il factotum della Politica, me è sempre l'anima di ogni forma di assistenza civile e religiosa a quanti sentono i terribili disagi di una lunga guerra: parlino per lui, i poveri vecchi, le madri, le vedove, gli orfani di guerra, e diranno la premurosa opera da lui svolta a loro vantaggio: ma più di loro, egregio sig. fascista anonimo, parla la sua coscienza, che non ho niente da rimproverargli.
Io andai a Bucciano poco dopo dell'alba di sabato scorso, trasportatovi da un discreto puledro, col quale potevo benissimo ritornare alla sera, se non fosse stata la gentilezza di un'illustre personaggio che mi avesse dato il modo di compire il viaggio di ritorno con un mezzo più celere di quello di un calesse di campagna. In ogni modo se per trasportare la mia persona, in camion, occorsero alcune goccie di più di benzina, non mi sgomenti, egregio sig. anonimo, sappia che ho del credito collo Stato, ho dei conti aperti con lui; per me Pantalone non da fallito: stia sicuro.
Io non tengo alla popolarità, non tengo a far chiasso, non tengo a cariche o a poteri: solo quando parlo di disgrazie o di fortune d'Italia, di sue glorie e di suoi trionfi, so quel che dico, sento profondamente quel che esprimo a parole, lavoro per l'Italia, per quell'Italia cui diedi la mia gioventù e il mio sangue, pronto a versarne dell'altro pur di vederla quale la vollero i nostri morti, temuta e grande.
E ciò sia suggello a maldicenze poco onorevoli in chi si rispetta e dovrebbe rispettar anche gli altri.
Can. Genesio Chelli

Estratto da «La Voce Fascista», anno I, n. 20 bis, del 4 novembre 1922, p. 2:

Per una corrispond. da Bucciano
Avrei replicato lungamente allo sproloquio del Cav. Can. Genesio Chelli in risposta ala mia corrispondenza da Bucciano, se la Direzione del Giornale, ritenendo un enorme banalità il rispondere nel momento attuale tanto fulgido di gloria per il Partito Nazionale Fascista ad una lettera provocante e zeppa di livore antifascista, non me l'avesse giustamente vietato.
Quale Fascista disciplinato ho obbedito. Quale uomo, che sa mostrare alta la sua fronte e che sa rispondere delle sue azioni, sento il dovere di farmi conoscere per dire al Cav. Can. Chelli: che un combattente ha stigmatizzato il mancato invito a Bucciano dell'Associazione Nazionale Combattenti e che un'altra volta faccia a meno di difendersi non accusato, (vedasi la sua corrispondenza da Bucciano che non tocca affatto il M. R. Can. Cav. Chelli) poiché un vecchio adagio latino dice “Excusatio non petita accusatio manifesta”
Rag. Vannini Alamanno
Associaz. Nazionale Combattenti
Sezione di S. Miniato
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Festa a Bucciano
Questo Consiglio Direttivo approva pienamente quanto il corrispondente nella Voce Fascista ha rilevato sul mancato invito della nostra Associazione alla festa religioso-patriottica di Bucciano.
Desidereremmo conoscere per quali ragioni i diversi comitati formatisi nelle varie frazioni in occasione di analoghe feste non hanno sentito il dovere d'invitare alla cerimonia una rappresentanza della nostra Associazione.
Protestiamo fin d'ora verso i responsabili dei mancati inviti augurando che l'episodio di Bucciano sia l'ultimo e che per l'avvenire non si ripeta altrettanto, poiché nessuno più dei Combattenti può degnamente tessere l'elogio dei compagni Caduti.
IL CONSIGLIO DIRETTIVO


lunedì 2 gennaio 2017

L'EPIGRAFE DEI CADUTI DELLA PRIMA GUERRA MONDIALE A ISOLA

a cura di Francesco Fiumalbi

Negli anni immediatamente successivi alla Prima Guerra Mondiale, in tutto il territorio sanminiatese furono collocate innumerevoli iscrizioni dedicate alla memoria dei Caduti. D'altra parte, nel solo Comune di San Miniato, coloro che persero la vita durante il conflitto bellico furono oltre 450. In ogni frazione furono tributate “manifestazioni patriottiche” o celebrazioni religiose in suffragio, istituiti “parchi” o “viali” della Rimembranza o apposite lapidi alla memoria. Molto dipendeva anche dalla disponibilità finanziaria e dunque anche dal numero degli abitanti del posto.

L'epigrafe dedicata di Caduti di Isola
durante la Prima Guerra Mondiale
Foto di Francesco Fiumalbi

L'EPIGRAFE
A Isola, almeno inizialmente, fu installata un'apposita iscrizione, visibile ancora oggi sulla parete occidentale dell'edificio del Circolo Ricreativo, che si affaccia su via Isola. Di seguito la trascrizione:

AI CADUTI PER LA PATRIA
CAMPAGNA 1915-1918
I
FASCISTI (?)
DELL'ISOLA

                            BENINSEGNI OSMAN               GIANNELLI ARMANDO
                            CENTI PIETRO                           GIANNELLI LUIGI
                            CECCANTI ALFREDO                 SCALI ADELINDO
                            CECCANTI GALLIANO               SCALI ALADINO
                            FONTANA GIOVANNI               SCALI ATTILIO
                            GABBRIELLI ITALO                    VALORI MICHELE

La lapide è realizzata in marmo, con i nomi e i simboli ricavati in leggerissimo rilievo, tanto che risultano di non facile lettura. Inquadrata da due colonne laterali, nella parte alta è raffigurata una corona intrecciata con due palme (simbolo del martirio), mentre in basso è inserita l'immagine del classico elmetto Adrian “Mod. 16” circondato da una corona d'alloro.

Fra i nomi, ben 5 sono di ragazzi nemmeno ventenni (Beninsegni Osman, Ceccanti Giuseppe, Scali Adelindo, Scali Aladino e Scali Attilio) Per ulteriori dettagli si vedano gli elenchi proposti ne I CADUTI SANMINIATESI NELLA PRIMA GUERRA MONDIALE. Nessuna informazione circa Giannelli Armando, che non risulta inserito nell'elenco ufficiale dei caduti sanminiatesi (1928) e neppure nell'Albo d'Oro dei Caduti Militari della Guerra 1915-18 (1926).

LA CERIMONIA DI INAUGURAZIONE
La cerimonia di inaugurazione avvenne nel giorno di domenica 12 novembre 1922, alla presenza di Manno Mannini (Vice Presidente dell'Associazione Nazionale Combattenti) e di Giulio Giani (Segretario Politico del Fascio di San Miniato) il quale, pronunciò un discorso sulla storia e sull'“opera” del fascismo. Non va dimenticato, infatti, che dal 31 ottobre 1922 Benito Mussolini era diventato il Presidente del Consiglio dei Ministri, a seguito della cosiddetta “Marcia su Roma” a cui avevano preso parte anche numerosi sanminiatesi. Dunque si può immaginare l'entusiasmo e la retorica nelle parole del Segretario Giani in questi primi giorni col fascismo al governo italiano. C'è da dire, inoltre, che il fascismo trasse un notevole impulso (materiale, ma anche ideologico) da coloro che erano tornati dalla guerra ed in particolare dalle associazioni dei reduci e degli ex-combattenti.

Di questa cerimonia è rimasto anche un breve resoconto pubblicato in «La Voce Fascista», Anno I, n. 22 del 19 novembre 1922, proposto di seguito:

Isola
Domenica ebbe luogo nella vicina frazione dell'Isola una imponente manifestazione patriottica per l'inaugurazione di un marmo in onore di gloriosi figli di quella terra caduti sui campi di battaglia.
Vi parteciparono tutte le Associazioni dell'Isola e dei paesi limitrofi; prestò servizio la premiata filarmonica della Scala. Fu formato un imponente corteo che percorse la via principale e le adiacenti del paese, fra l'entusiasmo della folla. Terminato il corteo, le associazioni si disposero in “quadrato” attorno al palco degli oratori e dietro a queste tutto il popolo si raccolse in religioso silenzio. Parlò per primo il Vice Presidente dell'Associazione Nazionale Combattenti Sig. Mannini Manno, il quale commemorò degnamente i Caduti, ricordando il martirio ed il sacrificio di coloro che furono “i più grandi artefici di nostra grandezza”.
Dopo prese la parola il nostro Segretario Politico Sig. Giani Giulio che nel suo poderoso discorso tratteggiò luminosamente tutta l'opera e tutta la storia del Fascismo.
I due oratori furono spesso interrotti da applausi e la fine del discorso fu salutato da grandiose ovazioni.
A tutte le Associazioni intervenute vada il nostro ringraziamento.


sabato 19 novembre 2016

IN PILLOLE [042] UN ATTO DI SQUADRISMO FASCISTA A ROFFIA NEL 1922

a cura di Francesco Fiumalbi
IL CONTESTO STORICO: I FASCI DI COMBATTIMENTO
Il periodo immediatamente successivo alla fine della Prima Guerra Mondiale fu caratterizzato da grandissime tensioni sociali: l'Italia era uscita stremata dalla guerra e il tessuto socio-economico, declinato completamente allo sforzo bellico, faticava a riconvertirsi. A ciò va aggiunta la moltitudine di reduci che, dalle trincee e dai vari campi di combattimento, aveva grandissime difficoltà a reinserirsi nel circuito produttivo post-bellico, già ai minimi termini.
Sono gli anni del cosiddetto “Biennio Rosso”, con aspre lotte operaie e contadine, specialmente nelle regioni centro-settentrionali. La radicalizzazione delle posizioni socialiste e comuniste, non fece altro che corroborare le controparti nazionaliste che tendevano a presentarsi come “difensori della Vittoria” e custodi dell'ordine costituito. Ed è in questo periodo che prese campo il fenomeno dello “squadrismo”, ben presto inquadrato da Benito Mussolini nei cosiddetti “Fasci di Combattimento” (23 marzo 1919), ove confluirono tutti quei gruppi nati autonomamente in tutto il territorio italiano. Le squadracce rivolsero la propria azione nella repressione degli avversari politici e prevalentemente contro il movimento operaio. Anche nel territorio sanminiatese si costituirono formazioni di questo tipo.

L'IRRUZIONE A ROFFIA NEL 1922
La sera del 20 settembre 1922, presso l'abitato di Roffia, si verificò un grave episodio dovuto ad un'azione squadrista. Cinque uomini, armati di bastoni e con il volto celato, irruppero nella frazione sanminiatese e indirizzarono il proprio intervento sul titolare dell'appalto, ovvero la bottega di generi alimentari che faceva anche da emporio. L'uomo fu fatto uscire dal negozio e, condotto in strada, fu aggredito dagli uomini che gli procurarono una grave ferita alla testa. Successivamente l'attenzione dei cinque squadristi si rivolse ai membri di una modesta famiglia che abitava nelle vicinanze.

Di questo episodio ne dette notizia «La Vedetta», il quindicinale sanminiatese di ispirazione cattolico-popolare, stampato dal 1919 al 1923. Dal testo traspare tutta la rabbia e il clima di paura del tempo. Nell'articolo del giornale, diffuso la domenica 24 settembre 1922, non vennero fatti nomi, neppure quelli delle persone aggredite. Tuttavia, dai dettagli forniti, all'epoca dovevano essere comunque riconoscibili le vittime dell'aggressione. Giuseppe Chelli, nipote di Don Lionello Benvenuti, ricorda che l'appalto era gestito negli anni '30 da Paolo Maltinti. Fu a lui, probabilmente che fu indirizzato l'atto di violenza. La colpa? Probabilmente l'aver manifestato contrarietà alle posizioni del fascismo, o anche solo essere vicino al movimento operaio e contadino.
L'autore dell'articolo, che non risulta firmato, è attento a non pronunciare il nome del fascismo, trattando l'episodio come un generico atto criminale con l'unico scopo, evidentemente, di evitare possibili azioni vendicative. Tuttavia occorre rilevare anche una punta di sarcasmo: gli autori dell'atto di violenza vengono più volte chiamati “eroi”, nel chiaro intento di indicare precisamente il contesto di provenienza degli aggressori.

L'autore dell'articolo, oltre a  condannare con fermezza l'episodio di violenza, lamentò un generale immobilismo delle istituzioni ed in particolare da parte dei corpi dediti alla pubblica sicurezza. D'altra parte si può immaginare che anche a San Miniato si respirasse un clima ormai orientato favorevolmente al fascismo. Non va dimenticato, infatti, che il mese successivo (27-28 ottobre 1922) si verificò la cosiddetta “Marcia su Roma” a cui presero parte anche diversi sanminiatesi, come abbiamo visto nel post IN PILLOLE [038] I SANMINIATESI CHE “MARCIARONO” SU ROMA. Va detto, infine, che il giornale «La Vedetta», che come in questo caso non aveva esitato a denunciare l'aggressività e i pericoli del fascismo, a partire dalla fine del 1923 cessò le pubblicazioni.

Chi fu l'autore dell'articolo? All'epoca, in un abitato come quello di Roffia, non dovevano essere molte le persone in grado di scrivere un articolo così preciso e circostanziato, attento alle parole utilizzate. Poteva trattarsi del parroco Don Augusto Mannelli (parroco a Roffia fino al 1925) o di Don Lionello Benvenuti (sacerdote coadiutore ed economo a Roffia dal 1921, poi rettore dal 1925 al 1944) che era stato Cappellano Militare durante la Prima Guerra Mondiale e che, dunque, conosceva bene i veri "eroi"? Oppure un'altra persona, comunque vicina alla Parrocchia di Roffia, dal momento che l'articolo fu pubblicato su un giornale di ispirazione cattolica? Non ci è dato sapere.

Di seguito il testo, estratto da «La Vedetta», anno IV, n. 32, del 24 settembre 1922, p. 3.

ROFFIA
21-9-1922
Ieri sera, circa le nove e mezzo, cinque individui bendati irruppero nell'appalto di questa frazione trascinando fuori a viva forza un giovinotto appartenente ad una famiglia per tradizioni e per unanime consenso di popolo rispettabilissima. Il giovinotto, che non smentisce le ottime tradizioni familiari, venne sulla via bastonato in malo modo e ridotto a letto per una ferita non lieve al cuoio cappelluto. Il medico chiamato d'urgenza fece il suo regolare referto.
Quindi gli eroi, imposto al proprietario di serrare l'unico pubblico esercizio di questa frazione, sfondaron la porta d'una povera casa abitata da altrettanto povera famiglia, salirono sull'unica camera e sul misero letto ove riposavano inflissero nerbate e legnate ad una povera madre ad un padre altrettanto infelicissimo che combatte da lungo tempo con la miseria e con le malattie che gli hanno ridotto una delle sue piccole figlie in uno stato da far pietà.
Ma non ebbero pietà della piccina gli eroi della serata.
Noi non domandiamo che si assuma ciascuno la responsabilità di queste gesta criminali: sappiamo che non ci può essere partito né individuo che possa in coscienza prendersi la paternità di certi atti barbarici. Anche i cinque eroi della serata del venti settembre si vergognavano di quello che compirono e vennero a Roffia bendati.
Domandiamo soltanto se in questa nostra disgraziatissima Italia esista ancora un'autorità che sappia tutelare la vita e la libertà dei singoli cittadini.
Ai bei tempi dell'ante guerra chi sa quante visite di carabinieri e di delegati e quanti sopralluoghi a quest'ora si sarebbero fatti.

Si ringrazia Giuseppe Chelli per le preziose informazioni fornite nella stesura di questo post.

Un dettaglio con due squadristi,
tratto dal manifesto realizzato in occasione dell'adunanza
degli squadristi che si tenne a Roma il 23 marzo 1939,
per celebrare il ventennale della costituzione
dei Fasci di Combattimento.


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