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martedì 24 dicembre 2019

25 LUGLIO 1943 A SAN MINIATO: LA CADUTA DI MUSSOLINI

a cura di Francesco Fiumalbi

IL CONTESTO ITALIANO
L’Italia si trovava in una situazione militare disastrosa: dopo le disfatte in Africa Settentrionale (su tutte El Alamein del 23 ottobre 1942), che avevano segnato la perdita delle colonie, gli Alleati avevano iniziato l’occupazione del territorio nazionale, con la resa di Pantelleria (11 giugno 1943) e l’invasione della Sicilia, iniziata il 10 luglio 1943. Il 19 luglio le forze aeree anglo-americane avevano bombardato Roma, provocando la morte di oltre 700 civili e il ferimento di oltre 1600 persone. Anche Pio XII, commosso da quanto accaduto, accorse nel quartiere di San Lorenzo a dimostrare la propria vicinanza alla popolazione. Questo avvenne mentre Mussolini stava incontrando Hitler a Feltre.

La prima pagina del Corriere della Sera
Anno LXVIII, n. 177 del 26 luglio 1943 – Edizione della Mattina

LA SEDUTA DEL GRAN CONSIGLIO E
L’ORDINE DEL GIORNO GRANDI
Nella notte fra il 24 e il 25 luglio 1943, durante l’ultima riunione del Gran consiglio del fascismo a Palazzo Venezia – che non si riuniva dal 7 dicembre 1939 – fu approvato il cosiddetto “Ordine del Giorno Grandi”. Al tavolo sedeva anche l’on. Guido Buffarini Guidi, pisano, che era stato più volte a San Miniato, come nell’occasione dell’inaugurazione del Padiglione Montegrappa nel 1936. Di seguito il testo approvato:

Il Gran Consiglio del Fascismo riunendosi in queste ore di supremo cimento, volge innanzi tutto il suo pensiero agli eroici combattenti di ogni arma che, fianco a fianco con la gente di Sicilia in cui più risplende l'univoca fede del popolo italiano, rinnovando le nobili tradizioni di strenuo valore e d'indomito spirito di sacrificio delle nostre gloriose Forze Armate, esaminata la situazione interna e internazionale e la condotta politica e militare della guerra proclama il dovere sacro per tutti gli italiani di difendere ad ogni costo l'unità, l'indipendenza, la libertà della Patria, i frutti dei sacrifici e degli sforzi di quattro generazioni dal Risorgimento ad oggi, la vita e l'avvenire del popolo italiano; […] dichiara che a tale scopo è necessario l'immediato ripristino di tutte le funzioni statali, attribuendo alla Corona, al Gran Consiglio, al Governo, al Parlamento, alle Corporazioni i compiti e le responsabilità stabilite dalle nostre leggi statutarie e costituzionali; invita il Governo a pregare la Maestà del Re, verso il quale si rivolge fedele e fiducioso il cuore di tutta la Nazione, affinché Egli voglia per l'onore e la salvezza della Patria assumere con l'effettivo comando delle Forze Armate di terra, di mare, dell'aria, secondo l'articolo 5 dello Statuto del Regno, quella suprema iniziativa di decisione che le nostre istituzioni a Lui attribuiscono e che sono sempre state in tutta la nostra storia nazionale il retaggio glorioso della nostra Augusta Dinastia di Savoia.

GLI EFFETTI DELLA VOTAZIONE
La storiografia si è a lungo interrogata sui tanti “perché?” dell’ordine del giorno presentato da Dino Grandi. Si trattò del suicidio politico dello stesso regime fascista? Fu un colpo di stato delle forze militari appoggiato dalla Corona? Molto probabilmente si trattò di entrambe le cose assieme [in proposito E. Gentile, 25 luglio 1943, Ed. Laterza, Roma-Bari, 2018]. Sta di fatto che, il giorno successivo, Mussolini andò a colloquio con Vittorio Emanuele III. Il monarca comunicò al duce la sua sostituzione da Capo del Governo con il Gen. Pietro Badoglio e all’uscita da Villa Savoia fu tratto in arresto dai Carabinieri Reali. Alle 22.45 del 25 luglio 1943, furono interrotte le trasmissioni radiofoniche e venne dato il seguente comunicato:

Sua Maestà il Re e Imperatore ha accettato le dimissioni dalla carica di Capo del Governo, Primo ministro, Segretario di Stato di Sua Eccellenza il Cavaliere Benito Mussolini, ed ha nominato Capo del Governo, Primo ministro, Segretario di Stato, il Cavaliere, Maresciallo d'Italia, Pietro Badoglio.

Un annuncio stringato che voleva significare una sola cosa: era la fine del regime fascista. Ciò portò il nuovo Governo a sottoscrivere l’Armistizio di Cassibile dell’8 settembre 1943. Durante i quaranta giorni che andarono dalla caduta di Mussolini alla notizia della resa italiana, le forze Alleate cercarono di forzare il negoziato e di affrettare l’Italia verso una rapida risoluzione, attraverso drammatiche azioni di bombardamento sulle principali città italiane. Alla fine giunse il knock Italy out, che ebbe come conseguenza l’occupazione tedesca sull’Italia centro-settentrionale, la nascita della Repubblica Sociale Italiana e infine la guerra civile. L’Italia usciva militarmente dalla guerra, ma la guerra per gli italiani era tutt’altro che finita.

La prima pagina de La Stampa
Anno LXXVII, n. 177 del 26 luglio 1943 – Edizione della Sera

GLI EFFETTI A SAN MINIATO
La radio era uno strumento abbastanza diffuso in città e la notizia dell’avvicendamento al Governo fu diffusa rapidamente. Soltanto i contadini, coloro che abitavano in campagna, probabilmente rimasero all’oscuro fino al giorno successivo. In ogni caso, l’avvenimento destò molto scalpore, tanto in coloro che erano rimasti fino a quel momento vicini al regime e che non si aspettavano, dopo oltre 20 anni, una fine così rapida e immediata, quanto in coloro che bramavano la fine del fascismo e che furono colti anch’essi praticamente alla sprovvista.

Nel volume San Miniato durante la Seconda Guerra Mondiale (1939-1945). Documenti e cronache [Amministrazione Comunale e Biblioteca Comunale di San Miniato, Giardini Editori, Pisa, 1986, p. 76] sono riportate alcune preziose testimonianze che erano state raccolte in formato audio, su bobina, e conservate presso l’Archivio Storico. Di seguito un breve sunto.

Don Luciano Marrucci ricordò che si trovava al Bar Cantini, quando giunse la notizia della caduta di Mussolini. Subito scoppiarono manifestazioni spontanee di gioia, come una liberazione. I fascisti sanminiatesi rimasero in silenzio, accusando il duro colpo. Il giorno successivo, come ricordato da Alberio Falaschi, un gruppo di persone andò a rimuovere le insegne, i simboli del fascio littorio. Furono prese le scale e fu rimosso il simbolo che campeggiava su Palazzo Piccolo, allora sede del PNF, come indicava l’iscrizione “Palazzo Littorio”. Assieme a lui c’era Bruno Gozzini, il quale ebbe la prontezza di afferrare la macchina fotografica e di immortalare il momento in cui avvenne la rimozione, appostato sulla porta del negozio dello zio. Mario Caponi, impiegato alla Cassa di Risparmio, ricorda il clima di agitazione e di fermento che si respirava attraverso le strade sanminiatesi. A Ponte a Elsa, la notizia della caduta di Mussolini colse le persone mentre si trovavano al cinematografo. Mariano Mannucci, presente in quel momento, ricordò che le persone uscirono immediatamente dalla sala e si ritrovarono, assieme ad altri, davanti al bar “da Bianchina”. I presenti intonarono Fratelli d’Italia.

In ogni caso, le autorità governative si preoccuparono di mantenere un clima il più possibile "normale", tenuto conto dello stato di guerra, raccomandando altresì la regolarità dei servizi. La preoccupazione maggiore, evidentemente, riguardava l'ordine pubblico e la possibilità di scioperi indiscriminati o di plateali azioni di protesta, tanto da parte dei fascisti che potevano sentirsi traditi dalla Corona, quanto da parte degli antifascisti che potevano approfittare della situazione delicata. In un momento come quello, con il primo avvicendamento ai massimi livelli dello Stato dopo circa un ventennio e le trattative per la resa italiana ormai avviate con gli Alleati, si capisce come tali raccomandazioni andassero nella direzione di far apparire il Governo Badoglio come un esecutivo saldo, in grado di controllare il Paese e dunque capace di porsi come un interlocutore più che credibile nei confronti delle potenze occidentali, che ormai avevano occupato parte della Sicilia e che lavoravano per il knock Italy out.

Presso l'Archivio Storico del Comune di San Miniato è conservato un telegramma inviato dal Prefetto di Pisa il giorno 26 luglio 1943 alle ore 2.30 del mattino a tutti i podestà della Provincia e dunque anche a quello di San Miniato [ASCSM, Archivio Postunitario, Carteggio per categorie, 1943, F200S062UF176], il cui testo è riportato di seguito:

1001 gab. Nell'attuale momento vostra opera deve essere più che mai rivolta ad assicurare tutela op. et regolarità servizi. Alt. Nessuno deve turbare in qualsiasi modo op. et vita nazionale in guerra e provvedere massima energia et reprimere qualsiasi infrazione. Alt. Conto su vostro personale impegno. Alt.
Prefetto Berruti 

Di seguito le immagini scattate da Bruno Gozzini e altre fotografie relative al Palazzo Littorio:

Abbattimento dei simboli fascisti sul Palazzo Littorio
San Miniato, via IV novembre – 26 luglio 1943
Foto scattata da Bruno Gozzini

Abbattimento dei simboli fascisti sul Palazzo Littorio
San Miniato, via IV novembre – 26 luglio 1943
Foto scattata da Bruno Gozzini


Palazzo Littorio a San Miniato, via IV novembre

In una cartolina degli anni '30 del XX secolo


Palazzo Littorio a San Miniato, via IV novembre
Particolare della scritta e dei simboli fascisti


In una cartolina degli anni '30 del XX secolo


Palazzo Piccolo, già Palazzo Littorio
come si presenta oggi
Foto di Francesco Fiumalbi

sabato 13 luglio 2019

NON REVOCATE LA CITTADINANZA A MUSSOLINI

di Francesco Fiumalbi

Non revocate la cittadinanza onoraria a Benito Mussolini. Si, avete capito bene e non mi sono bevuto il cervello. Sono stato io a creare questo “imbarazzo”, andando a rispolverare una vecchia delibera del 1924 con la quale il Comune di San Miniato concesse l’onorificenza al capo del fascismo. Adesso, con questo post desidero togliere i miei concittadini da un sì grave turbamento, proponendo un’argomentazione che spero possa essere facilmente e largamente condivisa. Ma andiamo con ordine.

A partire dal ritrovamento di quella delibera del 1924 si è aperto un vivace dibattito sull'opportunità di revocare il riconoscimento, un po' come avvenuto negli ultimi due anni nei comuni circonvicini: Empoli, Castelfiorentino, Vinci, Fucecchio, Montopoli e Santa Croce sull’Arno. Come era prevedibile si sono formate due “fazioni” contrapposte: da una parte i fautori della revoca, motivata dal fatto che l'Italia è una Repubblica democratica che annovera l’antifascismo fra i suoi valori fondanti (si veda la XII disposizione transitoria e finale della Costituzione, e la cosiddetta “Legge Scelba”, la n. 645/1952); di opinione opposta chi ritiene che un simile provvedimento sia un'inutile perdita di tempo, un'operazione nostalgia, buona a distogliere l'attenzione da problemi contingenti più gravi e imminenti, appellandosi anche alla “storicizzazione” del provvedimento.


L’aspetto che ha destato maggiore curiosità è stato proprio quello della storicizzazione dell’onorificenza. Per quale motivo la questione della cittadinanza onoraria a Mussolini è venuta fuori solamente nel 2019 – attraverso un post pubblicato su questo blog – e nessuno, in passato, si è mai sognato di toglierla? Come mai non nel 1945, non nel 1960, non nel 1985? Dobbiamo chiedercelo davvero, poiché il Comune di San Miniato è stato amministrato da sindaci che sono stati partigiani, cioè che hanno partecipato attivamente alla lotta contro il fascismo. Senza dimenticare che nel secondo dopoguerra i partiti che hanno governato il municipio – su tutti il Partito Comunista d’Italia – hanno goduto di un consenso larghissimo, con percentuali schiaccianti. Ed è proprio la risposta a tale domanda che ci fornisce la chiave per “leggere” la delibera del 1924 e proporre una convincente argomentazione sul perché oggi, nel 2019, non vada tolta la cittadinanza onoraria al duce del fascismo.

L’interrogativo è serio, ma non dobbiamo fermarci alle prime impressioni. Qualcuno ha parlato di “ignoranza”: nessuno avrebbe pensato a revocare l’onorificenza a Mussolini, semplicemente perché nessuno ne era conoscenza. L’ipotesi è suggestiva, ma non sta in piedi: figurarsi se nel 1945 non c’era possibilità di memoria per una delibera del 1924! È un po’ come se oggi, nel 2019, nessuno si ricordasse di una cosa accaduta nel 1998. Alcuni avranno dimenticato, ma non certo tutti. Va poi ricordato che il Comune di San Miniato ha una lunghissima tradizione archivistica e i documenti storici sono stati visionati, analizzati e studiati da centinaia e centinaia di studiosi dal 1945 ad oggi. Per favore, non raccontiamoci balle.

Altri hanno avanzato l’ipotesi che la mancata revoca sia il frutto di una scelta ben ponderata, al fine di condannare all'oblio la figura del capo del fascismo, considerando le polemiche che avrebbe suscitato l’annullamento della cittadinanza. Figuriamoci se chi aveva impugnato le armi contro il fascismo poteva farsi scrupolo di una eventuale polemica su una cosa del genere: chiunque avesse mosso anche una piccola obiezione ad una tale decisione, sarebbe stato subito bollato come fascista, con le inevitabili conseguenze del caso.

Insomma, affermare che sia stata una dimenticanza o una precisa strategia di gestione della memoria si fa offesa all'intelligenza dei nostri nonni e dei nostri padri, che hanno costruito l’Italia democratica in cui viviamo oggi. A nessuno è venuto il dubbio che una cosa del genere sia semplicemente inspiegabile con i soli nostri criteri contemporanei?

Viviamo in un tempo in cui in Italia, ma anche in Europa e in buona parte del mondo, in molti gridano ad un possibile ritorno del fascismo. Nel recente saggio Chi è fascista oggi [Laterza, 2019], Emilio Gentile – uno dei maggiori storici del fascismo italiano – sostiene che si stia assistendo alla formulazione di una teoria che propugna l’esistenza di un “fascismo eterno”, basata sull'uso di analogie che spesso tendono a produrre falsificazioni della conoscenza storica, in un processo che tende a sostituire la storiografia con una sorta di astoriologia, dove il passato storico viene continuamente adattato ai desideri, alle speranze, alle paure attuali.
Emilio Gentile mette in guardia sulle conseguenze di un tale fenomeno: penso che la tesi dell’eterno ritorno del fascismo possa favorire la fascinazione del fascismo sui giovani, che poco o nulla sanno del fascismo storico, ma si lasciano suggestionare da una visione mitica, che verrebbe ulteriormente ingigantita  dalla presunta eternità del fascismo. Lo storico va oltre e spiega che se oggi siamo di fronte al ritorno del fascismo, dobbiamo allora riconoscere che l’antifascismo non ha veramente debellato il fascismo nel 1945. Se così fosse, la celebrazione della Festa della Liberazione sarebbe la celebrazione di un falso storico, o comunque un abuso celebrativo, perché nel 1945 l’antifascismo avrebbe vinto una battaglia contro il fascismo e non la guerra.

Partendo da questo assunto, ricordiamo che il 25 aprile 1945 il fascismo è stato sconfitto storicamente e definitivamente. Dalle macerie del ventennio, è nata una nuova Italia: il 2 giugno 1946 il popolo italiano scelse l’istituzione repubblicana e dall’Assemblea Costituente nacque una nuova Costituzione, basata su valori democratici e, perciò, antifascisti.
Checché se ne dica la Repubblica Italiana è un nuovo Stato. Tuttavia, è anche vero che giuridicamente le leggi e i contratti in vigore precedentemente hanno continuato a valere, ma solo perché la nuova Italia non piombasse in un nuovo caos. Non hanno continuato a valere le determinazioni politico-ideologiche e anticostituzionali, cioè in contrasto con la nuova Costituzione, che sono decadute. E quindi sono decadute anche tutte le determinazioni, tutte le onorificenze e tutto ciò che poteva essere legato alla sfera propriamente fascista. E’ questo il motivo per cui nessuno ha mai pensato di togliere la cittadinanza a Mussolini. Perché è decaduta, in automatico, con la nascita della nuova Italia democratica.

I nostri nonni, i nostri padri, coloro che hanno costruito l'Italia democratica, non erano né ignoranti, né sprovveduti, né avevano la memoria corta. Il fascismo è stato sconfitto e il 25 aprile è un giorno di festa, indiscutibile e irrevocabile. Associandomi al ragionamento proposto da Emilio Gentile, trovo pericoloso pensare che quella delibera abbia un valore oggi. Sarebbe come voler affermare che il fascismo, in realtà, non sia stato sconfitto storicamente e definitivamente. Nessuno oggi si sognerebbe di revocare una deliberazione ideologica del Granducato di Toscana o del Regno delle due Sicilie. Sono due stati che, storicamente, sono stati aboliti, così come storicamente è stato sconfitto e abolito il fascismo, il suo apparato istituzionale e il suo corpo ideologico.

Per dimostrare la fondatezza di questa tesi, porterò un esempio sanminiatese. Durante il ventennio i nomi di alcune strade e piazze cittadine subirono una ridenominazione in senso fascista: piazza Giovacchino Taddei (già Piazza San Domenico) divenne piazza dell’Impero, la piazzetta di fianco al Municipio nel 1933 fu dedicata ad Arnaldo Mussolini, l’antica via di Sant’Andrea venne denominata viale Umberto Pontanari (un “martire” della rivoluzione fascista), la via di San Francesco fu ribattezzata viale 9 maggio, a memoria della data dell’annessione dell’Etiopia e della costituzione dell’impero. Queste denominazioni furono cambiate nel dopoguerra con due provvedimenti che presentano modalità diverse. Per capire bisogna fare attenzione alle date.

Il 2 agosto 1945 il Sindaco Concilio Salvadori comunicò all'Ufficio di Stato Civile che con la Deliberazione dell’11 ottobre 1944, n. 18, venne provveduto alla modifica delle seguenti denominazioni di alcune Vie e Piazze del Comune fra cui via 9 Maggio posta in Parrocchia di S. Stefano prenderà il nome di via Don Minzoni, [...] Viale Umberto Pontanari posto in Parrocchia di S. Stefano, prenderà il nome di Viale Giacomo Matteotti, Piazza dell'Impero posta in Parrocchia di S. Iacopo e Lucia prenderà il nome di Piazza del Popolo, […] Piazza A. Mussolini posta in Parrocchia della Cattedrale, prenderà il nome di Piazza Beccaria [il documento è pubblicato in San Miniato durante la Seconda Guerra Mondiale (1939-1945). Documenti e cronache, Amministrazione Comunale San Miniato, Biblioteca Comunale San Miniato, Giardini Editori, Pisa, 1986, p. 259]. 

Occorre notare che la prima delibera è dell’11 ottobre 1944, quando l’Italia era ancora divisa in due dalla guerra. La comunicazione del Sindaco all’Ufficio di Stato Civile è del 2 agosto 1945, a guerra conclusa, ma con il medesimo apparato istituzionale: l’Italia era ancora un regno, sul trono sedeva ancora Vittorio Emanuele III e il Governo era di unità nazionale, sotto la guida di Ferruccio Parri. Lo Stato di diritto era il medesimo, pertanto alle deliberazioni fasciste si oppone una nuova deliberazione antifascista.

Invece, nella seduta del Consiglio Comunale del 22 giugno 1946, l'Assessore Giulio Mario Conforti spiegò che la Piazza Vittorio Emanuele, la piazzetta adiacente al Municipio e la via che va dall'Arco del Seminario alla via Mangiadori, erano attualmente prive di targa e di nome, per avvenuto abbattimento delle targhe indicative. Pertanto propose al Consiglio:
(1) che la Piazza Vittorio Emanuele venga denominata Piazza della Repubblica;
(2) che la piazza adiacente al Municipio venga denominata Piazza Giuseppe Mazzini;
(3) che il tratto di via del Capoluogo, dall'arco del Seminario alla via Mangiadori venga denominata Via Martiri del Duomo, in omaggio alle Vittime innocenti che ignare della sorte che le attendeva, furono spinte in chiesa dai tedeschi e quindi massacrate nel modo che tutti sanno. Il Consiglio approvò la proposta all'unanimità, anche se la Prefettura di Pisa impose una variazione: da via Martiri del Duomo a via Vittime del Duomo, visto che la vicenda, già all'epoca, presentava contorni poco chiari e che solo dopo molti anni è stato possibile far luce sul drammatico episodio che vide la morte di 55 civili la mattina del 22 luglio 1944 all'interno della Cattedrale [ASCSM, Archivio Postunitario, Deliberazioni del Consiglio Comunale, F200 S010 UF19, Delibera n. 21 del 22 giugno 1946].

In questo caso osserviamo che la delibera del 22 giugno 1946 fu approvata a pochissimi giorni dal Referendum Istituzionale e dalla proclamazione della nascente Repubblica Italiana. Lo Stato istituzionale era cambiato e per cambiare il nome alle vie e alle piazze non venne cancellata alcuna deliberazione precedente. Semplicemente erano rimaste prive di denominazione, per avvenuto abbattimento delle targhe indicative ed erano spazi lasciati “vuoti”, dalla definitiva sconfitta della vecchia Italia fascista e monarchica, che furono riempiti dalla nuova Italia democratica e repubblicana. Non c’era più il bisogno di negare il passato, poiché il passato aveva già perso il proprio valore. L’Assessore Conforti non nomina nemmeno due delle tre vecchie denominazioni (piazza Arnaldo Mussolini e via Umberto I) poiché, essendo cambiato lo Stato, non avevano più ragione d’esistere. L’unico citato è Vittorio Emanuele, considerato un padre del Risorgimento, ma è stato un monarca e l’Italia era ormai diventata una repubblica democratica, distante dal vecchio modello di Stato monarchico e liberale.

In conclusione, la deliberazione del 1924 non ha più alcun valore dal 1946, poiché le forze antifasciste hanno vinto la guerra e il fascismo è stato sconfitto storicamente e definitivamente. Dalla guerra è nato un nuovo Stato: repubblicano, democratico e antifascista. Revocare la cittadinanza a Benito Mussolini, ovvero annullare la delibera del 1924, significa affermare che quella determinazione ha conservato la propria validità fino oggi, in aperta contraddizione con quanto affermato fin qui.

A chi sostiene che il Comune di San Miniato non possa sottrarsi, dal momento che gli altri comuni della zona hanno revocato le rispettive cittadinanze onorarie, rispondo che gli “errori” altrui non devono giustificarne altri. E per errore mi riferisco a quel fenomeno, descritto da Emilio Gentile, che vede la sostituzione della storiografia con l’astoriologia. E’ corretto usare la storia per aggiornare i nostri criteri e cercare di comprendere il presente attraverso le esperienze del passato, ma lasciamo il passato dov’è.

Sono consapevole che probabilmente queste mie parole cadranno nel vuoto. Mi piacerebbe sapere cosa penseranno gli storici se fra cent’anni troveranno una deliberazione sanminiatese del 2019 che revoca un provvedimento del 1924. Se va bene ci si faranno una grassa risata, ma se va male esprimeranno un giudizio molto severo. Fate vobis, ma non dite che non ve l’aveva detto nessuno.

lunedì 10 giugno 2019

BENITO MUSSOLINI CITTADINO DI SAN MINIATO

a cura di Francesco Fiumalbi

Come tutti i municipi italiani, anche il Comune di San Miniato omaggiò Benito Mussolini della “cittadinanza onoraria”, con provvedimento del 12 maggio 1924. L’attribuzione fu deliberata dal Commissario Prefettizio cav. Giulio Jahn durante il suo mandato, durato nemmeno un mese. In seguito, la decisione fu ratificata dal Consiglio Comunale durante la seduta di insediamento del 1 giugno 1924.




LA SITUAZIONE SANMINIATESE
Dalla primavera del 1921, infatti, il Comune di San Miniato era amministrato da un Commissario Prefettizio. Il 21 aprile 1921 – nella data simbolica del “Natale di Roma” – i fascisti sanminiatesi furono autori di una "azione" presso il municipio, costringendo il Sindaco socialista avv. Giovanni Manetti e il Consiglio Comunale a rassegnare le dimissioni. A tale iniziativa non fu opposta resistenza – era già accaduto ad Empoli, a Fucecchio, a Santa Croce e a Montopoli – e a San Miniato si aprì la crisi politica, tamponata dall'invio del Commissario Prefettizio Attilio Masiani il 4 maggio successivo (01). Masiani rimase in carica fino al 5 novembre 1922 quando, accusato di immobilismo e inettitudine rispetto alla “marcia su Roma” e al nuovo corso fascista, rassegnò le proprie dimissioni nelle mani del Prefetto di Firenze Vincenzo Pericoli (02). A sostituirlo fu chiamato il cav. Alfonso Afferni, membro del fascio di combattimento fiorentino, che rimase in carica fino al marzo del 1924. Fino alla fine dell’aprile successivo l’amministrazione fu commissariata dall’ing. Aurelio Giglioli – in seguito Sindaco di San Miniato dal marzo al settembre 1946 – poi sostituito dal cav. Giulio Jahn che era stato nominato con preciso e tassativo incarico di formare e insediare la amministrazione comunale, espressione della legittima aspirazione di tutto il Comune. Le elezioni amministrative, infatti, furono fissate per il 18 maggio 1924 (03).

Giulio Jahn, originario del Friuli, trovò impiego come ragioniere presso la Prefettura di Como (1885-1896) e successivamente alla Prefettura di Firenze (1916-1924). Ricoprì la carica di Commissario Prefettizio del Comune di San Miniato (aprile-maggio 1924) (04) e in seguito fu podestà di Aquileia.

IL CONTESTO NAZIONALE
Per quale motivo tale deliberazione fu approntata proprio nel maggio 1924? Il fascismo, dopo la marcia su Roma e la presa di potere (fine 1922), durante gli ultimi mesi del 1923 visse un periodo di crisi. Tanto che sia gli oppositori interni che gli osservatori stranieri consideravano l’esperienza del Governo Mussolini prossima alla conclusione. Lo stesso capo del fascismo cercava di dare stabilità tanto al partito quanto al governo, preoccupato dalle fratture interne. Tuttavia, le elezioni politiche del 6 aprile 1924 decretarono un’ampia affermazione del PNF (64,9%) che, grazie al nuovo sistema maggioritario ottenne 374 seggi su 535. Una maggioranza schiacciante, superiore ad ogni previsione iniziale. A quel punto fu chiaro che il regime fascista poteva operare in modo incontrastato, tanto da eliminare ogni tipo di opposizione, come avvenne col delitto di Giacomo Matteotti (10 giugno 1924) (05).

LA CITTADINANZA ONORARIA
Cosa significa concedere la “cittadinanza onoraria”? Si tratta dell’attribuzione di un’onorificenza da parte di un’amministrazione comunale ad una personalità che, attraverso il suo impegno e le sue opere, sia legata alla comunità locale o si sia distinta in azioni a vantaggio degli abitanti del comune, o dal cui valore abbia tratto vantaggio, il comune, lo Stato o addirittura tutta l’umanità.
Lo stesso Commissario Prefettizio dichiarò che l’idea di insignire Mussolini della cittadinanza onoraria fu lanciata dall’assemblea capitolina, nell’ambito delle celebrazioni del “Natale di Roma” (21 aprile 1924). Da quel momento il duce del fascismo divenne “cittadino onorario” praticamente in tutti i comuni dell’allora Regno d’Italia, come anche a San Miniato con la deliberazione del 12 maggio 1924.
Il mandato Giulio Jahn si esaurì con le elezioni amministrative che si svolsero il 18 maggio 1924. Gli ultimi provvedimenti del Commissario Prefettizio sono datati 30 maggio 1924. Il nuovo Consiglio Comunale eletto, nella seduta di insediamento del 1 giugno 1924, oltre ad eleggere il Sindaco Piero Folco Gentile Farinola e gli assessori della nuova Giunta, ratificò la precedente deliberazione. Insomma, ci misero il cappello sopra.

LE DELIBERAZIONI DEL COMMISSARIO E DEL CONSIGLIO COMUNALE
Di seguito la delibera del Commissario Prefettizio Giulio Jahn [Archivio Storico del Comune di San Miniato, Archivio Postunitario, Deliberazioni del Consiglio Comunale, F200S010UF16, Delibera n. 39 del 12 maggio 1924]:

Cittadinanza onoraria a S.E. Benito Mussolini
L’anno millenovecentoventiquattro, a questo dì dodici del mese di maggio in S. Miniato nel Palazzo Comunale, il Commissario Prefettizio:
Ritenuto che il nobile gesto compiuto dall’Amministrazione comunale di Roma, il giorno 21 aprile u.s. nel conferire la cittadinanza onoraria a S. E. Benito Mussolini meriti di essere imitata da quanti altri Comuni del Regno, sicuri interpreti del sentimento delle rispettive popolazioni, seguono con favore di propositi e di opere l’azione restauratrice del Governo.
Considerato che tale attestazione di benemerenza al Capo del Governo assumerà uno speciale significato se posta in atto nel giorno in cui ricorre l’anniversario dell’entrata in guerra da parte dell’Italia.
Assunti i poteri del Consiglio Comunale e con l’assistenza del Segretario del Comune,

DELIBERA

di conferire nel giorno 24 maggio p.v. la cittadinanza onoraria samminiatese a S. E. Benito Mussolini, Presidente del Consiglio dei Ministri e duce del fascismo.

Di seguito la delibera di ratifica del Consiglio Comunale [Archivio Storico del Comune di San Miniato, Archivio Postunitario, Deliberazioni del Consiglio Comunale, F200S010UF16, Delibera n. 53 del 1 giugno 1924]:

Ratifica della deliberazione relativa al conferimento della Cittadinanza onoraria a S. E. Mussolini
Il presidente, facendo, con calde parole, ancora una volta vibrare il più schietto sentimento di devozione al Capo del Governo e Duce del fascismo, propone che il Consiglio ratifichi la deliberazione del Commissario Prefettizio con cui venne conferita a S. E. Benito Mussolini la cittadinanza samminiatese. La poposta del Presidente viene approvata per acclamazione.

Durante la seduta successiva, il Sindaco Piero Folco Gentile Farinola dette lettura del telegramma di ringraziamento inviato dal Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Giacomo Acerbo [Archivio Storico del Comune di San Miniato, Archivio Postunitario, Deliberazioni del Consiglio Comunale, F200S010UF16, Delibera n. 56 del 9 giugno 1924]:

Risposta del Presidente del Consiglio pel conferimento della cittadinanza onoraria
Il Sindaco, fa quindi dare lettura al Segretario del seguente telegramma pervenutogli in data 3 giugno u.s.:
“Il Presidente del Consiglio mi incarica ringraziare cotesto Consiglio Comunale del conferimento della cittadinanza onoraria, che egli accetta, formulando i più fervidi voti per l’avvenire di cotesto Comune. Sottosegretario alla Presidenza. Firmato Acerbo. La lettura del seguente telegramma è accolta con unanime applauso.

NOTE E RIFERIMENTI:
(01) «La Vedetta», anno III, n. 17 del 1 maggio 1921, p. 2.
(02) «La Voce Fascista», Anno I, n. 22 del 19 novembre 1922, p. 3.
(03) «Il Circondario», Anno I, n. 3 del 27 aprile 1924, p. 3.
(04) Annuario toscano. Guida Amministrativa, Commerciale e Professionale della Regione, anno 1916, XI Edizione, Firenze, 1916, pp. 120, 149; anno 1924, XVI edizione, Firenze, 1924, pp. 115; 142.
(05) R. De Felice, Mussolini il fascista. La conquista del potere (1921-1925), Edizioni Einaudi, Torino, 1966, pp. 518-658.

lunedì 29 ottobre 2018

IL 30 OTTOBRE 1922 A SAN MINIATO: QUANDO MUSSOLINI ANDO’ AL GOVERNO

a cura di Francesco Fiumalbi

Il 30 ottobre 1922, dopo la cosiddetta “marcia su Roma”, il Re Vittorio Emanuele III incaricò Benito Mussolini di formare il nuovo Esecutivo. Come nel resto d’Italia, anche a San Miniato fu organizzata la “mobilitazione” e la popolazione seguì le concitate vicende di quei giorni.
Di tutto questo abbiamo una straordinaria testimonianza, ovvero il resoconto proposto da Giulio Giani, che ricopriva la carica di segretario politico del fascio di San Miniato, pubblicato sul periodico sanminiatese «La Voce Fascista», Anno I, n. 21 del 4 novembre 1922.

Giulio Giani all’epoca aveva appena 22 anni. Aveva partecipato alla Prima Guerra Mondiale fra i Bersaglieri e una volta rientrato a San Miniato aderì al fascio di combattimento, divenendone il segretario politico. In seguito, abbandonò la carica di segretario politico anche se rimase una figura di primo piano nel panorama sanminiatese. Partecipò alla Seconda Guerra Mondiale come Capitano Medico e combatté con il V Reggimento Bersaglieri in Albania e poi in Tunisia, dove morì nel campo di aviazione di Aounina il 22 gennaio 1943. In proposito DBDSM – GIANI GIULIO ↗

Benito Mussolini a conclusione della marcia su Roma, circondato dai quadriumviri

Il testo di Giulio Giani rappresenta prima di tutto una testimonianza diretta di quanto avvenne in quei giorni, ed in particolare a San Miniato. Sebbene si tratti di un brano celebrativo, carico della retorica del tempo, è estremamente circostanziato e ricco di dettagli. Dopo la Grande Guerra e i difficili momenti che seguirono la fine del conflitto, cominciava per l’Italia e per San Miniato un periodo nuovo, carico di grandi aspettative, ma che si concluse con la tragedia di una nuova guerra. Negli attimi concitati di quei giorni, con il Municipio commissariato (dopo che il sindaco e la giunta socialisti erano stati costretti alle dimissioni da un’azione squadrista operata nel giorno del “Natale di Roma” il 21 aprile 1921 e in conseguenza de i “fatti di Empoli” del 1 marzo 1921), l’unica autorità che tentò di tenere la situazione sotto controllo furono i Carabinieri che tentarono di difendere strenuamente l’ufficio del telegrafo. Tuttavia, l’evolversi della situazione a favore dei fascisti, con l’ufficio del telefono occupato, la sottoprefettura presa a seguito di accordi con il sottoprefetto e il Commissario Prefettizio isolato in Municipio, determinò il precipitare degli eventi. Il 30 ottobre San Miniato festeggiò il nuovo governo formato da Benito Mussolini: un imponente corteo sfilò per le strade cittadine, con migliaia di persone inneggianti al fascismo. Che ci piaccia o no, anche quel giorno fa parte della storia di San Miniato.

Di seguito il resoconto
(il testo, la punteggiatura e il grassetto sono quelli originali)

L’irresistibile vittoriosa riscossa Fascista
GLI AVVENIMENTI DURANTE LA MOBILITAZIONE A SAN MINIATO

Prodromi
Mercoledì scorso (24 ottobre 1922, n.d.r.) lo scrivente riceveva una visita gradita.
Era a trovarlo l’Avv. Lami della Federazione Provinciale, fascista fiorentina. Niente di strano in quella visita. Erano ancora sul tappeto delle questioni Sindacali, e già il locale Direttorio aveva chiesto l’aiuto della Federazione medesima. Evidentemente doveva trattarsi di quello.
Ma la visita assunse un carattere strano allorquando l’Avvocato Lami licenziando il Ten. Rag. Vannini pure membro del Direttorio che l’accompagnava, disse voler solo parlare al Segretario Politico.
Ecco il dialogo:
Quanti uomini conta il Fascio di S. Miniato?
Seicento circa.
Quanti squadristi?
Centoottanta circa.
Chi comanda le squadre?
Il Maggiore Amalfitano Arnaldo.
Sono fieri e disciplinati gli uomini?
L’affermo.
Avete armi?
No.
Vincerete coi canti e colle anime tese. Il 4 Novembre si deve festeggiare la vittoria, nell'Italia fascista. La consegna è di tacere e di tenersi pronti. Addio.
Tremavo: avevo compreso la grandiosità del momento. Avvisato la sera stessa il Comando delle Squadre, nella baldoria della vita normale sentimmo il sangue pulsare più forte: coi capi-squadra al corrente ci guardammo di faccia: ci stringemmo la mano, pregustammo l’ebbrezza della vittoria o della morte.

L’ordine di mobilitazione
Giovedì 25 Ott. un’altra visita gradita. Il bravo squadrista Quirini Vanni; dialogo più breve, recava i manifesti di mobilitazione. «Alea jacta erat». Ecco il testo del proclama:

Fascisti italiani!
L’ora della battaglia decisiva è suonata. Quattro anni fa, l'esercito nazionale scatenò di questi giorni la suprema offensiva che lo condusse alla vittoria: oggi, l'esercito delle camicie nere riafferma la vittoria mutilata e puntando disperatamente su Roma la riconduce alla gloria del Campidoglio. Da oggi principe e triari sono mobilitati. La legge marziale del Fascismo entra in pieno vigore. Dietro ordine del Duce i poteri militari, politici e amministrativi della direzione del partito vengono riassunti da un quadrumvirato segreto d'azione, con mandato dittatoriale.
L'esercito, riserva e salvaguardia suprema della nazione, non deve partecipare alla lotta. Il Fascismo rinnova la sua altissima ammirazione all'esercito di Vittorio Veneto.  Né contro gli agenti della forza pubblica marcia il Fascismo, ma contro una classe politica di imbelli e di deficienti che da quattro anni non ha saputo dare un governo alla Nazione. Le classi che compongono la borghesia produttrice
sappiano che il fascismo vuole imporre una disciplina sola alla Nazione e aiutare tutte le forze che ne aumentino l'espansione economica ed il benessere. Le genti del lavoro, quelle dei campi e delle officine, quelle dei trasporti e dell'impiego, nulla hanno da temere dal potere Fascista. Saremo generosi con gli avversari inermi; saremo inesorabili con gli altri.
Il Fascismo snuda la sua spada lucente per tagliare i troppi nodi di Gordio che irretiscono e intristiscono la vita italiana. Chiamiamo Iddio sommo e lo spirito dei nostri cinquecentomila morti a testimoni che un solo impulso ci spinge, una sola volontà ci accoglie, una passione sola c'infiamma: contribuire alla salvezza ed alla grandezza della Patria.
Fascisti di tutta Italia!
Tendete romanamente gli spiriti e le forze. Bisogna vincere. Vinceremo!
Viva l'Italia! Viva il fascismo!
IL QUADRIUMVIRATO

Mobilitati a mezzanotte, al mattino di venerdì (26 ottobre 1922) entrava nella sede primo fra tutti il gagliardo 1 manipolo agli ordini del tenente Bongi. Poche parole; le coronarono gli applausi e gli alalà dei fascisti.
Alle 11, in ordine perfetto agli ordini del tenente Altini giungeva alla sede il 2 manipolo, ed alle 14 circa giungeva dopo due ore di marcia il 3 manipolo, magnifico per disciplina e spirito di sacrificio, agli ordini del Sergente Sig. Banti Gino.
L’intera Centuria era alla sede. Di nuovo poche parole: di nuovo alalà ed entusiasmo. Eravamo pronti a scattare.
Arrivavano continuamente i triari che abbandonavano famiglia ed interessi con uno spirito di abnegazione che ci faceva pensare: tanta fede, tanto entusiasmo non possono che essere ricompensati da Dio e dagli uomini.

Episodi
Alla vetreria Rigatti di Casenuove (a San Miniato Basso, zona Fontevivo, tra via del Piano e via De Sanctis) lavoravano parecchi nostri squadristi. Per non paralizzare quel servizio e quell'industria era stato convenuto che solo i disponibili si sarebbero presentati alla mobilitazione; ma gli squadristi non vivevano; nella loro inerzia, fascisti, ardevano di febbre.
Ma 4 triari, vecchi e stanchi giunsero al Comando. = Abbiamo or ora finito il nostro turno di lavoro, ma là ci sono i giovani. Essi devono esser qui dove ogni giovane ha posto: noi li rimpiazzeremo nel turno = e ritornarono al lavoro.

L’organizzazione
Frattanto al Comando non si dormiva. Cinquecento e più uomini convenuti in S. Miniato dovevano essere alloggiati, provvisti di vettovagliamento.
Fu chiesto ed ottenuto il Teatro, indi ottenuto l’Asilo, provveduto al rancio dei singoli fascisti.
S. Miniato prese l’aspetto di una città di retrovia. Gli squilli di tromba si udivano a brevi intervalli ed i fascisti rispondevano con puntualità degna di un esercito ben organizzato e disciplinato.
Lo spirito dei fascisti era magnifico; non un lamento, non una parola di sdegno contro il tempo piovigginoso. Ravvolti nelle loro mantelline accorrevano degli accantonamenti alla Sede per prendere ordini e nelle ore di libertà si riunivano in piccoli gruppetti cantando allegramente le canzoni fasciste, inneggiando alla marcia per Roma, al Fascismo e ripetendo incessantemente il seguente ritornello:
E se ci manca un uomo fiero
Sarà Benito il condottier.
E così sempre per tutta la mobilitazione.

Gli ordini
Frattanto giungono ordini precisi:
«Partenza per Roma di una squadra, occupazione di pubblici uffici». E’ notte, la squadra è pronta per la partenza, i fascisti salutano entusiasticamente i partenti gridando «Arrivederci a Roma!» poiché tutti volevano partire per il grande cimento ed in tutti era il desiderio di porre piede nell'Eterna città per consacrarla all'Italia con un Governo Fascista.
Dopo la partenza della squadra è la volta dell’occupazione degli uffici pubblici. Il primo è l’ufficio telegrafico presidiato da 4 Carabinieri. La prima quadra del 1 manipolo si getta contro la porta: avviene una colluttazione coi Carabinieri, il Comandante del manipolo in testa entra nell'Ufficio, ma vi resta solo, gli altri sono respinti. Il momento diviene tragico. I Carabinieri non cedono ed il Comandante del manipolo era isolato dai suoi uomini. Un nuovo attacco era necessario. Si sferra l’attacco con estrema veemenza e l’ufficio viene occupato.
La mattina spunta piovigginosa come le altre. Nuove squadre della campagna si presentano al Comando Militare Fascista che già aveva disposto per l’occupazione del Telefono, Municipio e Sottoprefettura. Il 3 manipolo occupa senza trovare resistenza il telefono. Sono le 2 e si deve agire per l’occupazione della Sottoprefettura. Giungono in questo momento due automobili recanti il Comandante di Coorte Sig. Dal Canto ed il Membro della Federazione Avv. Lami Torquato che unitamente al Comando Fascista Samminiatese si recano alla Sottoprefettura mentre di corsa il 1 e il 2 manipolo ne occupano i locali. Si prendono accordi col Sottoprefetto e resta negli Uffici un buon nerbo di fascisti di guardia. La consegna data alle varie guardie era unica: isolare le autorità. Infatti al telegrafo si requisivano i telegrammi dell’autorità in arrivo ed in partenza, al telefono non si davano comunicazioni che di carattere amministrativo togliendo la spina in caso diverso.
Già tutti gli uffici Samminiatesi erano occupati quando sotto un acquolina penetrante arrivarono 7 camions di Fascisti. Sono gli squadristi dei Fasci vincitori. E’ la Coorte al completo che prende posto sotto il porticato di S. Domenico e che riparte in perfetto ordine dopo un quarto d’ora non senza aver inneggiato all'Italia, al Re, all'Esercito, a Mussolini.

Sotto il regime fascista
S. Miniato è in mano dei Fascisti. Anche il Municipio viene occupato da una squadra del 1 manipolo e viene posto a fianco del Commissario un fiduciario dei Fasci nella persona del Prof. Antonio Braschi con l’incarico di collaborare e controllare l’operato del Commissario e di far pressioni per la sollecita convocazione dei comizi elettorali amministrativi. Tutto procede in massimo ordine e disciplina. Dovunque si lavora i cittadini non si accorgono neanche che la rivoluzione Fascista è in atto.
Le guardie Fasciste continuano il loro servizio con ammirabile zelo. Degno di nota e di pubblico encomio è il manipolo di Corazzano e Balconevisi che al comando del Sig. Gino Banti disimpegna il servizio affidato con scrupolosa disciplina ed esattezza stando per ben 2 notti senza riposare. La cittadinanza entusiasta per la disciplina che regna fa a gara per aiutare l’organizzazione ed il vettovagliamento. Si invia paglia per gli accantonamenti, vino ed altri generi di conforto. Si compone poi un comitato di Signorine che offre all'ufficio di vettovagliamento, salame, prosciutto, uova, tabacco in abbondante quantità. I Fascisti che si vedono aiutati e sorretti raddoppiano il loro zelo. Sempre e dovunque l’entusiasmo regna superbo.
Siamo alla mattina del 30 ottobre. La data è degna del ricordo. Quattro hanni fa il nostro Esercito sfondava le linee del Piave e sconfiggeva l’Esercito austriaco, oggi è l’Esercito Fascista che sconfigge i rammolliti uomini di governo ed instaura un nuovo governo, con nuove direttive, con nuovi e più degni uomini.
Giunge la notizia che il Governo è composto da Mussolini con la maggioranza Fascista e giunge la notizia che le Legioni Fasciste sono entrate in Roma vittoriose e l’entusiasmo è al colmo. I Fascisti cantano, la popolazione gioisce, le case si adornano di tricolori ed il sole spunta a tratti dalle nubi che prima formavano un tetro velo nel cielo.
Il Comando Militare Fascista alle ore 12 dispone che gli squadristi mandati su 3 camions, debbano portare la lieta novella alle popolazioni di campagna e fa affiggere un manifesto invitando per le ore 16 tutta la popolazione e le Associazioni ad un corteo per glorificare l’avvento del potere Fascista, per festeggiare la vittoria Fascista.

L’Imponente corteo
Alle ore 16 già S. Miniato rigurgita di persone venute dalle più lontane frazioni appena avuto sentore della meravigliosa vittoria fascista. Nei volti dei convenuti si legge l’ansia di apprendere ufficialmente la notizia strabiliante e la gioia intima, la grande soddisfazione di sapere l’Italia libera finalmente dalle pastoie dei vecchi uomini di governo. Benché il cielo sia sempre grigio ed il tempo minacci di piovere purtuttavia la gente accorre ancora in Piazza G. Taddei (l’attuale Piazza del Popolo, già Piazza San Domenico) ove la 1 Centuria del Fascio sta ordinandosi per il corteo unitamente a tutti i Triari. La musica cittadina e quella della Scala rallegrano gli animi facendo vibrare nell’aria le note fatidiche dell’Inno di Mameli e di “Giovinezza”. D’un tratto si ode squillare altre trombe. E’ la fanfara di Cigoli che entra in Città seguita da circa 300 donne di Balconevisi e Vald’Egola che sfilando per tre, alla Fascista, seguono colle loro voci argentine le note delle trombe. L’animazione si fa più intensa. Sono le 16.30 e tutto è pronto per lo sfilamento. Tre squilli di tromba annunziano l’arrivo dei Gagliardetti e delle fiamme scortate da due squadre di fascisti. Il Silenzio è massimo; i fascisti irrigiditi nella posizione d’attenti salutano romanamente.
Ormai è tempo di sfilare, il sole verso l’orizzonte manda i suoi raggi rossastri sulla Città in festa, il cielo è diventato come d’incanto di un bel colore azzurro e l’imponente corteo al suono della Marcia Reale incomincia a snodarsi per le vie di S. Miniato. Si calcola che circa 7000 persone formino l’imponente corteo. Apre il corteo il Gagliardetto nero del Fascio circondato dai membri del Direttorio e Segretario Politico, indi vengono le 9 squadre della 1 centuria, poi i Triari, il Fascio Femminile e l’Avanguardia Fascista. Sfilano inoltre i Mutilati, i Combattenti, il Gonfalone del Municipio con il Commissario Cav. Masiani ed Impiegati e quindi le Associazioni cittadine cui fa seguito la popolazione tutta ordinata per tre come se fosse sottoposte alla rigida disciplina Fascista.
In Piazza XX Settembre al Monumento dei caduti il Fascio, i Mutilati ed i Combattenti salutano romanamente.
Gli inni della Patria, alternandosi a quelli fascisti, vengono suonati dalle tre musiche del Corteo, mentre in perfetta disciplina 7000 persone festanti innanzano potenti alalà all'Italia, al Re, all’Esercito, a Mussolini.
In Piazza G. Taddei il corteo forma tre cerchi concentrici. Al centro stanno le musiche.

Parla il Segret. Politico del Fascio
Squilla un attenti si fa un silenzio di tomba. Il Segretario Politico del Fascio Sig. Giani Giulio da un balcone prende la parola e con breve ma vibrato discorso annunzia ufficialmente alla cittadinanza acclamante freneticamente che l’Italia finalmente è fascista dalle Alpi alla Sicilia, ed invia al Re, all'Esercito, a Mussolini un potente Alalà cui fa coro la massa dei convenuti.
L’oratore, terminato il breve discorso d’occasione, con nobili parole inaugura il Gagliardetto del Fascio Femminile e lo consegna alla Signorina Enrica Rigatti che l’agita vivamente nell'aria. Al suono degl’inni fascisti il Corteo si scioglie e mentre la popolazione si sbanda per ritornare a casa, i fascisti sempre mobilitati, dopo aver scortato fino alla Sede i Gagliardetti e le Fiamme, inquadrati si recano a consumare il rancio per poi attendere ai servizi di guardia agli Uffici e di ronda per la Città.

[Segue la descrizione della smobilitazione]

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