Visualizzazione post con etichetta squadristi. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta squadristi. Mostra tutti i post

sabato 21 dicembre 2019

I FATTI DI SARZANA NEL RESOCONTO DEL FASCIO SANMINIATESE

a cura di Francesco Fiumalbi

INTRODUZIONE
Il 21 luglio 1921, presso Sarzana – all’epoca in Provincia di Genova, poiché la Provincia di  La Spezia venne istituita nel 1923 – si verificano dei gravissimi scontri armati tra squadre d’azione fasciste, Carabinieri Reali ed elementi della Guardia Regia, che vanno sotto il nome de “I fatti di Sarzana”. L’episodio, per la sua gravità, ebbe una vasta eco sulla stampa nazionale. Nella città ligure, infatti, si erano concentrate squadre provenienti da tutta la Toscana, fra cui anche un gruppo da San Miniato, capeggiato da Giulio Giani. Tra l’altro a Sarzana rimase gravemente ferito il sanminiatese Guido Baglioni. Al rientro il fascio sanminiatese pubblicò un resoconto sulle colonne del periodico sanminiatese «La Vedetta», il cui testo è proposto più avanti.

Epigrafe a memoria dei fatti di Sarzana
Municipio di Sarzana
Immagine tratta da Wikipedia Commons

IL CONTESTO NAZIONALE
Fino agli inizi del 1921 la Liguria non aveva ancora conosciuto la brutalità fascista, che veniva giustificata come reazione alle violenze dei socialisti. La stagione di violenza e squadrismo, definita dalla storiografia come una vera e propria “Guerra Civile”, fu inaugurata con i fatti di Palazzo d’Accursio a Bologna il 20 novembre 1920 e poi proseguita con quelli di Ferrara il 20 dicembre successivo [in proposito si veda F. Fabbri, Le origini della guerra civile, UTET, Torino, 2009]. La situazione cambiò a partire dalla nascita del Partito Comunista dalla scissione di Livorno del 21 gennaio 1921 e dal successivo congresso regionale dei fasci, che si tenne a Genova il 6 marzo 1921. Da quel momento iniziarono a sorgere sezioni locali in tutta la regione. Nel maggio 1921 si svolsero le seconde elezioni del primo dopoguerra, con il PNF che aveva aderito ai “Blocchi Nazionali” di Giovanni Giolitti ed era riuscito ad eleggere 30 deputati guidati da Benito Mussolini. Nei mesi che precedettero e in quelli che seguirono la consultazione elettorale avvenne una vera e propria escalation di violenze, a partire dalle regioni della pianura padana, per poi estendersi alla Liguria e al Centro Italia.

Il Municipio di Sarzana
Foto di Francesco Fiumalbi

LA SITUAZIONE A SAN MINIATO
A San Miniato e nel Valdarno Inferiore, dopo i Fatti di Empoli del 1 marzo 1921, imperversavano ormai le azioni fasciste. Il fascio sanminiatese si costituì il 5 marzo, per iniziativa di Taddei, Renato Salvadori, Sabatino Novi, Bruno Bencini [G. A. Chiurco, Storia della Rivoluzione Fascista 1919-1922, vol. III, 1921, Vallecchi, Firenze, 1929, p. 158]. Le Amministrazioni Comunali furono sciolte (Empoli, Fucecchio, Santa Croce, Montopoli) o costrette alle dimissioni (San Miniato, 21 aprile 1921) e quindi commissariate.
Tra i fascisti sanminiatesi della prima ora spiccò la figura di Giulio Giani, che partecipò ai fatti di Sarzana. Nato a San Miniato nel 1900, di professione medico, reduce della Prima Guerra Mondiale, morì in Tunisia nel 1943. Subito dopo la Grande Guerra si distinse a San Miniato per la sua adesione ai Fasci di Combattimento e in breve fu eletto Segretario Politico del PNF. Suo, ad esempio, è il resoconto della mobilitazione sanminiatese nei giorni della cosiddetta “Marcia su Roma” apparso sul periodico sanminiatese «La Voce Fascista». In proposito si veda il post 30 OTTOBRE 1922 A SAN MINIATO: QUANDO MUSSOLINI ANDO’ AL GOVERNO. L’altro sanminiatese, che rimase ferito a Sarzana, si chiamava Guido Baglioni [1894-1963], abitante San Miniato e di professione ciabattino. All’epoca dei fatti aveva 28 anni. Pur essendo fra i primi sanminiatesi che aderirono al fascismo, durante il ventennio non ricoprì ruoli direttivi e non mostrò atteggiamenti oltranzisti, tanto che, a differenza di altri, nel Secondo Dopoguerra non subì particolari conseguenze [R. Boldrini, Dizionario Biografico dei Sanminiatesi (secoli X-XX), Comune di San Miniato, Pacini Editore, Pisa, 2001, p. 26].
In ogni caso, si può affermare che a partire dalla primavera del 1921 la sezione sanminiatese dei fasci di combattimento poteva muoversi e agire indisturbata, partecipando ad “azioni” e violenze sia in ambito locale che nel resto della Toscana ed oltre, frenata solamente dall’operato moderato del Commissario Prefettizio Attilio Masiani.

San Miniato, La Rocca Medioevale
in un'immagine dell'epoca (anni '20-'30 del '900)
Utilizzo ai sensi dell'art. 70 c. 1-bis della Legge 22 aprile 1942 n. 633

LA SITUAZIONE A SARZANA
I Fatti di Sarzana avvennero al culmine di una serie di violenze e scontri. Il 17 luglio 1921 nella vicina città di Carrara era stata organizzata una spedizione punitiva da parte dei fascisti locali, i quali si recarono in località Monzone, dove trovarono Comunisti, Anarchici e Repubblicani pronti a fronteggiarli. Il conflitto tra le opposte fazioni aveva determinato la morte di due uomini e il ferimento di altre sette persone. Nel medesimo giorno, la spedizione raggiunse Santo Stefano Magra, dove rimase uccisa un’altra persona. Durante il ritorno a Carrara, altre violenze determinarono la morte di un fascista e di un operaio. A questi fatti seguirono rappresaglie comuniste, fra cui un attentato dinamitardo al direttore dell’impresa Walder a Monzone, oltre all’intervento dell’Autorità di Pubblica Sicurezza che dispose l’arresto di numerosi squadristi, fra cui Renato Ricci, capo dei fascisti di Carrara, rientrato dopo la fine dell’esperienza fiumana con D’Annunzio. I fascisti consideravano Sarzana il covo dei comunisti e degli elementi sovversivi, potendo contare sull’amministrazione socialista guidata dal Sindaco Pietro Arnaldo Terzi. Per questo le camicie nere iniziarono a meditare una spedizione nella città, coinvolgendo le sezioni di tutta la Toscana, allo scopo di liberare Ricci e gli altri squadristi che si trovavano detenuti presso il carcere ricavato all’interno della Fortezza di Firmafede [«Corriere della Sera», Anno XLVI, n. 174 del 22 luglio 1921, pp. 1-2].

Renato Ricci al comando di una squadra di camicie nere nel 1922
Immagine tratta da G. A. Chiurco, Storia della Rivoluzione Fascista 1919-1922,
vol. IV, 1922, Vallecchi, Firenze, 1929, p. 379.
Utilizzo ai sensi dell'art. 70 c. 1-bis della Legge 22 aprile 1942 n. 633

I FATTI DI SARZANA
Nella notte fra il 20 e il 21 luglio 1921, circa 600 fascisti provenienti dalla Toscana, si erano radunati presso la piazza della Stazione ferroviaria di Sarzana, guidati da Amerigo Dumini, tristemente noto per le violenze e i crimini di cui si rese protagonista, fra cui il sequestro e l’uccisione di Giacomo Matteotti nel 1924 [G. Borgognone, Come nasce una dittatura. L’Italia del delitto Matteotti, Ed. Laterza, Roma-Bari, 2012]. Nonostante il blocco delle vie d’accesso alla città, operato dalle forze dell’ordine, gli squadristi avevano avuto gioco facile costeggiando la linea ferroviaria. Molti erano armati di fucili e bombe a mano. La marcia durò fino alle prime ore, poi all’alba, radunati presso la stazione, i fascisti cominciarono a disporsi in centurie, ovvero in formazioni da combattimento. Prontamente vennero formati cordoni di sicurezza da parte dei Carabinieri, guidati dal Capitano Guido Jurgens, e da elementi della Guardia Regia. Tuttavia, i fascisti provocarono le forze dispiegate dall’Autorità di Pubblica Sicurezza, attraverso una serie di violenze e provocazioni. La forza pubblica fu costretta a ricorrere all’uso delle armi, uccidendo diversi squadristi. A quel punto, nel parapiglia generale, i fascisti furono caricati a forza sui treni in partenza e in transito, e quindi furono allontanati dalla città. A complicare ulteriormente il quadro fu l’intervento di alcuni elementi comunisti – i quali si erano a loro volta organizzati in formazioni di combattimento – che cercarono di accanirsi sugli squadristi che si stavano allontanando dopo la malaparata, in una vera e propria “caccia” al fascista. Complessivamente persero la vita 14 fascisti e un militare, mentre decine furono le persone rimaste ferite. [«Corriere della Sera», Anno XLVI, n. 174 del 22 luglio 1921, pp. 1-2; G. A. Chiurco, Storia della Rivoluzione Fascista 1919-1922, vol. III, 1921, pp. 459-468].
Il 22 luglio 1921 i principali quotidiani nazionali davano spazio all’Ordine del Giorno diramato da Cesare De Vecchi – futuro quadrumviro – al termine della riunione dei rappresentanti del Consiglio Nazionale dei Fasci di Combattimento: Il Consiglio Nazionale dei Fasci di combattimento, dinanzi al selvaggio eccidio dei fascisti a Sarzana, manda un commosso saluto alle vittime e ai feriti, e, mentre reclama la punizione immediata dei colpevoli, ritiene responsabile il Governo per le direttive recentemente impartite alle autorità di P. S.. In conseguenza di ciò, i fascisti deliberarono l’immediata interruzione delle trattative per la pacificazione con i Socialisti, di cui si era fatto intermediario e garante il Presidente del Consiglio Ivanoe Bonomi. Dopo la presa di potere del fascismo, all’interno del Municipio di Sarzana fu eretto un apposito “sacrario” per la commemorazione dei “martiri” sarzanesi della rivoluzione fascista, poi demolito nel 1945.

La prima pagina de «La Stampa», anno LX, n. 173 del 22 luglio 1921
Con la notizia del grave episodio di Sarzana

IL RESOCONTO DEL FASCIO SANMINIATESE:
ALCUNE CONSIDERAZIONI
Il racconto de “I fatti di Sarzana” da parte del fascio sanminiatese dimostra la grande organizzazione del movimento dei Fasci di Combattimento che diventerà Partito Nazionale Fascista il 9 novembre 1921. Un’organizzazione che, evidentemente, non si reggeva solamente sulle forze dei singoli aderenti, ma anche su finanziamenti di maggiorenti dell’industria e dell’agricoltura. D’altra parte, come potevano i giovani sanminiatesi, come Giulio Giani e Guido Baglioni, trovarsi alle 2 di notte sulla spiaggia di Marina di Carrara, a circa 100 km dalla propria abitazione? E non solo, oltre a numerosi squadristi fiorentini, sono documentate camicie nere provenienti da Empoli, Fucecchio, Santa Croce e Santa Maria a Monte. E’ chiaro che disponessero di mezzi non comuni per i singoli, come i veicoli a motore per il trasporto delle persone, carburante, generi alimentari, oltre ad armi bianche, moschetti, etc.
Drammaticamente interessante, poi, notare come una formazione politica, potesse liberamente esprimere il proprio punto di vista e muovere accuse contro la forza pubblica, benché avesse partecipato ad un’azione sovversiva contro l’Autorità di Pubblica Sicurezza, al fine di ottenere la liberazione degli squadristi di Carrara che erano stati arrestati per i gravi episodi dei giorni precedenti. Ciò dimostra il clima di assoluta impotenza dello Stato di fronte al dilagare della violenza. In alcuni casi, all’impotenza si accostò anche la connivenza di molti uomini dello Stato (non tutti!), fra cui prefetti, uomini politici e forze di pubblica sicurezza.
Insomma il resoconto, oltre a rappresentare una testimonianza storica dei Fatti di Sarzana – sebbene si tratti di un racconto di parte – dimostra come i fascisti si sentissero autorizzati e legittimati a compiere violenze, dato il clima di assoluta impunità, tanto che l’arco temporale che va dal “Biennio Rosso” (1919-20) alla marcia su Roma (1922) viene indicato dalla storiografia come il periodo della “Guerra Civile” [F. Fabbri, Le origini della guerra civile. L’Italia dalla Grande Guerra al fascismo, 1918-1921, Utet, Torino, 2009, pp. 404-611].

La Fortezza di Firmafede a Sarzana
Foto di Francesco Fiumalbi

Di seguito la trascrizione del testo del fascio sanminiatese, estratto da «La Vedetta», anno III, n. 30 del 31 luglio 1921, pp. 2-3.

ECHI DEI FATTI DI SARZANA
Riceviamo e, pregati, pubblichiamo quanto segue

Fascio Samminiatese di Combattimento
Comunicato del Direttorio
sull’eccidio di Sarzana

S. Miniato, 22-7-921
Mercoledì notte, una colonna Fascista, mossasi da Marina di Carrara alle ore 1,30 circa, costeggiando dapprima il mare, indi marciando attraverso sentieri campestri, ed in ultimo ai lati della ferrovia, giungeva alle 5 del mattino in prossimità di Sarzana.
Obiettivo e movente, una dimostrazione di Italianità e di forza nella città che ci aveva provocato nei modi ormai noti, negli ultimi giorni.
I Fascisti Samminiatese in numero di 6, aggregati alle squadre degli altri Fasci del Circondario, erano col grosso della colonna, ed avevano alle spalle la retroguardia dei fasci Pisani.
Giunti a Sarzana senza incidenti di sorta, nonostante fosse noto che era preparata un’imboscata nei pressi di Luni, ove si diceva essere un mulino presidiato da 150 arditi del popolo tutti armati di moschetto, uscirono i fascisti parte dalla porta della stazione, parte scavalcati i cancelli del passaggio a livello, dal lato sinistro della stazione stessa.
Particolare degno di nota: durante la marcia sebbene non si fosse osservata traccia di arditi del popolo, ogni casolare mostrava i lumi accesi nel suo interno.
Le due colonne ricongiuntesi sul piazzale della Stazione mentre senza sospetto stavano ordinatamente inquadrandosi, una raffica di fuoco a volontà che si protrasse per oltre tre minuti fece indietreggiare i fascisti: contemporaneamente tutte le sirene di Sarzana chiamavano a raccolta i comunisti armati.
I fascisti in parte si rifugiarono nel fabbricato della stazione, in parte, osservato che il ponte che sta sopra la ferrovia rimaneva quasi come in angolo morto e quindi immune dalla spietata fucileria dei carabinieri e delle guardie regie, attraversò il ponte stesse e si dette alla campagna.
Fra questi ultimi il fascista Baglioni Guido, il fascista Ten. Giani Giulio che comandava la squadra Samminiatese inviata, il Segretario Politico del Fascio di Fucecchio Ten. Marradi, il Segretario Politico del Fascio di Pietrasanta Ten. Papini, il Segretario del Fascio di Marina di Carrata e molti altri giovani dei Fasci di S. Maria a Monte e S. Croce.
Circondati dagli arditi del popolo e mitragliati da guardie regie, visto inutile ogni tentativo di ulteriore resistenza, quasi ultimi dovettero la loro salvezza all’essersi in tempo arresi ai militi della Guardia Regia schierati lungo una strada e comandati da un Sottotenente di quell’arma.
Ciò non impedì che il fascista Baglioni Guido ricevesse tre ferite d’arma da fuoco, due da mano comunista, una da moschetto di regia guardia alla faccia ed alla regione scapolare sinistra, per fortuna tutte di lieve entità.
Biasimevolissimo fu il contegno della Regia Guardia verso i prigionieri che vennero in principio trattati malamente, e disarmati tenuti esposti all’ira dei comunisti, che chiesero anche il permesso al tenente suddetto di «scaricare una diecina di fucilate su questi schifosi».
Particolare degno di nota: più volte squadre di arditi del popolo dettero informazioni e ricevettero ordini da militi e dal tenente della Regia Guardia.
All’ultima frase anzi, che sopra riportiamo, il tenente si limitò a dire che ai fascisti ci avrebbe pensato lui, e pregò solamente gli arditi del popolo di allontanarsi.
Senonché alcuni ex ufficiali fra i fascisti prigionieri, avendo udito che ad un fascista compagno di prigionia obiettante perché come si disarmavano i fascisti non si disarmassero gli arditi del popolo, era stato risposto che i comunisti erano in pieno diritto di difesa, mostrate le tessere del R. Esercito fecero osservare la loro meraviglia ed il loro risentimento per quanto accadeva, e rammentando alcuni capitoli del regolamento sul servizio di Pubblica Sicurezza, ottennero di esser condotti in luogo più sicuro.
Il fascista Baglioni fu dalle Guardie Regie scortato all’ospedale di Sarzana.
Il Comandante della squadra Sanminiatese e gli altri fascisti prigionieri inquadrati fra Guardie Regie stavano per esser condotti alle carceri Sarzanesi, ma sulla piazza della stazione il pronto accorrere di Dumini e Banchelli e degli altri fascisti colà rifugiatisi ne ottenne l’immediato rilascio.
Due ore dopo circa, sul treno che passa alle 9 ½ da Sarzana, proveniente da Spezia e diretto a Pisa, previo permesso dei comandanti la spedizione i fascisti sanminiatesi meno il Baglioni, dopo lotta a rivolverate da Sarzana fino ad Avenza sostenuta contro Arditi del popolo armati di fucile e di moschetto e scaglionati lungo la ferrovia, giungevano a S. Miniato alle ore 1 di giovedì ultimo decorso.
Particolare degno di nota: un fascista prima di imbarcarsi aveva domandato ad un capitano della Guardia Regia se la linea era sicura: fu risposto che sì e che era anche inutile mandare pattuglie in perlustrazione. Perché allora il fuoco cominciò al I casello?
Il Fascio Sanminiatese di Combattimento per bocca dei superstiti smentisce formalmente che primi a sparare sieno stati i fascisti; ogni fascista prima della partenza aveva fermamente dichiarato ai capi che non avrebbe sparato sulla forza a costo della morte e la morte riconfermò infatti i generosi.
LA COMMISSIONE ESECUTIVA

Il Fascista Baglioni Guido
che riportò tre ferite nei luttuosi fatti di Sarzana, trovasi ora degente nei nostri RR. Spedali, amorevolmente assistito, come non lo era, a quanto si dice, nello Spedale di Sarzana.
Ci è grato augurargli sollecita e completa guarigione.

sabato 19 novembre 2016

IN PILLOLE [042] UN ATTO DI SQUADRISMO FASCISTA A ROFFIA NEL 1922

a cura di Francesco Fiumalbi
IL CONTESTO STORICO: I FASCI DI COMBATTIMENTO
Il periodo immediatamente successivo alla fine della Prima Guerra Mondiale fu caratterizzato da grandissime tensioni sociali: l'Italia era uscita stremata dalla guerra e il tessuto socio-economico, declinato completamente allo sforzo bellico, faticava a riconvertirsi. A ciò va aggiunta la moltitudine di reduci che, dalle trincee e dai vari campi di combattimento, aveva grandissime difficoltà a reinserirsi nel circuito produttivo post-bellico, già ai minimi termini.
Sono gli anni del cosiddetto “Biennio Rosso”, con aspre lotte operaie e contadine, specialmente nelle regioni centro-settentrionali. La radicalizzazione delle posizioni socialiste e comuniste, non fece altro che corroborare le controparti nazionaliste che tendevano a presentarsi come “difensori della Vittoria” e custodi dell'ordine costituito. Ed è in questo periodo che prese campo il fenomeno dello “squadrismo”, ben presto inquadrato da Benito Mussolini nei cosiddetti “Fasci di Combattimento” (23 marzo 1919), ove confluirono tutti quei gruppi nati autonomamente in tutto il territorio italiano. Le squadracce rivolsero la propria azione nella repressione degli avversari politici e prevalentemente contro il movimento operaio. Anche nel territorio sanminiatese si costituirono formazioni di questo tipo.

L'IRRUZIONE A ROFFIA NEL 1922
La sera del 20 settembre 1922, presso l'abitato di Roffia, si verificò un grave episodio dovuto ad un'azione squadrista. Cinque uomini, armati di bastoni e con il volto celato, irruppero nella frazione sanminiatese e indirizzarono il proprio intervento sul titolare dell'appalto, ovvero la bottega di generi alimentari che faceva anche da emporio. L'uomo fu fatto uscire dal negozio e, condotto in strada, fu aggredito dagli uomini che gli procurarono una grave ferita alla testa. Successivamente l'attenzione dei cinque squadristi si rivolse ai membri di una modesta famiglia che abitava nelle vicinanze.

Di questo episodio ne dette notizia «La Vedetta», il quindicinale sanminiatese di ispirazione cattolico-popolare, stampato dal 1919 al 1923. Dal testo traspare tutta la rabbia e il clima di paura del tempo. Nell'articolo del giornale, diffuso la domenica 24 settembre 1922, non vennero fatti nomi, neppure quelli delle persone aggredite. Tuttavia, dai dettagli forniti, all'epoca dovevano essere comunque riconoscibili le vittime dell'aggressione. Giuseppe Chelli, nipote di Don Lionello Benvenuti, ricorda che l'appalto era gestito negli anni '30 da Paolo Maltinti. Fu a lui, probabilmente che fu indirizzato l'atto di violenza. La colpa? Probabilmente l'aver manifestato contrarietà alle posizioni del fascismo, o anche solo essere vicino al movimento operaio e contadino.
L'autore dell'articolo, che non risulta firmato, è attento a non pronunciare il nome del fascismo, trattando l'episodio come un generico atto criminale con l'unico scopo, evidentemente, di evitare possibili azioni vendicative. Tuttavia occorre rilevare anche una punta di sarcasmo: gli autori dell'atto di violenza vengono più volte chiamati “eroi”, nel chiaro intento di indicare precisamente il contesto di provenienza degli aggressori.

L'autore dell'articolo, oltre a  condannare con fermezza l'episodio di violenza, lamentò un generale immobilismo delle istituzioni ed in particolare da parte dei corpi dediti alla pubblica sicurezza. D'altra parte si può immaginare che anche a San Miniato si respirasse un clima ormai orientato favorevolmente al fascismo. Non va dimenticato, infatti, che il mese successivo (27-28 ottobre 1922) si verificò la cosiddetta “Marcia su Roma” a cui presero parte anche diversi sanminiatesi, come abbiamo visto nel post IN PILLOLE [038] I SANMINIATESI CHE “MARCIARONO” SU ROMA. Va detto, infine, che il giornale «La Vedetta», che come in questo caso non aveva esitato a denunciare l'aggressività e i pericoli del fascismo, a partire dalla fine del 1923 cessò le pubblicazioni.

Chi fu l'autore dell'articolo? All'epoca, in un abitato come quello di Roffia, non dovevano essere molte le persone in grado di scrivere un articolo così preciso e circostanziato, attento alle parole utilizzate. Poteva trattarsi del parroco Don Augusto Mannelli (parroco a Roffia fino al 1925) o di Don Lionello Benvenuti (sacerdote coadiutore ed economo a Roffia dal 1921, poi rettore dal 1925 al 1944) che era stato Cappellano Militare durante la Prima Guerra Mondiale e che, dunque, conosceva bene i veri "eroi"? Oppure un'altra persona, comunque vicina alla Parrocchia di Roffia, dal momento che l'articolo fu pubblicato su un giornale di ispirazione cattolica? Non ci è dato sapere.

Di seguito il testo, estratto da «La Vedetta», anno IV, n. 32, del 24 settembre 1922, p. 3.

ROFFIA
21-9-1922
Ieri sera, circa le nove e mezzo, cinque individui bendati irruppero nell'appalto di questa frazione trascinando fuori a viva forza un giovinotto appartenente ad una famiglia per tradizioni e per unanime consenso di popolo rispettabilissima. Il giovinotto, che non smentisce le ottime tradizioni familiari, venne sulla via bastonato in malo modo e ridotto a letto per una ferita non lieve al cuoio cappelluto. Il medico chiamato d'urgenza fece il suo regolare referto.
Quindi gli eroi, imposto al proprietario di serrare l'unico pubblico esercizio di questa frazione, sfondaron la porta d'una povera casa abitata da altrettanto povera famiglia, salirono sull'unica camera e sul misero letto ove riposavano inflissero nerbate e legnate ad una povera madre ad un padre altrettanto infelicissimo che combatte da lungo tempo con la miseria e con le malattie che gli hanno ridotto una delle sue piccole figlie in uno stato da far pietà.
Ma non ebbero pietà della piccina gli eroi della serata.
Noi non domandiamo che si assuma ciascuno la responsabilità di queste gesta criminali: sappiamo che non ci può essere partito né individuo che possa in coscienza prendersi la paternità di certi atti barbarici. Anche i cinque eroi della serata del venti settembre si vergognavano di quello che compirono e vennero a Roffia bendati.
Domandiamo soltanto se in questa nostra disgraziatissima Italia esista ancora un'autorità che sappia tutelare la vita e la libertà dei singoli cittadini.
Ai bei tempi dell'ante guerra chi sa quante visite di carabinieri e di delegati e quanti sopralluoghi a quest'ora si sarebbero fatti.

Si ringrazia Giuseppe Chelli per le preziose informazioni fornite nella stesura di questo post.

Un dettaglio con due squadristi,
tratto dal manifesto realizzato in occasione dell'adunanza
degli squadristi che si tenne a Roma il 23 marzo 1939,
per celebrare il ventennale della costituzione
dei Fasci di Combattimento.


domenica 16 ottobre 2016

DA VIALE PONTANARI A VIALE MATTEOTTI A SAN MINIATO, TRA FASCISMO E DAMNATIO MEMORIAE

a cura di Francesco Fiumalbi

[il post è stato modificato in data 24 aprile 2017 - 1° Aggiornamento]

Indice del post:
INTRODUZIONE
UMBERTO PONTANARI
LA LAPIDE COMMEMORATIVA
L'INTITOLAZIONE DEL VIALE PONTANARI
VIALE GIACOMO MATTEOTTI E LA DAMNATIO MEMORIAE

INTRODUZIONE
Anche a San Miniato il fascismo fece largo utilizzo della toponomastica stradale per veicolare i propri valori e commemorare le personalità più rappresentative. Ad esempio si veda il post IN PILLOLE [018] PIAZZA MUSSOLINI A SAN MINIATO. A dire il vero questo espediente non fu un'invenzione fascista, ma ebbe inizio molto tempo prima e trovò larga diffusione nel primo cinquantennio dopo l'Unità d'Italia. In questo post sono raccolte le informazioni relative a Umberto Pontanari, alla commemorazione legata alla sua morte e alla “damnatio memoriae” seguita alla caduta del fascismo.
Ad Umberto Pontanari venne dedicata la strada sanminiatese che dal “Riposo” conduce in Piazza Buonaparte, sotto al Convento di San Francesco e che anticamente veniva chiamata via Sant'Andrea.

L'attuale viale Giacomo Matteotti
già Viale Umberto Pontanari
Foto di Francesco Fiumalbi

UMBERTO PONTANARI
Nato a Montaione il 4 giugno 1882, Umberto Pontanari era sposato e padre di due figli. Reduce dalla Prima Guerra Mondiale, aderì al fascismo prendendo parte alle azioni squadriste nel territorio sanminiatese e nei comuni limitrofi. Durante una di queste operazioni, vista la richiesta di intervento urgente proveniente da Isola, una camionetta di squadristi si precipitò da San Miniato verso la pianura. Nel viaggio la camionetta che trasportava gli squadristi si ribaltò, avendo preso una curva a forte velocità nei pressi del cimitero di San Lorenzo a La Scala. Vi furono una quindicina di feriti e un morto: Umberto Pontanari. Tutto questo accadeva nella notte fra il 14 e il 15 maggio 1921.


Dei funerali che seguirono, si trova riscontro sul quindicinale d'ispirazione cattolica «La Vedetta», anno III, n. 21 del 22 maggio 1921:

Solenni onoranze funebri
al fascista
UMBERTO PONTANARI
Sabato a notte, all'ospedale, dove era stato ricoverato d'urgenza dalla Misericordia, in seguito ad incidente automobilistico accaduto nella vicina frazione la Scala, cessava di vivere il fascista Umberto Pontanari.
Ai funerali, che ebbero luogo il 17 c.m. a cura del locale fascio, intervennero i fasci di combattimento di Empoli, Fucecchio, Montopoli, S. Croce sull'Arno, Ponte a Egola, Vinci, Cerreto Guidi, le Associazioni cittadine, fra le quali notammo l'Ass. Nazionale dei Combattenti, l'Unione Politica Nazionale, le Scuole Tecniche pareggiate, le Scuole Elementari, l'Unione Magistrale, Società dei Reduci e Fratellanza Militare, Società Operaia, Arc. di Misericordia, Circolo Giovanile Cattolico «Augusto Conti», Società Cattolica «Fides», Società Sportiva «Voluntas», Comizio Agrario, Unione Sarti, Gioco del Pallone, Cassa di Risparmio, altre associazioni di fuori come l'Unione Politica di Castelfranco, il Circolo Cattolico di Balconevisi col suo magnifico gonfalone bianco ecc. Il corteo funebre interminabile, cui prestarono servizio d'onore le premiate filarmoniche di S. Miniato e Scala, dopo la benedizione di rito data alla salma in Cattedrale dal Can. Anziano Cosimo Martini, parroco dell'estinto, con l'intervento dei Cappellani corali al completo, passò fra due fitte ali di popolo commosso per tutte le vie della città imbandierata a lutto mentre da tutte le finestre si gettavano fiori sul feretro, portato a spalla in cassa nuda da squadre di fascisti, e tutte le campane mandavano al cuore di tutti la loro voce di pianto.
Innumerevoli le corone fra le quali quella della famiglia (dono del fascio), quella dei fascisti, dell'Unione Politica, dei Combattenti, delle donne cittadine, delle Sigg. Turini-Rigatti, della Banda Cittadina, del Fascio di Ponte a Egola ecc. Giunto il corteo al Conservatorio di S. Chiara dove uno stuolo di educande ricoprirono il feretro ancora di fiori, l'Avv. Pierazzi pronunziò un breve ma sentito discorso funebre destando in tutti fremiti di commozione, quindi scioltosi il corteo, il feretro proseguì per il cimitero sul carro di prima classe offerto dalla nostra Ven. Arc. di Misericordia che aveva curato anche il trasporto della salma.
I più vecchi dicevano che mai la nostra città vide un trasporto funebre così imponente.
Alla famiglia desolatissima, ai parenti tutti le nostre vivissime condoglianze.
Il fascio locale ha inviato alla Misericordia la seguente lettera di ringraziamento.

Ill.mo Signor Conte
Ci preghiamo di partecipare al Consiglio ed ai suoi fratelli tutti i vivissimi ringraziamenti che la Commissione Esecutiva di questo Fascio fa a nome della Famiglia del defunto fascista UMBERTO PONTANARI, e di tutti i fascisti, alla R. Arc. di Misericordia, di cui V.S. degnamente ne è Presidente, per quanto è stato fatto per rendere più solenni gli onori funebri da tributarsi alla prima vittima di questo Fascio di Combattimento.
S. Miniato 19 Maggio 1921
p. La Commissione Esecutiva
Alemanno Vannini

Il 14 maggio 1922, ad un anno esatto di distanza, sulla prima pagina del quindicinale sanminiatese «La Voce Fascista», il segretario del fascio sanminiatese Giulio Giani dedicò un ampio editoriale alla memoria del defunto. Come in ogni documento o fonte storica, sono parole da leggere tenendo presente il clima e la retorica del tempo.

Nell'anniversario della morte, i fascisti di S. Miniato uniti in una fede ed in una volontà rinnovano il fraterno alalà al fascista UMBERTO PONTANARI
Se ai fascisti fosse lecito piangere i loro morti, oggi il Fascio di S. Miniato si dovrebbe raccogliere al completo in un religioso silenzio ad eternare nella solitudine un immenso dolore.
Oggi un anno si compie, dacché alle sue balde squadre manca all'appello un uomo, cui un fato crudele troncò l'esistenza, mentre sul camion combattuto, giulivo e cantando si recava a compiere l'alta missione di fascista, che egli aveva fin dall'inizio compresa.
Chi di noi, non si sente oppresso dal triste ricordo del 14 maggio 1921?
Chi di noi, ritornando indietro col pensiero non vede ancora il fratello Umberto Pontanari, dinanzi alla sede del Fascio, disciplinato e pronto a tutto, sempre giulivo, più giulivo quando sapeva che un pericolo era imminente?
Egli, figlio del popolo, operaio e lavoratore, era l'espressione viva che anche fra il popolo nella tempesta che ne aveva sconvolto quasi totalmente le coscienze, ardeva ancora un fuoco d'amore, una lampada votiva ma ancora da esso accesa sull'ara della Patria.
Anziano più di altri, ma forse più giovane di affetti e di amore, Umberto Pontanari, non curante se pericoli sovrastavano, ad onte che una consorte e due teneri figli ogni sera trepidassero in casa per lui, era stato uno dei primi fascisti; lo era diventato così come tutti, per un istintivo impulso che proveniva da un petto generoso da un innato amore alla Patria immortale.
La morte? Io non la curo, egli mi diceva durante una spedizione. Occorre piuttosto vincere la nostra santa battaglia, occorre debellare i sobillatori del diritto, della pace, della giustizia, gli svalorizzatori della nostra vittoria. Se mai morissi, egli continuava, credo che la Provvidenza non abbandonerebbe mia moglie ed i miei bambini: e ritornato in isquadra con una fierezza sua particolare e con un lampo negli occhi intonava nella notte: «La nostra Patria è l'Italia bella».
Sono frasi queste che io non ho mai dimenticato, sono fatti questi che nessuno deve dimenticare: che ogni fascista ed anche ogni avversario deve seriamente meditare.
Sono tutto un poema di fede, di amore, di bontà, di entusiasmo; inutile tessere un elogio più lungo.
Quando lo rividi freddo, irrigidito nella morte adagiato su un letto di fiori, avvolto nel tricolore coi gagliardetti nuovissimi che gli facevano guardia d'onore, ripensai a queste sue frasi, mi venne meno la forza: ma con me piangeva tutto uno stuolo di forti e baldi reduci della trincea.
E pensavo alla bellezza ideale del miracolo che il Fascismo aveva compiuto, e pensavo anche allora che il Fascismo è una fede incrollabile, una fede che ha dei martiri, e dei martiri puri, meravigliosi, immortali.
Indietro o profanatori delle tombe dei nostri eroi! chi avversa il Fascismo non ha né cuore, né anima, né patria, né sentimento.
***
Oggi un anno è passato. - Quest'oggi le nostre squadre si recheranno in silenzio nel lugubre cimitero. - Sarà cerimonia austera e solenne: sarà pellegrinaggio devoto di meditazione e di raccoglimento.
Non oggi corografia e rettorica; cerimonia intima, quasi familiare, dei fratelli ancora vivi, che recano il saluto al fratello che più non è.
E quale il saluto fascista? L'ho detto in principio: a noi non è dato di piangere: ma, o Umberto Pontanari, tutta la falange sorella, è ancora compagine salda, è ancora compagine forte, ha ancora una incrollabile fede.
Immobile e militarmente irrigiditi innanzi alla tua tomba gli squadristi sanminiatesi, questo ti diranno col loro pensiero:
«Per l'onore all'Italia per cui fosti fascista, per l'onore all'Italia per cui tu moristi, tutti i compagni di fede, ed i vecchi ed i giovani, oggi ti giurano di continuare l'opera iniziata, coll'intendimento di raggiungere completa vittoria, fino a che morte non ci conduca nell'eterno regno da cui oggi Tu benedici i 500.000 italiani, in cui s'è di nuovo incarnato lo spirito dei morti del Grappa e del Piave».
IL SEGRE. POLITICO
del Fascio Sanminiatese

Via Samminiatese incrocio con via Erti
nei pressi del Cimitero di San Lorenzo a La Scala
luogo dell'incidente dove perse la vita Umberto Pontanari
Foto di Francesco Fiumalbi

LA LAPIDE COMMEMORATIVA
Alcuni mesi dopo, il 27 agosto 1922 venne organizzata presso La Scala un'ampia adunanza di tutti i “fasci” locali, ovvero di tutte le diramazioni di cui si componeva l'organizzazione del partito fascista nella zona. Nell'occasione venne inaugurata la “sede rionale” (in pratica la casa del fascio) all'estremità sud-occidentale dell'attuale Piazza Trieste e scoperta una lapide commemorativa, dedicata ad Umberto Pontanari, nel luogo ove accadde l'incidente. Di seguito l'annuncio su «La Voce Fascista» del 20 agosto 1922, p. 2:

Domenica 27 corr. verrà inaugurata nella vicina frazione di “Scala” la sede del “Circolo Fascista”.
Nel contempo verrà anche scoperta la lapide che ricorda il Fascista Umberto Pontanari, fatalmente caduto la sera del 14 maggio 1921.
Indico perciò anche per quel giorno l'Adunanza Generale di tutti i fascisti di tutti i nuclei e di tutte le squadre, secondo le modalità che verranno posteriormente indicate.
Invito nel contempo a nome del Direttorio tutti i fasci del Circondario, a recarsi per quel giorno con baldanza di squadre e di fiamme, nella sud.a località, onde accrescere l'importanza della simpatica cerimonia.

Di questo episodio venne pubblicato un resoconto su «La Voce Fascista» del 3 settembre 1922, p. 3:

La magnifica Adunata di Domenica 27 u.s. a “La Scala”
Come già annunziammo nel numero scorso, Domenica, fra uno splendore di sole e di tricolore fu inaugurata la sede Rionale de «La Scala» e fu scoperta la lapide che ricorda il luogo ove cadde il nostro concittadino U. Pontanari.
Il paese era magnificamente addobbato, grazie alla fede ed alla volontà dei fascisti di quella località, che nessuna fatica si rispiarmarono per rendere più solenne la cerimonia.
Intervennero alla cerimonia le rappresentanze di una quindicina di Fasci dei dintorni: a rendere più solenne e maestoso il rito contribuirono anche la famiglia del defunto Umberto Pontanari e quella del Gen. Moriani che ancor reca il lutto per la barbara uccisione del figlio fascista trucidato a Livorno.
Il Fascio di S. Miniato era presente al completo con fanfara.
Alle ore 18 precise, formatosi il corteo e giunto questo in faccia alla pietra ricordo, prese la parola il Segretario Politico del Fascio di S. Miniato (Giulio Giani, n.d.r.) il quale con commossa parola ricordò il caduto compagno di fede ed ordinò lo scoprimento della lapide, mentre irrigiditi salutarono i fascisti e squillarono le note di «Giovinezza».
Presentò quindi gli altri oratori e scusò l'assenza del Marchese Perrone e dell'avv. Pierazzi.
Ricompostosi il corteo, sul Piazzale del paese tennero due riuscitissimi comizi il Sig. Ettore Casadei Segretario Regionale delle Avanguardie, ed il carissimo amico e compagno Ing. Marzi di Certaldo, il quale inaugurò il bel vessillo del Circolo Fascista.
Ambedue gli oratori riscossero unanime il plauso dell'immensa popolazione adunatasi.
Durante tutta la ceriminia prestò lodevolissimo servizio la Filarmonica della Scala.

La lapide dopo alcuni decenni di oblio è stata ritrovata nel 2017, dissepolta dal giardino di Palazzo Roffia (sede della Misericordia di San Miniato) dove era stata gettata.
L'iscrizione riporta le seguenti parole:

MARTIRE FASCISTA
UMBERTO PONTANARI
CADUTO A LA SCALA
SAN MINIATO
IL 14 MAGGIO 1921

Piazza Trieste a La Scala, dove aveva sede la casa del fascio
Foto di Francesco Fiumalbi

IN S. MARIA AL FORTINO ED ALTRI RICONOSCIMENTI
Il 6 novembre 1932 il Re Vittorio Emanuele III giunse a San Miniato. Fra le varie cerimonie, presenziò all'inaugurazione del Sacrario di Santa Maria al Fortino, quale Cappella Votiva, dedicata ai Caduti della Prima Guerra Mondiale e ai “martiri” della rivoluzione fascista. Fra i corpi sepolti in Santa Maria al Fortino vi fu anche quello di Umberto Pontanari, che lì si trova ancora oggi.

Nel dicembre 1933 Umberto Pontanari fu iscritto ad onorem al Comitato Pisano della Società Dante Alighieri. Questo il testo riportato nel settimanale «Il Ponte di Pisa» del 9-10 dicembre 1933, p. 3:
Soci perpetui della Dante Alighieri. — Al Comitato Pisano è pervenuta la gradita inscrizione a socio perpetuo del Sig. Cav. Giovanni Caniato di Navacchio.
Il Comitato, oltre la inscrizione del Comm. Avv. Lecci, ha provveduto pure a quella ad honorem del Martire fascista di S. Miniato Umberto Pontanari.

Lastra tombale di Umberto Pontanari
presso il Sacrario di Santa Maria al Fortino
Foto di Francesco Fiumalbi

L'INTITOLAZIONE DEL VIALE PONTANARI
Con delibera del 25 febbraio 1937, per volere dell'allora Podestà Giuseppe Pellicini, la strada sanminiatese anticamente denominata via Sant'Andrea e poi via Ciccioni, fu ribattezzata “viale Umberto Pontanari”. Di seguito il testo contenuto in Archivio Storico del Comune di San Miniato, F200 S022 UF32, Deliberazioni del Podestà 1934-1940, Delibera n. 25 del 25 febbraio 1937:

L'anno Millenovecentotrentasette, addì venticinque del mese di Febbraio, anno XV°, in una sala del civico palazzo di S. Miniato.
IL PODESTA'

per l'Amministrazione di questo Comune, Avv. Giuseppe PELLICINI, assistito ad ogni effetto di legge dal Segretario Capo del Comune Cav. Michele Castiglioni:

Affinché anche questa Città abbia denominazione di vie che commemorano la fondazione dell'Impero Fascista e il Caduto per la Revoluzione, Umberto Pontanari morto il 15 maggio 1921;

DELIBERA

di sostituire la denominazione di Piazza “Gioacchino Taddei” con “Piazza dell'Impero”, la via dei “Ciccioni” con “Viale Umberto Pontanari” e la “Via S. Francesco” con “Viale 9 Maggio”.

VIALE GIACOMO MATTEOTTI E LA DAMNATIO MEMORIAE
Al termine della Seconda Guerra Mondiale, nonostante le morti e le distruzioni provocate dal conflitto e dal ventennio di governo fascista, l'Italia ripartì con nuovi o rinnovati valori: la “Pace”, la “Liberazione”, la “Repubblica”, la “Democrazia”, l'“Antifascismo”, il “Lavoro”, etc. Questi valori fondativi andarono a sostituire, se non proprio a cancellare, quelli su cui si era fondata l'epoca precedente. E questo avvenne in tutti campi della vita socio-culturale e quindi anche nella toponomastica stradale. Ad esempio Piazza dell'Impero non tornò a chiamarsi Piazza Gioacchino Taddei, ma venne ribattezzata Piazza del Popolo; la piazzetta antistante il Municipio, che fin dal 1933 aveva il nome di Piazza Arnaldo Mussolini, venne reintitolata a Giuseppe Mazzini. Ed ancora, la vecchia Piazza del Seminario, da Piazza Vittorio Emanuele III venne chiamata Piazza della Repubblica. Si trattò di una vera e propria operazione di “damnatio memoriae” che investì tutti gli elementi e le denominazioni che avessero potuto rimandare al periodo fascista e alla monarchia.
Della nuova denominazione del Viale Umberto Pontanari in Viale Giacomo Matteotti si ha notizia dalla comunicazione del Sindaco Concilio Salvadori del 2 agosto 1945 all'Ufficio di Stato Civile. Il Documento è conservato presso l'Archivio Storico Comunale e pubblicato nel volume San Miniato durante la Seconda Guerra Mondiale (1939-1945). Documenti e cronache, Amministrazione Comunale San Miniato, Biblioteca Comunale San Miniato, Giardini Editori, Pisa, 1986, p. 259.

L'attuale viale Giacomo Matteotti
già Viale Umberto Pontanari
Foto di Francesco Fiumalbi

E così, anche per Umberto Pontanari scattò la cancellazione dal pantheon della memoria collettiva. Nel lessico del ventennio, era stato celebrato come un “martire” della rivoluzione fascista, forzando di parecchio il significato di quel termine. Come abbiamo visto in precedenza, in realtà Pontanari rimase vittima di un incidente stradale e non di un'offesa alla sua persona in quanto fascista o squadrista.
In ogni caso, per contrapporre un “martire” ad un altro “martire”, la strada venne ribattezzata viale Giacomo Matteotti, come ancora oggi si chiama. Da una persona morta mentre operava in nome del fascismo, ad una personalità assassinata proprio per la sua attività contro il regime fascista.
Lo ricordiamo, Giacomo Matteotti fu segretario del Partito Socialista Unitario (formazione politica nata dalla scissione del PSI), rapito ed assassinato il 10 giugno 1924 da una squadra di fascisti per le contestazioni mosse rispetto ai brogli avvenuti nella tornata elettorale di quell'anno e per alcuni episodi di corruzione che vedevano coinvolto il governo.

domenica 24 gennaio 2016

IN PILLOLE [038] I SANMINIATESI CHE "MARCIARONO" SU ROMA


a cura di Francesco Fiumalbi

"O ci daranno il governo o lo prenderemo calando a Roma”.

Queste furono le parole pronunciate da Benito Mussolini all'adunata fascista, svoltasi a Napoli il 24 ottobre 1922, che fece da preludio alla ben nota marcia su Roma.

La marcia su Roma è uno di quegli episodi che, più o meno approfonditamente, tutti noi abbiamo affrontato a scuola nelle ore di Storia. Senza entrare troppo nei dettagli, rappresentò il momento decisivo dell'ascesa al potere del fascismo. Si svolse fra il 27 e il 28 ottobre 1922 e culminò con l'ingresso nella Capitale e l'incarico di formare il governo, dato dal Re Vittorio Emanuele III a Benito Mussolini, il successivo 30 ottobre.

Anche dal territorio sanminiatese si mossero due piccoli gruppi, che andarono ad affiancare le altre camicie nere in marcia verso la Capitale. Di questo ci dà notizia Giorgio Alberto Chiurco, nella sua Storia della Rivoluzione Fascista (1919-1922), suddivisa in 5 volumi e stampata nel 1929 (rist. 1972). Il testo ripercorre gli anni che vanno dalla fine della Prima Guerra Mondiale fino all'incarico di Benito Mussolini a Presidente del Consiglio.
Da un punto di vista storico si tratta di un'opera “celebrativa” e non può essere considerata un testo scientifico: non ha quell'“oggettività” che si richiede ad un libro di storia, come potrebbe sembrare dal titolo. Tuttavia presenta ugualmente notevoli spunti d'interesse ed ha il pregio di contenere, al suo interno, i nomi degli “squadristi” che presero parte alla marcia. Si può immaginare che, in quegli anni, avere il proprio nome nell'elenco di coloro che avevano marciato su Roma, fosse uno straordinario motivo di orgoglio. Almeno finché le cose andarono bene.

Ed è qui che abbiamo rintracciato i nomi dei sanminiatesi, suddivisi in base alla “sezione” di appartenenza. Infatti, almeno nel periodo iniziale, i gruppi fascisti formalmente costituiti erano due: la Sezione di San Miniato, che raccoglieva le adesioni nella parte centro-orientale del territorio comunale, e la Sezione di Ponte a Egola, punto di riferimento della Valdegola e della porzione occidentale.

Non sembrano esistere, allo stato attuale degli studi, documenti o fonti che possano in qualche modo confermare o precisare i due elenchi di nomi riportati da Chiurco. Per il momento non si può far altro che prenderli per buoni, seppur con la dovuta cautela.

Di seguito i nomi, che troviamo elencati nel paragrafo dedicato alla “II Legione Fiorentina”:

Sezione di Ponte a Egola: Giusti Mario (capo squadra), Riccioni Enrico (vice-capo squadra), squadristi: Marianelli Luigi, Bertoncini Tommaso, Morelli Ottavio, Mannini Giuseppe, Arzilli Gino, Terreni Vincenzo, Viligiardi Dante, Rossi Renato, Rossi Giuseppe, Simeoni Alessandro, Bechini Giuseppe, Marianelli Cesare, Morelli Umberto, Giusti Carlo, Giusti Gilberto, Giuseppe Giusti (centurione).
[Estratto da G. A. Chiurco, Storia della Rivoluzione Fascista (1919-1922), Vol. 1, Vallecchi Editore, Firenze, 1929, p. 359]

Sezione di San Miniato: Cinci Giovanni, Nencini Emilio, Zucchelli Danilo, Gazzarrini Lionello, Mariani Amedeo, Elmi Alessandro, Quercegrossi Giovanni, Biagioni Athos, Capponi Ugo, Maltinti Antonio, Bernini Armando, Tavanti Aldo.
[Estratto da G. A. Chiurco, Storia della Rivoluzione Fascista (1919-1922), Vol. 1, Vallecchi Editore, Firenze, 1929, p. 361]



Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...