domenica 17 ottobre 2010

AVVENTURE SANMINIATESI


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Con questo post il team di SMARTARC intende raccontare “la ricerca sul campo” effettuata in data 9 ottobre 2010. Non è la prima e non sarà nemmeno l’ultima. Semplicemente, l’articolo vuole avvicinare tutti coloro che sono interessati a queste esperienze di ricerca, e magari unirsi al gruppo. Come potrete leggere e vedere noi partecipanti non siamo professionisti della ricerca o persone di chissà quale estrazione culturale. Siamo persone semplici, accomunate dall’amicizia, dalla curiosità e dal desiderio di conoscere qualcosa in più sul territorio del Comune di San Miniato.





Data: 9 ottobre 2010
Percorso: La Scala (dal parcheggio del cimitero) – San Miniato (“Casa di Riposo”), attraverso un antico tracciato oggi non più utilizzato dalla normale viabilità automobilistica.
Partecipanti: Bertini Massimo, Cardanelli Marco, Costagli Rita e la piccola Matilde, Fiumalbi Francesco, Guardini Alessio.

Diamo un’occhiata alle “mappe del tesoro”, ovvero una Carta dei Capitani di Parte e una planimetria catastale d’impianto risalente al ‘39-’40. Pronti si parte! Direzione: Pancole!


Il “team di Smartarc”
Foto di Rita Costagli (c’è anche lei, ma stava facendo la foto…)

Imbocchiamo via Fonti e subito svoltiamo in via San Piero, la strada che conduce all’omonima chiesa. Pochi passi e lì la Carta dei Capitani di Parte del 1584 ci segnala la “Proprietà dello Spedale della Scala”. Invece al semaforo fra la Tosco-Romagnola, via Sanminiatese e via Trento vi è segnata la “Bottega dello Spedale”. Significa che lungo la principale via di comunicazione non ci doveva essere l’Ospedale vero e proprio, ma una sorta di farmacia, vicino alla stazione postale. Infatti il simbolo della “Scala” che possiamo vedere lungo la Statale è in ferro. Era inequivocabilmente un’insegna, mentre l’Ospedale doveva avere uno stemma, e questo non poteva che essere in pietra. Cerchiamo lo Spedale.

Cominciamo a salire e vediamo una signora alla finestra che però non sa dirci molto. Sopraggiunge il marito e lui ci rivela un particolare interessante: proprio di fianco alla sua abitazione, nelle due case attigue vi sono muri con grande spessore, indicandoci approssimativamente 80-100 cm con le braccia, senza saperci dire altro. Non abbiamo la certezza matematica, ma in virtù di possenti murature e dell’indicazione della Carta del ‘500, possiamo concludere, con ragionevole certezza, che abbiamo localizzato il vecchio Spedale di Santa Maria della Scala, da cui ha preso il nome il centro abitato di La Scala.

“Quello è lo Spedale di La Scala” (da notare Alessio versione 007)
Foto di Rita Costagli

Le due abitazioni con possenti murature al loro interno:
con ogni probabilità sorgono su quello che un tempo era lo Spedale di La Scala.
Foto di Francesco Fiumalbi

Massimo Bertini, membro della spedizione, ha quasi un mancamento (si scherza!) perché lui è nato e cresciuto a La Scala, ma non sapeva che lo Spedale non si trovasse all’incrocio. E così, fra il confuso e il divertito ci esorta a proseguire verso Pancole.
Scendiamo giù e riprendiamo via Fonti. Poco più avanti ci fermiamo ancora presso il vecchio stabilimento dell’acqua “Generosa”. Qui un tempo veniva imbottigliata l’acqua che sgorgava dalle vecchie fonti di San Piero (o Pietro). Già, queste fonti, che fine hanno fatto?

L’ex stabilimento acque de “La Generosa”
Foto di Rita Costagli

Mentre guardiamo da fuori il vecchio stabilimento, sopraggiunge un signore che conosce Massimo. Chiediamo lumi a lui: dove si trovano le fonti? Dov’erano i lavatoi?
Nel recente libro di Manuela Parentini e Delio Fiordispina, “Pozzi, fonti, cisterne e acquedotti” si parla molto dello sfruttamento delle Fonti di San Pietro, anche se non viene indicata la posizione esatta delle strutture. Così, nel suddetto libro, a pag. 109 abbiamo una cartina che ci mostra l’acquedotto (Archivio del Comune di San Miniato F200 S132 UF23) mentre a pag. 121 c’è una bella foto d’epoca raffigurante i vecchi lavatoi.
L’uomo ci presenta all’anziana signora Anna, che abita poco distante, la quale con grande ospitalità ci fa entrare a piano terreno e ci consente anche di fare alcune fotografie che vi proponiamo più avanti. La signora ci indica anche il terreno sotto al quale ci sono ancora i lavatoi, semplicemente sotterrati sotto qualche centimetro di terra.

Il terreno sotto al quale ci dovrebbero essere ancora i lavatoi
Foto di Francesco Fiumalbi

Entriamo al piano terreno dell’abitazione della Sig.ra Anna, che come detto ci ha permesso di fare alcune fotografie. Quella che potrebbe sembrare una normale cantina si è rivelata invece lo scrigno di un vero e proprio tesoro.

La “porticciola”
Foto di Francesco Fiumalbi

Quella casa era del “Guardiano delle Acque” della Generosa, ovvero il suo defunto marito. E, quasi come in un film hollywoodiano, ci troviamo di fronte ad alcuni grandi macchinari. Infine una porticciola, chiusa da chissà quanto tempo.
Armati di una torcia elettrica, ci facciamo coraggio e apriamo la porta: SORPRESA!

L’apertura della porta
Foto di Rita Costagli

La cisterna “segreta”
Foto di Rita Costagli

Ai nostri occhi appare un grande ambiente sotterraneo. Una sorta di cisterna, contenente acqua cristallina. L’ambiente è coperto con due grossi archi che sostengono volte a botte. L’ambiente è intonacato. Si scorge il fondo. All’estremità opposta un grosso pozzo che non sappiamo quanto sia profondo. Ci sembra di essere ad un passo da un passaggio verso il centro della terra. E’ un’emozione fantastica. Questa era la cisterna che raccoglieva le acque che poi andavano ai lavatoi e da qui alla Generosa.
La sig.ra Anna ci racconta una leggenda. Due frati, che chiama San Paolo e San Pietro giungono nei pressi della fonte. Qui lasciano a protezione della preziosa acqua un crocifisso, che forse è in fondo al pozzo. Sempre nel “buco” ci dovrebbe essere una testa in marmo, antichissima, appartenente ad una statua forse etrusca.
La cosa potrebbe essere inverosimile. Però un po’ per il luogo e l’atmosfera che crea, un po’ la nostra fame di mistero, rimaniamo tutti ugualmente impressionati. Chissà?!
La signora ci invita a prendere qualcosa da bere, ma la strada da fare è ancora molto lunga, siamo appena ai piedi della collina. Così, ringraziamo la donna per la grande disponibilità e gentilezza e riprendiamo la strada.

Via Fonti, iniziamo a salire
Foto di Francesco Fiumalbi

Cominciamo l’ascesa verso San Miniato. La strada ormai è un sentiero. Intravediamo due grossi fornici, che ricordano da vicino Fonti alle Fate, per dimensione e fattura. Sono stati tamponati. Probabilmente si tratta di una struttura che sostiene il terrapieno soprastante, ma potrebbe anche essere l’imboccatura delle antiche Fonti di San Piero. Sulla mappa, potrebbe anche tornare.

I due fornici
Foto di Francesco Fiumalbi

La strada è in salita, ma non è ripida. E’ dolcissima, si cammina che è un piacere. Si intravedono due importanti costruzioni: San Lorenzo a Nocicchio e poco più lontano il convento di San Francesco. I punti di vista sono inusuali e così, complice anche la splendida giornata, ci paiono ancor più belli e affascinanti. Più in alto la “Rocca”, orgogliosa come non mai.

San Lorenzo a Nocicchio, retro
Foto di Francesco Fiumalbi

San Francesco e la Rocca
Foto di Francesco Fiumalbi

Via Fonti
Foto di Francesco Fiumalbi

Cominciamo ad intravedere la costruzione della Casa di Riposo, la zona detta di Pancole, ovvero la nostra meta. Affiancati da olivi, il panorama della collina sanminiatese si staglia in tutta la sua bellezza, da un punto di vista inedito. Poche sono le persone che in tempi recenti hanno percorso questa strada, se escludiamo coloro che vi abitano.
La strada, purtroppo, si fa brutta. Il sentiero vero e proprio scompare, lasciando il posto all’erba. La pendenza aumenta.

Via Fonti
Foto di Francesco Fiumalbi

Via Fonti (ciò che rimane)
Foto di Francesco Fiumalbi

Via Fonti (ciò che rimane), si intravede un arco
Foto di Francesco Fiumalbi

Siamo quasi arrivati a destinazione. San Miniato è di fronte a noi, disteso come un “serpente” sul crinale della collina. Intravediamo la Casa di Riposo e, misteriosamente, vediamo sbucare da dietro della vegetazione un grosso arco. Cosa sarà? Ci avviciniamo.

Fonti di Pancole
Foto di Francesco Fiumalbi

Sono le fonti di Pancole!! Eccole, finalmente davanti ai nostri occhi. Notiamo subito la somiglianza con Fonti alle Fate. Due fornici, molto più grandi di quelli “alle Fate”, ma di simile struttura. Nell’arco di destra si apre una piccola finestrella, in quello di destra una piccola porta. Che facciamo? Entriamo?
Il pensiero di non entrare non ci sfiora nemmeno per un momento.

Fonti di Pancole, toc toc, c’è nessuno in casa?
Foto di Francesco Fiumalbi

Mettiamo la testa dentro. Non entriamo perché il pavimento è molto bagnato e si potrebbe scivolare non avendo le scarpe adatte. Allunghiamo però, i nostri obbiettivi fotografici.

Fonti di Pancole (interno)
Foto di Francesco Fiumalbi

L’interno è composto da tre ambienti. Quello più grande, dal quale è possibile entrare è completamente in mattoni, con copertura voltata a crociera. Al suo interno vi è una motopompa trifase che serviva per pompare l’acqua verso l’acquedotto cittadino e poi verso i campi. Si intravedono i due ambienti più piccoli: quello più piccolo con la fonte vera e propria, l’altro contiene, invece, una vasca per la raccolta dell’acqua. La parete che divide l’ambiente principale da quello della vasca è sicuramente successiva, e trattasi di un sottile tamponamento, parzialmente crollato.
Dilvo Lotti, nel suo libro San Miniato nel Tempo, fa risalire le Fonti di Pancole all’epoca etrusco-romana, chiamandole addirittura “terme”. Non ci è dato da sapere. E’ chiaro che queste fossero importanti per l’approvvigionamento idrico degli abitanti del colle sanminiatese. La volta a crociera, quale modello strutturale e architettonico risale effettivamente all’epoca romana. Tuttavia, la dimensione e la tecnica d’assemblaggio delle murature in laterizio potrebbero far risalire la costruzione dell’attuale fabbricato delle Fonti ad un epoca che va dal 1200 al 1400. Anche qui, come prima, chissà!?

Momento di ristoro alle Fonti di Pancole
Foto di Rita Costagli

Proseguiamo ancora verso la Piazzetta di Pancole. La strada è decisamente poco buona: il sentiero è completamente invaso dall’erba, si nota la traccia di una vecchia pavimentazione in laterizio ormai disgregata, cominciamo anche a trovare rifiuti, come bottiglie, lattine, cartacce.

Via di Pancole (ciò che ne rimane)
Foto di Francesco Fiumalbi

 Finalmente, con un po’ di fatica, arriviamo al parcheggio sotto la Casa di Riposo. Notiamo che l’ultimo tratto della strada che abbiamo percorso non è quella originale. Ecco l’imbocco di via di Pancole, ormai non più percorribile.

Via Pancole (ciò che rimane)
Foto di Francesco Fiumalbi

Siamo arrivati a destinazione. Da qui il panorama è meraviglioso. Scorci inediti si aprono davanti ai nostri occhi: la giusta ricompensa per la fatica spesa in salita.

San Francesco e la Rocca da Piazzetta Pancole
Foto di Francesco Fiumalbi

“Palazzo della Briccola” (?)
Foto di Francesco Fiumalbi

La mattina è terminata. Abbiamo ri-scoperto un sacco di cose, grandi e piccole. Ci siamo divertiti e ci siamo arricchiti! Cosa c’è di più bello di stare fra amici a cercare le tracce del nostro passato?

Come ha detto Alessio nella sua poesia…

E chi, cercar, non sa ancor di che cosa
temo, la sua, sia una vita noiosa.

Se anche tu vuoi aggregarti a queste piccole esperienze di “ricerca sul campo”, contatta SMARTARC su Facebook, oppure all’indirizzo smartarc.blogspot@gmail.com

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martedì 12 ottobre 2010

ANTEPOST... POETICO

Con questo post desideriamo inaugurare una nuova rubrica che propone nuovi contenuti per questo blog rispetto a quelli cui il lettore era avvezzo.
Vale la pena far presente che i nostri articoli sono frutto, sì, di minuziose ricerche bibliografiche, ma soprattutto sono il risultato di "verifiche sul campo", ovvero di faticose ricerche nei siti sconosciuti del nostro territorio.
Chi ha partecipato a queste ricerche sa quanto siano appaganti nel momento in cui si riscoprono, a volte per puro caso, veri e propri tesori d'arte e di architettura, testimonianze del nostro passato lasciate, ahimè, per anni nell'oblio e nell'incuria.
Ciò premesso, con questo post desideriamo raccontare di questo nostro lavoro di ricerca e riscoperta e la forma migliore per descriverne le forti emozioni che trasmette, ci è sembrata la POESIA.
Un assiduo frequentatore delle nostre perlustrazioni settimanali, si diletta, senza pretesa d'esser chiamato poeta, nel comporre endecasillabi in ottava rima ed oggi, ispirato da Clio, la sua musa prediletta, propone al lettore i suoi versi.
Gli eventi cui si fa menzione si riferiscono ad un sopralluogo dalle Fonti di San Pietro alle Fonti di Pancole, che saranno oggetto di un prossimo post sulle pagine di questo blog.

La rubrica che inizia con questo post si chiama: SAN MINIATO... IN POESIA, ed avrà il seguente logo:





L'Acqua Generosa
di Alessio Guardini
Clio, fammi dono d'un anima estrosa!
La storia d'oggi, per esser narrata,
chiede passione faconda e copiosa
com'ebbe colui che l'acqua illibata
bevve per primo e chiamò Generosa
la Fonte, che idDio portò alla vallata,
dove leggenda d'un secolo addietro
vide passar San Paolo e San Pietro.

Ciò che ora scrivo, con questo mio metro,
fiera racconta un'anziana signora,
lei custodisce in un angolo tetro
storie per chi, come noi, cerca ancora
sotto quell'acqua, che sembraci vetro,
l'ombra d'un Santo è rimasta finora.
L'acqua che oggi ci nutre il cervello
tolse la sete del nostro castello!

C'incamminiamo lassù verso quello
col cuore colmo di gradita energia,
già d'altra Fonte seguiamo un cartello,
quel che s'immagina con la fantasia.
La riscoperta è quanto di più bello
nel territorio di nascita ci sia!
E chi, cercar, non sa ancor di che cosa
temo, la sua, sia una vita noiosa.

(dedicata a Rita, Matilde, Francesco, Marco e Massimo
e a tutti quelli che non si stancano di... cercare ancora)

domenica 10 ottobre 2010

IL LABIRINTO DEL DUOMO - NUOVI FILONI DI RICERCA (seconda parte)

di Francesco Fiumalbi

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2-      UN SIMBOLO TELLURICO?

Nell’articolo precedente abbiamo interpretato il piccolo bassorilievo marmoreo come una “Triplice Cinta”. E’ un simbolo antichissimo, ma cosa potrebbe avere a che fare con San Miniato?

Un filone di ricerca è collegato al cosiddetto “tellurismo”, aspetto geografico di alcuni luoghi, legato a credenze in cui la dimensione naturale e fisica si incontra con quella metafisica. In questi luoghi, considerati particolari, sono sorti, in antichità, templi e veri e propri santuari (1). Anche di questo aspetto abbiamo notizia presso San Miniato. Il tempio dedicato al dio Pan, si trovava in un luogo sopra a quelle che molti hanno riconosciuto come terme romane, oggi chiamate Fonti di Pancole (2). Vi sono anche altre zone, nella tradizione popolare sanminiatese, legate a esperienze “metafisiche” (più nelle leggende che nella realtà dei fatti), fra cui le cosiddette Fonti delle Fate. Oppure sono luoghi con particolari connotazioni astronomiche, come chiese, con simbologie riferibili all’astronomia (3). L’ipotesi avanzata dal canonico Lorenzo Cavini nel 1969 (4), secondo cui la disposizione dei bacini ceramici della facciata della chiesa Cattedrale, dedicata ai Santi Maria Assunta e Genesio, stia ad indicare la Stella Polare con l’Orsa Maggiore e l’Orsa minore potrebbe essere un’ipotetica chiave di lettura. Di questa teoria ne parleremo compiutamente in un apposito articolo.

Duomo di San Miniato, foto di Francesco Fiumalbi


E’ possibile che il Duomo sia stato edificato in un luogo definito “sacro” già in epoca romana, pressoché equidistante dalle “Fonti”, e che gli elementi posti in facciata richiamino preesistenze cultuali antichissime? E’ plausibile che l’area fosse già insediata in epoca romana (5), tuttavia mancano riscontri documentari abbastanza consistenti per avvalorare con certezza questa ipotesi ed aggiungere un piccolo tassello alla supposizione che vede la “Triplice Cinta” legata al “tellurismo” (6). Per ben altri motivi, Piazza del Duomo, a noi contemporanei appare come un luogo speciale, quasi “tellurico”, rimanendo così affascinati dai meravigliosi monumenti architettonici che vi si affacciano. Sarà stato lo stesso anche per gli antichi abitanti del colle sanminiatese? Questa affascinante ipotesi pecca di assoluta mancanza di fonti documentarie probanti. Tuttavia, se da un lato non possiamo “affermare”, dall’altro non possiamo nemmeno “escludere”. Rimane l’ “interrogativo”.


2-      UN RETAGGIO DI CULTURA CELTICA?

Nella cultura celtica, il cui massimo splendore si ha fra il IV e il III secolo a.C., la “Triplice Cinta” può corrispondere ai tre gradi del sacerdozio druidico: indovini, poeti e druidi veri e propri (7). Diodoro di Sicilia afferma che i Celti accumulavano nei recinti sacri e nei templi una grande quantità d’oro e d’argento consacrati agli déi che nessuno osava toccare (8). In questo contesto, il suddetto simbolo potrebbe stare a significare i vari recinti fisici di un tempio, accessibile soltanto a coloro che erano stati iniziati, quindi ai sacerdoti.
Non si hanno notizie a San Miniato di culti celtici, tuttavia vi era un tempio antichissimo, quello del dio Pan, dal quale, con ogni probabilità, prende il nome la zona di Pancole (9) (“Colle di Pan”). Questo tempio, in epoca cristiana fu riconvertito a chiesa, dedicata inizialmente ai santi Filippo e Jacopo, sconsacrata nel 1799 e demolita intorno al 1830 per costruire un’abitazione (10). Il dio Pan ha un suo corrispettivo in ambito celtico (11). Si tratta del dio Cernunnos, divinità legata alla natura, e da qui alla riproduzione e alla fertilità; anche le iconografie di Pan e Cernunnos sono molto simili, in alcuni casi addirittura sovrapponibili (12).

 Cernunnos, immagine tratta da http://it.wikipedia.org/wiki/File:Cernunnos.jpg,
Museum of the Middle Ages, Paris
By ChrisO, uploaded on 4 June 2004


 Pan e Capra
Museo Archeologico Nazionale di Napoli Ritrovato nella Villa dei Papiri ad Ercolano
Foto tratta da http://it.wikipedia.org/wiki/File:Pan_e_Capra_100_4815.JPG
Caricata dall’utente Johnnyrotten

Il culto di Cernunnos è sopravvissuto anche in epoca longobarda, seppur in sotto forme anche molto diverse, legato sempre a culti relativi alla fertilità e alla terra. Nonostante la conversione della popolazione longobarda al cristianesimo, molte credenze pagane sopravvissero (13). Durante il Ducato di Tuscia, eretto nelle terre appartenenti ai bizantini (14), abbiamo notizia del governo longobardo nel territorio sanminiatese dall’erezione, avvenuta nel 713, della chiesa dedicata al martire Miniato, sotto la giurisdizione del vescovo lucchese Belsari (15).

 La zona detta di “Pancole”, Foto di Francesco Fiumalbi

Potrebbe essere che alcune credenze pagane di origine nordica fossero approdate anche nelle nostre terre e che si fossero accostati a culti precedenti? Questa ipotesi appare, forse, fantasiosa. Tuttavia, allo stato delle ricerche, non sembra che possa essere esclusa del tutto, anche se rimane insoluto l’interrogativo sul come poi il bassorilievo marmoreo sia finito sulla facciata del Duomo.
  

(…continua…)


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NOTE BIBLIOGRAFICHE

1)http://intervalluminsaniae2.spaces.live.com/blog/cns!D34FD44EFBBA976F!243.entry?wa=wsignin1.0&sa=751805055
2) Lotti Dilvo (a cura di), San Miniato nel tempo, Pacini Editore, Pisa, 1981, pag. 41.
3)http://intervalluminsaniae2.spaces.live.com/blog/cns!D34FD44EFBBA976F!243.entry?wa=wsignin1.0&sa=751805055
4) Lotti Dilvo (a cura di), San Miniato nel tempo, Pacini Editore, Pisa, 1981, pag. 41.
5) Ibidem.
6) Uberi Marisa e Coluzzi Giulio, I luoghi delle Triplici Cinte in Italia, Eremon Edizioni, Aprilia, 2008.
7) Jean Chevalier e Alain Gheerbrant, Dizionario dei Simboli, BUR, Parigi, 1969, voce: “Cinta”.
8) Diodoro di Sicilia (o Diodoro Siciliano), Epistole, riportate in Pietrasanta Daniela, Le Epistole di Diodoro Siciliano, Laruffa Editore, 2005.
9) Boldrini Robero (a cura di), Dizionario dei Toponimi del Comune di San Miniato, Bongi, San Miniato, 2004, voce “Pancole”, pag. 82.
10) Parentini Manuela, Chiesa di San Jacopo e Filippo a Pancole,
http://www.delcampana.it/DocPDF/2gExChiesaSanJacopoSanFilippoaPancole.pdf
11) http://anticamadre.net/Testi/DeiCelti01.html
12) http://it.wikipedia.org/wiki/Cernunnos#Nel_medioevo
13) http://it.wikipedia.org/wiki/Longobardi#Religione
14)    http://it.wikipedia.org/wiki/Ducato_di_Tuscia
15)Cristiani Testi Maria Laura, San Miniato al Tedesco, Firenze, 1967

domenica 3 ottobre 2010

TESORO NASCOSTO

di Francesco Fiumalbi


Quante volte ci troviamo inconsapevolmente vicinissimi a dei veri e propri tesori nascosti? Tante, troppe volte. La colpa spesso non è nemmeno nostra, in quanto certi luoghi sono spesso non accessibili.
E’ il caso dell’Oratorio di San Matteo: si trova lungo la strada che dalla Borghigiana conduce al Genovini, attraverso Moriolo, nei pressi della Villa di Sorrezzana dalla quale dipendeva.
Si tratta di una piccolo, quanto grazioso, edificio religioso di proprietà privata. Solo in rare occasioni viene aperto al pubblico. Grazie all’intervento di Don Luciano Marrucci, SMARTARC è riuscito ad entrarvi, ed ha ottenuto l’autorizzazione a pubblicare anche le immagini interne. Si tratta di un vero e proprio privilegio.

L’Oratorio dedicato a San Matteo
Foto di Francesco Fiumalbi


Quello che colpisce appena giunti nei pressi del piccolo Oratorio è la presenza di un vero e proprio circuito sacro, costituito da alcuni grandi cipressi. Non poteva essere altrimenti (sul ruolo sacro dei cipressi si veda l’articolo: Usque ad Sidera, Usque ad Inferos).

Vialetto d’accesso all’Oratorio di San Matteo,
Foto di Francesco Fiumalbi


Lo stato delle ricerche non consente una datazione precisa, tuttavia, da una sommaria analisi delle caratteristiche architettoniche, possiamo far risalire il piccolo edificio a cavallo tra XVII e il XVIII secolo.
Interessanti sono la posizione e l’orientamento, tutt’altro che casuali.
L’Oratorio si trova su una piccola altura che domina buona parte della Valdegola, da una parte il centro abitato di La Serra, dall’altra Corazzano, all’intersezione fra la via Volterrana e alcuni percorsi storici, oggi secondari, ma un tempo molto battuti. L’orientamento dell’edificio è perfettamente allineato all’asse est-ovest, con la facciata sul fronte di ponente. Si tratta di una bussola fatta chiesa.


L’Oratorio di San Matteo visto da nord-est
Foto di Francesco Fiumalbi


Purtroppo le immagini non rendono merito a questo luogo. Una volta entrati all’interno del recinto segnato dai cipressi, l’aria che si respira cambia. E’ la sensazione di essere vicini ad un luogo speciale, la cui sacralità, gelosamente custodita all’interno, riesce ad oltrepassare le pareti e a raggiungere coloro che vi si avvicinano.
L’edificio è una vera e propria cella templare. Non è sbagliato avvicinarla, idealmente, ad un forziere, in fondo si tratta proprio di questo, di un involucro protettore del microcosmo sacro in esso conchiuso.

Oratorio di San Matteo, prospetto frontale
Foto di Francesco Fiumalbi

Al visitatore che vi si trova al cospetto è impossibile sfuggire alla curiosità: cosa vi sarà al suo interno?
Purtroppo gran parte delle strutture di questo tipo hanno perso qualsiasi decorazione interna, ma questo Oratorio ha vissuto una vera e propria rinascita, in contrapposizione ad una morte.
In un moto estremamente vitale, qual è quello del costruire o restaurare, i lavori furono eseguiti in memoria di Alberto Posarelli, la cui breve esistenza terrena fu improvvisamente troncata. Era il 1999 e un gruppo di ragazzi, sostenuto da Don Luciano Marrucci, inaugurò la riapertura di questo edificio, che per troppi anni ha versato in pessime condizioni di conservazione.  Questa nobile operazione di restauro, dedicata alla memoria dell’amico perduto, si trasformò ben presto in un piccolo grande capolavoro, di cui possiamo renderci conto soltanto entrando all’interno.
Non è possibile descrivere l’emozione che si prova una volta che la vecchia serratura decide di aprirsi. Una vera sorpresa: la superficie delle pareti laterali è stata interamente decorata con pitture murarie, opera del pittore Luca Macchi.
Fulcro del piccolo ambiente è l’altare, sormontato da uno splendido pannello in legno dipinto, raffigurante Cristo Crocifisso. Non è una semplice croce, si avvicina molto ad una vera e propria pala d’altare.

Luca Macchi, Oratorio di San Matteo, interno
Foto di Francesco Fiumalbi

Il piccolo ambiente è avvolgente e trasporta la persona, che vi si trova all’interno, verso una dimensione altra, sospesa. La luce soffusa che risalta le forti tonalità cromatiche delle pareti, proviene da una piccola apertura posta al di sopra della porta e da due finestre sulle pareti laterali. E’ un’emozione forte. Alla sinistra un angelo lucente che infonde una grande serenità rispetto al paesaggio tetro in cui è inserito. Alla destra San Matteo Evangelista, una figura sfiancata, consumata dall’ardore e dal sacrificio nell’opera di narrare le vicende terrene di Cristo. Non a caso la scena si svolge di notte, sotto un cielo blu intenso.
San Matteo è circondato dal fuoco, lo Spirito Santo, fonte divina di ispirazione, richiamato poi dalla raffigurazione nel basamento dell’altare: un libro sovrastato dal fuoco. Si tratta del Vangelo. Il fuoco ispira la scrittura, non la consuma. Anche se non ci sono riferimenti particolari, la mente corre inevitabilmente all’immagine del roveto ardente a cui si trova di fronte Mosè: «Non avvicinarti! Togliti i sandali dai piedi, perché il luogo sul quale tu stai è una terra santa!» (Esodo 3,5). E qui sentiamo di essere davvero in una terra sacra.

Luca Macchi, Oratorio di San Matteo, parete sinistra
Foto di Francesco Fiumalbi

Luca Macchi, Oratorio di San Matteo, parete destra
Foto di Francesco Fiumalbi

Siamo in un’altra dimensione. Fuori la vita agreste, con i suoi ciclici ritmi stagionali, dentro un luogo in cui il tempo si è come fermato. Un piccolo ambiente, in cui lo spazio si dilata verso orizzonti immensi, infiniti, sapientemente creati dalla mano dell’artista la cui ispirazione è ancora viva, avvertibile anche a distanza di anni.
Il visitatore si sente immerso in questo ambiente, sensazione acuita dalla formazione di un basamento, dipinto, in cui le “bugne” sono intervallate da raffigurazioni simboliche. Per struttura ricorda quasi un fregio, in cui le metope sono intervallate non dai triglifi, bensì da bugne che idealmente sostengono la fascia.
Vedere San Matteo durante il suo lavoro da un punto di vista particolare, dal basso verso l’alto, come distesi sul pavimento della sua abitazione ci trasmette un’incredibile sensazione di intimità.
Nelle “icone” del basamento si leggono molti simboli che richiamano alla tradizione biblica. In più, alla destra della porta d’ingresso, in una formella si notano i simboli del pellegrino: un bastone, una bisaccia, una borraccia e la conchiglia di Santiago de Compostela, il tutto inserito in un ambiente desertico. Il riferimento è duplice. Non è un caso che sia vicina all’entrata, che è anche l’uscita. La possiamo scorgere solo una volta che, girate le spalle all’altare, ci accingiamo a lasciare quel luogo. Ci ricorda che siamo pellegrini su questa terra, pellegrini allo stesso modo di coloro che nella loro vita hanno lasciato la propria casa per raggiungere le più importanti mete di pellegrinaggio. C’è anche un riferimento alla via Francigena, che non ebbe un percorso preciso, netto. Il tracciato è stato più volte modificato, per varie esigenze, e non è da escludere che i pellegrini, un tempo, potessero passare anche da qui, attraverso l’antica via Volterrana.

Luca Macchi, Oratorio di San Matteo, controfacciata
Foto di Francesco Fiumalbi
Lasciare questo luogo è quasi drammatico. Il cuore vorrebbe rimanervi a lungo. La luce che filtra attraverso l’apertura sopra la porta è un potente segno. Ci ricorda che siamo ancora nel mondo, che è la fuori, a cui siamo chiamati. Usciamo, ma un pezzo del nostro cuore è rimasto ancora là dentro.

Luca Macchi, Oratorio di San Matteo, firme dell’autore
Foto di Francesco Fiumalbi

Visto che le immagini non possono rendere giustizia a questo luogo piccolo, ma immenso, si è pensato di realizzare un piccolo video, nella speranza non di trasmettere l’emozione (è oggettivamente impossibile), ma di avvicinare a questo luogo, a far capire che è ancora vivo e che aspetta soltanto di essere vissuto. Un luogo dove è possibile rifugiarsi. Al sicuro.

L’Oratorio di San Matteo, Moriolo, Loc. Sorrezzana.
Video di Francesco Fiumalbi

Si ringraziano Don Luciano Marrucci, Rita Costagli e la Sig.ra Anna per il contributo nella stesura di questo articolo.



domenica 19 settembre 2010

IL MARMO BIANCO DI MARIA MADDALENA D'AUSTRIA

di Francesco Fiumalbi

[2° revisione - 23 marzo 2014]

Andando dal Convento di San Francesco verso Piazza Bonaparte, attraverso via Angiolo Del Bravo, ci troviamo, giusto a metà del percorso, all'innesto con via Rondoni, nel cosiddetto Canto di Sant'Andrea. Questo piccolo slargo, che prende il nome dall'omonima contrada cittadina, documentata già negli Statuti del 1337, colpisce per la presenza di due elementi molto particolari. Proprio sul muro dell’edificio d’angolo è collocato il crocifisso in ceramica, opera di Dilvo Lotti, posto a sostituirne uno più antico in legno, andato perduto durante l’ultimo conflitto bellico (1). Più in basso, a livello della strada, si trova una grande “blocco” di marmo bianco, ingrigito dalla polvere e dal tempo. Siamo di fronte ad un elemento enigmatico, anche se l’aria che vi si respira davanti stilla solennità.

Il “Canto di Sant’Andrea”
foto di Francesco Fiumalbi


Quasi in religioso silenzio, ci avviciniamo a questo manufatto dalle sembianze, a prima vista, incomprensibili. Dopo una prima analisi sommaria, l’occhio si sofferma su alcuni dettagli sopravvissuti: sebbene consunti, si notano ancora i panneggi finemente decorati della vecchia statua che fu.
Abbandonata in un fosso nella vallata di Pancole (2), raccolta e affidata al deposito del Comune di San Miniato, fu “ritrovata” da Dilvo Lotti (3), e riconosciuta come la statua dedicata a Maria Maddalena d’Austria, Arciduchessa d’Austria, nonché, Granduchessa Reggente di Toscana.
Si trattava della moglie di Cosimo II Granduca di Toscana, col quale si era sposata a Graz nel settembre del 1608. Morto prematuramente nel 1621, lo scettro di Cosimo II, passò alla madre Cristina di Lorena e alla moglie Maria Maddalena, alla quale lasciò anche il governo della terra di San Miniato e il suo Vicariato (4).


Statua di Maria Maddalena d’Austria
foto di Francesco Fiumalbi


Alta quasi due metri, la statua di Maria Maddalena d’Austria doveva essere un monumento davvero grandioso, per un piccolo centro quale era San Miniato nei primi anni del '600. Ad eccezione di Leopoldo II “Canapone”, non si hanno notizie di altre opere scultoree di simili proporzioni, sia per dimensione che per fattura. Questa persona doveva, quindi, aver rappresentato molto più di una semplice governante, così come erano stati i suoi predecessori.
Simone Alessandro dei Gatti, nelle sue Annotazioni (5) ci offre la descrizione della prima visita ufficiale di Maria Maddalena d’Austria, avvenuta nel 1622 (6), la quale era accompagnata dai figli Ferdinando, Giovanni Carlo, Francesco e Leopoldo. Fu accolta dai nobili e dal popolo, mentre il Gonfaloniere Anchise Seragoni proruppe in un commosso pianto, tradito dall’emozione, e non riuscì a pronunciare una parola del discorso che si era preparato per l’occasione. La regnante dimorò nel Palazzo Grifoni, dove si trattenne per due giorni, concedendo udienze, erogando sussidi in opere di beneficienza, e liberando carcerati (7).
Al di là di questo episodio, Maria Maddalena d’Austria è stata una figura chiave per le vicende sanminiatesi del XVII secolo, i cui effetti si protraggono fino ai giorni nostri.


Statua di Maria Maddalena d’Austria
foto di Francesco Fiumalbi

Maria Maddalena d’Austria contribuì in modo decisivo ad attribuire a San Miniato il titolo di Città, necessario per l’erezione della Diocesi. Il Papa Gregorio XV, in data 5 dicembre 1622, firmò il decreto che attribuiva l’ambita qualifica (8). Seguì, in data 11 marzo 1624 la nomina del primo vescovo.
In precedenza erano già stati fatti ben due tentativi non andati a buon fine: nella prima metà del ‘400 durante il pontificato di Alessandro V e nel 1587, sotto la spinta del Granduca Ferdinando I che aveva promosso un’iniziativa in questo senso presso il Papa Clemente VIII. Quest’ultimo episodio riguardava non solo San Miniato, ma anche Colle Val d’Elsa. Il Pontefice, messo alle strette, irrigidì la sua apertura iniziale e costrinse il Granduca a preferire uno dei due centri abitati. La scelta, è noto, cadde sulla città di Colle Val d’Elsa (9).

Particolare della statua di Maria Maddalena d’Austria,
foto di Francesco Fiumalbi

Le città di Colle Val d’Elsa e di San Miniato rappresentavano due nodi strategici all'interno della politica di rafforzamento del Granducato di Toscana, volto a far coincidere la giurisdizione politica con quella ecclesiastica.
San Miniato, pur essendo controllata direttamente dai Fiorentini a partire dal 1370, era ancora sotto la giurisdizione ecclesiastica lucchese (10). Frequenti erano le visite di dignitari lucchesi, e altrettanto assidui erano i viaggi da parte di canonici nella “Città delle 99 chiese”. Lo scambio culturale era, tanto per necessità quanto per opportunità, decisamente florido, sebbene affievolito a partire dalla dominazione fiorentina, e questo costituiva un fattore di indebolimento dell’autorità granducale.
Diversa era la situazione di Colle Val d’Elsa. Il vicino Ducato di Siena era stato assegnato nel 1555, per volontà dell’Imperatore Carlo V, al vicino Duca di Firenze, divenuto, con tanto di investitura papale, Granduca di Toscana. La città senese nutriva insoddisfazione per questo nuovo ruolo subalterno e maturava sentimenti di rivendicazione. Per questo motivo, la Città di Colle Val d’Elsa, avrebbe costituito un importante caposaldo per un maggiore controllo dei vicini territori annessi. A questo va aggiunto il riconoscimento per la fedeltà dimostrata a Firenze, fra il 1478 e il 1479, in occasione della cosiddetta “Guerra dei Pazzi” (11).

Il nuovo tentativo, promosso dalle reggenti Cristina di Lorena e Maria Maddalena d’Austria nel 1622, ebbe buon esito presso il Pontefice Gregorio XV, al termine di una copiosa attività diplomatica tra l’ambasciatore toscano Francesco Niccolini, il segretario per il Consiglio di Reggenza Andrea Cioli, il segretario del Consiglio Carlo Picchena, la stessa Arciduchessa e i cardinali Medici e Barberini (12). Di seguito è riportato un piccolo brano tratto dalla corrispondenza fra l’Arcivescovo di Firenze Alessandro Manzi Medici a Carlo Picchena (13):
“Oggi con l’occasione dell’Audienza Ordinaria ho ringraziato il signor Cardinale Ludovisi della grazia ottenuta per San Miniato. Sua Signorìa Illustrissima mi ha partecipato come l’agente di Lucca et un nipote del vescovo (Alessandro Guidiccioni, n.d.r.) gridono e sclamono e sono stati da N.S. e SS.Ill.ma quale mi dice haver risposto loro che comportino in patientia questo negozio, poiché egli medesimo s’è fatto ministro del Granduca in questa parte e come mezzano ha impetrata da N.S. la gratia per l’A.S. e che avendo ridotto il negozio a questi termini non può hora far di meno di non lo proseguire sino all’ultimo. Ho di nuovo ringraziato il Signor Cardinale della costanza sua in proteggere l’interesse di codesta Serenissima casa […]”

Cosa poteva aver indotto il Cardinale Ludovisi a sposare la causa Sanminiatese, contribuendo al buon esito della stessa?
E’ evidente, come già detto, che dietro a questo negoziato fossero celati importanti equilibri politici, tuttavia la “carta” decisiva che Maria Maddalena d’Austria pose sul tavolo delle trattative non fu di natura economica, come nel precedente tentativo del 1587, bensì squisitamente religiosa.

Palazzo Vescovile di San Miniato,
Foto di Francesco Fiumalbi

Gregorio XV, durante il suo pontificato, era assai impegnato nella riforma della Chiesa cattolica, secondo i risultati del Concilio di Trento. Le dame reggenti, fecero notare al Pontefice l’“infezione” luterana che affliggeva Lucca e la sua resistenza alla costituzione in città di una sede del Tribunale dell’Inquisizione, e della formazione della Compagnia di Gesù. Infine, l’elemento decisivo: la possibilità di sanare l’anomalia della cosiddetta “Episcopessa di Fucecchio”. Si trattava della badessa del Monastero delle Clarisse di Santa Maria della Selva, altrimenti noto come della Gattaiola, che, in virtù dei molti privilegi elargiti negli anni, era solita tenere un comportamento prossimo a quello proprio di un vescovo: usava il pastorale, il baldacchino, poteva concedere assoluzioni, stabiliva i confessori, esaminava i postulanti, poteva benedire chiese, altari e cimiteri (14). La situazione venutasi a creare nei secoli, dopo il Concilio di Trento, era divenuta decisamente inconciliabile con l’opera riformatrice pontificia.
Il Papa innalzò San Miniato al rango di Città e vi costituì l’ambita sede vescovile, che molto contribuì ad evitare lo scadere verso una posizione marginale e periferica della Città nei secoli XVII e XVIII.
I sanminiatesi dimostrarono la propria riconoscenza verso Maria Maddalena d’Austria erigendo in suo onore una statua in Piazza della Cittadella (l’attuale Piazza della Repubblica, meglio nota come Piazza del Seminario). Sappiamo che fu scolpita dal Susina (15), al secolo Antonio Susini, conosciuto anche come Antonio del Susina, morto a Firenze nel 1624 e collaboratore del Giambologna. La statua potrebbe essere scolpita fra il 1622 e il 1624. Il condizionale è d’obbligo in quanto non è da escludere l’intervento sull’opera da parte del nipote Giovanni Francesco Susini (Firenze, 1585-1646) e quindi la lavorazione potrebbe essersi protratta negli anni successivi. Così dice Filippo Baldinucci a proposito di Giovanni Francesco:
"Finalmente ha la Città di S. Miniato al Tedesco la statua di marmo dell'Arciduchessa Maria Maddalena d'Austria madre del Gran Duca Ferdinando Secondo, erettagli da quella terra in segno di gratitudine per aver essa Serenissima operato circa l'anno 1620 ch'ella fusse fatta Città; questa statua, però, per vero dire, riuscì cosa difettosa, e ordinarissima; e tanto basti di Francesco Susini" (16).
Non siamo a conoscenza di cerimonie inaugurali; sappiamo dal Vensi che la statua era stata effigiata con lo scettro nella mano destra e con la sinistra posata su un leone, emblema della città, sostenente con la zampa lo stemma mediceo (17). Dall'Ughelli, invece, conosciamo il testo dell'epigrafe collocata sul piedistallo (18):


Mariae Magdalenae Austriacae Magnae
Etruscorum Duci, quod augustae muni-
ficientiae instinctu hanc Jamdiu Minia-
tensem Rempublicam, & Regum Lon-
gobardorum, Praetorumque Imperia-
lium sedem conspicuam, etiam urbanae
nobilitatis honore illustrare voluerit,
grati cives cum nec melium, nec majus
redonare potuerint, ipsam ipsi sua in ef-
figie donaverunt. Anno Rep. Salutis
MDCXXIV

Statua di Maria Maddalena d’Austria, ipotesi ricostruttiva,
Disegno di Ilaria Cioni

La statua rimase al suo posto fino al 1799. In quell’anno nel giorno 3 aprile giunsero a San Miniato cinque ufficiali francesi, dopo che il 25 marzo ottomila soldati d’Oltralpe erano entrati a Firenze e il giorno seguente avevano detronizzato il Granduca Federico III. Nel giorno 4 aprile fu disposto dai suddetti ufficiali che venissero rimossi e distrutti tutte le effigi, stemmi e simili, sia quelli nei palazzi che quelli nelle chiese. “Inoltre nel suddetto giorno fu da Michele Vannini ed altri Giacobini sotto la Presidenza del cittadino Simone Cardi e Dario Mercati, atterrata e messa in pezzi la statua di marmo che stava in mezzo alla Piazza del Seminario, la quale la legarono per il collo con una grossa fune e la tirarono a terra con gran forza” (19).
Non sappiamo come furono fatte sparire le tracce del monumento. E’ probabile il tentativo di condurne i pezzi fuori città e abbandonati, alla stregua di un cadavere da occultare, in un fosso. Da qui il ritrovamento nel secondo dopoguerra. Sappiamo che al posto della statua fu collocato il cosiddetto “albero della Libertà” dai rivoluzionari, poi sostituito nel 1800, con solenne cerimonia, da una croce “adornata”. La memoria della regnante, impersonificata dalla statua, fu così commemorata (20).

Di Maria Maddalena d'Austria, rimane anche un quadro collocato all'ingresso del Palazzo Vescovile di San Miniato.
Si ringrazia Rita Costagli e Ilaria Cioni per aver il contributo nella realizzazione di questo articolo.


NOTE BIBLIOGRAFICHE:
(1) F. P. Il “pezzo di marmo” in Sant’Andrea, in Bollettino dell’Accademia degli Euteleti, n. 36, San Miniato, 1963.
(2) Questa notizia è emersa durante un colloquio col Sig. Del Bubba.
(3) F. P. Il “pezzo di marmo” in Sant’Andrea, in Bollettino dell’Accademia degli Euteleti, n. 36, San Miniato, 1963.
(4) Il brano è trascritto nel 3° volume delle memorie di Antonio Venzi e riportato in F. P. Il “pezzo di marmo” in Sant’Andrea, in Bollettino dell’Accademia degli Euteleti, n. 36, San Miniato, 1963.
“Per ragioni di legati lasciamo alla medesima Arciduchessa perdurante sua vita naturale come sopra e stanti ferme le altre soprascritte condizioni di eredità, nelli abitare nelli Stati con li figli, e di non ripetere le sue doti, l’Amministrazione e governo della nostra città di Colle e sua Podesteria, e la terra di San Miniato al Tedesco e suo Vicariato, con l’esercizio di ogni giurisdizione, civile, criminale e mista e mero imperio, con facoltà di deputare ministri, et uffiziali di giustizia, e di guerra come presente noi medesimi facciamo, potendo ridurre et eleggere a mano quelli dei predetti andassero tratti, e che a Lei si spetti l’elezione dei Capitani delle Bande di Poggibonsi, di Empoli, e tutto il comando, e cura dei quali Capitani sieno descritti di Colle e sua Podesteria e di Samminiato e suo Vicariato.”
(5) V. A. Gamucci, Simone Alessandro dei Gatti. Serenissime Annotazioni dell’antichissima città di San Miniato al Tedesco, in Bollettino dell’Accademia degli Euteleti, n. 35, San Miniato, 1962.
(6) In realtà vi sono notizie contrastanti, pare vi sia stata una visita nel 1623, per cui non è dato da sapersi se si tratta della medesima, oppure se Maria Maddalena d’Austria sia venuta due volte a San Miniato. La questione è stata sollevata in F. P. Il “pezzo di marmo” in Sant’Andrea, in Bollettino dell’Accademia degli Euteleti, n. 36, San Miniato, 1963.
(7) Notizia fornita da un altro cronista, G. Rondoni, Memorie storiche di San Miniato al Tedesco, pag. 192; 3° volume delle memorie di Antonio Venzi; riportato in F. P. Il “pezzo di marmo” in Sant’Andrea, in Bollettino dell’Accademia degli Euteleti, n. 36, San Miniato, 1963.
(8)  Simoncini, San Miniato e la sua Diocesi, I vescovi, le istituzioni e la sua gente, Cassa di Risparmio di San Miniato, 1989, pag. 31
(9) Ibidem, pag. 15
(10) Regoli Ivo, La fine del libero comune di San Miniato, in Bollettino dell’Accademia degli Euteleti, n. 58
(11) Cardini Franco, Storia Illustrata di San Miniato, Pacini Editore, Pisa, 2006, pag. 175-176.
(12) Ibidem, pag. 178. Il carteggio intercorso durante l’attività diplomatica è stato trascritto integralmente da Paolo Morelli, nella sua tesi di laurea “Chiesa, stato e società a San Miniato fra Cinque e Seicento”, relatore prof. E. Fasano Guarini, a.a. 1975-76.
(13) Gagliardi Isabella, Vescovi e Curia a San Miniato nel periodo granducale, in La Cattedrale di San Miniato, Cassa di Risparmio di San Miniato, 2004. Per il carteggio si veda la nota n. 15.
(14) P. Morelli Il territorio separato, in L’abbazia di San Salvatore di Fucecchio, Fucecchio, 1987, e citato in Cardini Franco, Op. Cit.
(15) Venzi Antonio, Memorie, notizia riportata in F. P. Il “pezzo di marmo” in Sant’Andrea, in Bollettino dell’Accademia degli Euteleti, n. 36, San Miniato, 1963.
(16) F. Baldinucci, Notizie de' professori del disegno da Cimabue in qua, Decennale I della parte III del secolo IV, dal MDLXXX al MDLXC, Milano, 1812, p. 477.
(17) Venzi Antonio, Memorie, notizia riportata in F. P. Il “pezzo di marmo” in Sant’Andrea, in Bollettino dell’Accademia degli Euteleti, n. 36, San Miniato, 1963.
(18) F. Ughelli, Italia Sacra sive de Episcopis Italiae, (2° Edizione) Venezia, 1718, Tomo III, col. 274.
(19) Venzi Antonio, Memorie, notizia riportata in F. P. Il “pezzo di marmo” in Sant’Andrea, in Bollettino dell’Accademia degli Euteleti, n. 36, San Miniato, 1963.
(20) Venzi Antonio, Memorie, notizia riportata in F. P. Il “pezzo di marmo” in Sant’Andrea, in Bollettino dell’Accademia degli Euteleti, n. 36, San Miniato, 1963.

lunedì 6 settembre 2010

La Fonte delle Fate (poesia)




Pubblichiamo la bellissima poesia che Alessio Guardini ha dedicato alla riscoperta delle Fonti alle Fate:


Giornate oziose dell'Estate
-al settembrin risveglio pronte-
giù dal mio colle mi portate
ver l'ampia piana ch'è di fronte
ma 'l selvo odor sacro alle Fate
rivela qui l'antica Fonte.
Qual favola mi raccontate?
D'antico amor... novo orizzonte!

domenica 5 settembre 2010

LE FONTI ALLE FATE - LA NOVELLA

di Francesco Fiumalbi
La storia, l'affetto e la curiosità, che legano le persone che abitano a San Miniato e dintorni, al luogo delle Fonti alle Fate, passano anche per questa semplice, quanto suggestiva, "novella" scritta dal Prof. Cornelio Rossi negli anni '50 e pubblicata nel Bollettino dell'Accademia degli Euteleti n. 28, del 1954.
Si tratta di un piccolo capolavoro che ha contribuito, come poche altre cose, a costruire il mito di questo luogo "magico". Del racconto esiste anche un'illustrazione poco conosciuta: un quadro, firmato dal pittore sanminiatese Sauro Mori, che viene proposto unito al brano integrale. Tale pittura ha il grande pregio di trasporre il testo in immagine, con quel sapore fanciullesco, fatato, che arricchisce la novella di quello spirito di ingenua meraviglia che, appena un po' più creciuti, siamo portati a nascondere.
Prima di passare alla novella, occorre porgere un ringraziamento particolare a Sauro Mori, che ha gentilmente messo a disposizione la sua opera. Una sentita riconoscenza va anche a Mario Caponi, membro dell'Accademia degli Euteleti e amico del Prof. Rossi, e a Luciano Marrucci per il contributo nella stesura di questo intervento.

 
LE FONTI ALLE FATE
In questa novella, scritta con l’aiuto di un antico cronista si racconta una curiosa leggenda che si innesta alla storia medioevale: non c’è obbligo di leggerla e tanto meno di crederci.
Quando la vallata dell’Arno inferiore era una regione squallida e paludosa e, come racconta Marziale, nutriva pochi schiavi vaganti di giorno per le campagne col suono delle loro catene, anche più su, verso Empoli, pochi e miseri villaggi di pastori languivano nella miseria di una servitù che stringeva il cuore.
Venne il Cristianesimo e allora, anche se non scomparve, molto diminuì la schiavitù di questa regione; i fedeli poterono liberamente riunirsi per udire la Messa e compiere gli altri uffici di pietà; sorsero in tutto il Valdarno numerose e piccole chiese dedicate ai primi martiri e ai primi santi e, attorno ad esse, abitazioni dove si cominciò a vivere con maggiore serenità e con minore miseria.
Il primo di questi borghi fu quello di San Genesio situato alle falde di una serie di colline che degradano fertili fra l’Arno e l’Elsa; esso divenne presto un piviere che sovrintese anche ad un altro piccolo borgo sorto più tardi sopra un’altra serie di colline che piene di verzura guardano liete e silenziose la valle dell’Arno; questo piccolo borgo ebbe il nome di Samminiato.
Scese Ottone I dalla Germania e procedè alla conquista di molti feudi; siccome prima di partire voleva lasciare nel cuore della Toscana un luogo forte che testimoniasse la potenza dell’Impero, munì Saminiato di torri e fortezze e sovrappose così un feudo imperiale ad un possesso ecclesiastico, riducendo San Genesio in una immeritata oscurità.
Nel castello di Saminiato indigeni e longobardi vissero in forzata amicizia predando e riducendo in soggezione i contadi vicini finché i guelfi fiorentini non si opposero a questa lenta invasione, e costrinsero i sanminiatesi in più ridotti confini; quando più tardi passò il Barbarossa, Sanminiato riebbe i castelli perduti ma dovette subire i vicari imperiali che si insediavano per rendere giustizia, a modo loro, agli antichi diritti.
Così nacque il comune di Sanminiato che ebbe una parte importante nella minuta storia medioevale perché provocò e fomentò tante piccole guerre, dove signorotti e contadini, ora amici, ora nemici, risolvevano le loro quistioni a colpi d’alabarda e a punta di coltello.

Sauro Mori, Le Fonti alle Fate, 1981, particolare

Vivevano entro il Castello di questo comune, insieme a tante altre che la storia ricorda, la famiglia dei Mangiadori e quella dei Pallaleoni entrambe di sangue germanico, che non riuscivano a trovar pace fra loro, perché ogni giorno o per colpa di un Mangiadori o per colpa di un Pallaleoni nascevano motivi di rivalità e di discordia. Quando i Pallaleoni più potenti, ricorsero ai diritti di giustizia, i Mangiadori ebbero la peggio e dovettero abbandonare Sanminiato per rifugiarsi come esuli nel vicino comune di Fucecchio (e di Montaione) nel tempo in cui l’ambizioso Castruccio si avviava verso una singolare ma pur troppo caduca grandezza. Il Castracani li ebbe certamente dalla sua nella guerra contro i fiorentini, perché, a quanto si legge nelle storie, sembra che fossero proprio i Mangiadori quelli che, quantunque forestieri, riuscirono con segrete intelligenze a farlo entrare in Fucecchio.
I terrazzani fucecchiesi avevano opposto inutilmente disperata difesa; i fuochi accesi sulla rocca, in richiesta di aiuto non valsero a salvare il castello. Castruccio ormai si insediava da signore, e con taglie e balzelli arruolava uomini e accumulava rifornimenti per continuare la guerra contro Firenze.
Intanto organizzava scorrerie anche nel territorio di Sanminiato e ne nascevano zuffe sanguinose, perché i Sanminiatesi intendevano difendere il loro contado.
Eravamo nel mese di agosto del 1320; a Castruccio mancava il grano perché la piena dell’Arno, allagando nell’inverno i campi del fucecchiese, aveva distrutto le semente; non c’era altro da fare che rifornirsi in quel di Sanminiato; troppo scomodo e lontano sarebbe stato provvedersi nel lucchese, anche se quel guelfo territorio avesse accondisceso alle sue richieste.
Una notte 50 armigeri furono messi da Castruccio agli ordini di un giovane della famiglia Mangiadori, già esperto nelle armi, e mandati in scorreria per i dintorni di Sanminiato. Grato fu l’incarico per il giovane guerriero che poteva così vendicarsi dell’oltraggio inflittogli con l’esilio. Verso la mezzanotte partì con la decisione in cuore più che di razziare del grano, di porre guasto e disordine a danno dei Pallaleoni e di passare con la spada chiunque gli si opponesse.
Poche acque e lente scorrevano in Arno e fu facile il passaggio all’altra riva; divisi i suoi in gruppi capitanati dai più arditi, attraverso la buia e silenziosa campagna, arrivò fin sotto il castello di Sanminiato senza incontrare ostacolo alcuno. Ma fatto che si fu ai piedi della collina, udì i rintocchi delle campane che dentro il castello di Sanminiato chiamavano a raccolta per l’iminente pericolo; già rumore di armati si sentiva anche nella valle che discendeva precipitosa al piano fra i due speroni di San Martino e della Pieve. Sostò allora per radunare gli sparsi soldati e mosse incontro ai difensori deciso alla strage.
Il cozzo avvenne e fu tremendo; grida di eccitamento e lamenti di feriti riempivano la valle; fra lo scompiglio e la confusione della lotta si colpivano tra loro, difensori e offensori.
Giancarlo Pallaleoni, disceso da Sanminiato alla testa dei suoi, nel buio della notte, menava colpi dovunque vedesse muovere persone; Alamanno Mangiadori lo riconobbe alla voce e mosse contro di lui deciso.
E si colpirono a vicenda finché entrambi, stremati a feriti, caddero al suolo avvinghiati in un amplesso mortale. E così rimasero; intanto la mischia si spostò e non molto tempo dopo le due schiere, prive dei loro capi, si dispersero. I soldati di Castruccio avevano già preso il largo verso la sponda dell’Arno, quando quelli di Pallaleoni, dopo aver cercato invano gli altri avversari, ritornavano al Castello.
I due capi mancavano. Ogni schiera credé che l’un fosse stato fatto prigioniero dall’altra schiera, e la triste notizia fu portata a Sanminiato e a Fucecchio.
I due avversari giacevano invece al suolo sanguinanti e senza forza né per offendersi né per aiutarsi; Giancarlo aveva una coscia trapassata dalla spada di Alamanno, Alamanno gemeva per una grave ferita al petto.


Sauro Mori, Le Fonti alle Fate, 1981, particolare

Venne la luce del giorno; nessun soccorso giungeva; Gian Carlo più fiero di Alamanno ebbe la forza di togliersi la spada dalla coscia e di cingersi con una benda la ferita dalla quale ormai non usciva più sangue; si sollevò e cercò di sollevare Alamanno che si abbandonava riverso e finito tra le sue braccia; lo trascinò su per la collina, ma per breve tratto, che le forze gli mancavano, e si diede a chiamare aiuto; lo tormentava una terribile sete provocata da tanto sangue perduto. E l’acqua non era lontana; sentiva il rumore di una piccola vena e l’impossibilità di raggiungerla gli dava spasimo ancora maggiore. Se nessuno si fosse accorto di loro, sarebbero morti prima di sera.
D’un tratto un rumore di gente che cercava gli arrivò all’orecchio; rinnovò allora i suoi richiami, e due fanciulle bionde entrambe belle come due angeli gli si avvicinarono.


Sauro Mori, Le Fonti alle Fate, 1981, particolare

- Oh! Fate benedette – esclamò in suo linguaggio – vi manda Iddio; aiutateci perché moriamo.
Erano quelle Aloisa e Matelda, due gemelle figlie di Ghio dei Portigiani che vivevano in un modesto abituro a metà della collina. Lo zio Antonio padre di quel Marcovaldo che per umiltà ed esempio di San Francesco rimase sempre diacono, alla morte di Ghio le aveva affidate fuor delle mura ad uno del suo contado, e quivi erano cresciute in serenità e in florida salute.


Sauro Mori, Le Fonti alle Fate, 1981, particolare

Aiutarono i feriti a sollevarsi e a trascinarsi lì presso alla fonte; poi facendo giumella somministrarono loro l’acqua salvatrice e presso loro rimasero finché non giunsero aiuti.
Giancarlo ed Alamanno si riconciliarono e, ritornati in florida salute, le trassero in spose; Giancarlo sposò Aloisa, Alamanno Matelda.
E da questi due matrimoni nacquero tanti figli. La cronaca narra che nove ne avesse Giancarlo da Aloisa e undici Alamanno da Matelda. Le famiglie dei Mangiadori e dei Pallaleoni divennero così le più potenti famiglie del comune.
Questi avvenimenti sulla bocca del popolo presero proporzioni leggendarie; le fonti, presso le quali i primi fatti si svolsero, furono allora in poi chiamate “Le Fonti alle Fate” e anche oggi portano quel nome.
Alle acque di queste fonti venivano a dissetarsi le spose che dopo il matrimonio non avevano figli; correva la voce che molte di queste spose dopo aver bevuto quell’acqua avessero avuto figlioli in quantità.


Sauro Mori, Le Fonti alle Fate, 1981, particolare

Si racconta di una sposa dei Ciccioni che dopo aver bevuto quest’acqua ebbe tre figli ad un sol parto.
E quando Sanminiato, volto in decadenza, passò ai fiorentini, essendo quella gente ancor più disposta alle credenze, maggiormente, si avvalorò il potere di quelle acque. Durante tutto l’anno e specialmente nella stagione estiva non passava giorno che qualche coppia di sposi, che non aveva ancora la consolazione della prole, venisse anche da lontane contrade a dissetarsi con l’acqua fresca e cristallina della “fonti alle fate”.
La piaga dei matrimoni senza figli aveva trovato in quelle fonti il suo farmaco risanatore.
Sei secoli e più sono ormai trascorsi da quei tempi nei quali Sanminiato, meta di Imperatori e possesso agognato di papi, scriveva la sua storia e forse la storia più interessante fra quelle dei comuni toscani. Ancora oggi vive la famosa sorgente; sotto due arcate vecchie e mezze dirute, coperte di muschi e di edera, zampillano ancora da due scaturigini con voce flebile ma argentina, fili di acqua frasca e leggera; all’intorno delle robuste acacie e dei prosperi cipressi procurano nell’estate un’ombra desiosa che ristora ed allieta.
Da quell’ombra godi la vallata dell’Arno che si stende ai tuoi piedi come una città continua; dove prima era silenzio e trama di guerra, ora suona il lavoro dell’artigiano e fumano, rivelatrici di vita, le lunghe ciminiere.
Verso le ore vespertine troveresti ancora presso le Fonti coppie di innamorati che nascosti fra le betulle nascenti si dicono tante cose. Ma le mamme non vogliono queste passeggiate augurali; le acque forse hanno aumentato la loro potenza taumaturgica, forse hanno perduto ogni scrupolo, perché con questa passeggiate potrebbero nascere qualche volta figli, senza matrimoni.

Prof. Cornelio Rossi


Sauro Mori, Le Fonti alle Fate, 1981

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