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domenica 18 novembre 2018

ADDSM - 902, 27 OTTOBRE - BENI NEL TERRITORIO DELLA PIEVE DI SAN SATURNINO DI FABBRICA

 TORNA ALL'INDICE ADDSM

ARCHIVIO DOCUMENTARIO DIGITALE DI SAN MINIATO [ADDSM]
904, 27 ottobre, Beni pieve di San Saturnino di Fabbrica

SPOGLIO «Il sudd. Vescovo (Pietro) allivella ad Ursiperto arciprete, e a Domenico prete beni nella pieve di Fabbrica, appartenenti alla Chiesa di S. Maria presso la porta S. Donato, nell’anno sudd. 904. Arch. Arc. CD.66».

La zona di San Lorenzo di Villanova, già “Novas”
da San Miniato e rispetto a Cigoli
Foto di Francesco Fiumalbi

Il documento originale è conservato presso l'Archivio Arcivescovile di Lucca, Fondo Diplomatico Antico, CD.66.

Trascrizione del testo contenuto in:
D. Barsocchini, Memorie e Documenti per servire all'Istoria del Ducato di Lucca, Tomo V, parte III, Francesco Bertini Tipografo Ducale, Lucca, 1841, doc. MLXXXIV, p. 28.

+ In nom. Omnip. Dei eterni. Berengarius ec. anno ec. septimodecimo, sexto kal. novembris, indit. octava. Manifesti sumus nos Ursibertus archipresb. filio b.m. Leutari, et Dominicho presb. filio b.m. Ildimari, quia tu Petrus gratia Dei ec. per cartula livell. nom. ad censum perexolvendum dedisti nobis, idest fundamento illo in qua fuit casa, in loco et finibus ubi dicitur Novas, pertinentes Eccl. vestre S. Marie, sita foras civitate ista lucense prope porta S. Donati, qui est de subpotestatem ipsius Epis. vestro S. Martini, quas casa et res ipsa Bertulo ad manus suas abuis. Fundamento ipso cum curte orto terris vinesi olivetis silvis virgareis pratis pascuis, cultis rebus vel incultis, omnia quantum unicumque ad ipso fundamento est pertinentes, tam in suprascripto loco et finibus Nova, quam et in loco et finibus Fabrica, et a silva utque Plagia, vel ubicumque ad ispo fundamento est pertinentes, in integrum nobis eas dedisti. Tali ordinem ut in nostra q.s. Usibertus archipresb. et Dominicho item presb. et de nostis hered. sint potestatem abendi imperandi ec. Nisi tantum pro omni censum et justitiam exinde tibi vel a subcess. tuis, per sing. annos reddere debeamus hic civitate Luca ad suprascripto domum Epis. vestro S. Martini per omnem mense octubris, per nos aut per misso nostro, vobis bel ad ministerialem illum, quasi bi pro tempore abueritis, vel ad misso vestro, argen den. bon. expend. num. sexaginta tantum. Et si ad nos vobis hec omnia ec. spondimus nos q.s. Ursibertus archipresb. seo Dominicho item presb. cum nostris hered. comp. tibi q.s. Petrus Epis. vel ad subcess. tuis penam argen. solid. sexaginta, quia taliter inter nos convenit, et duos inter nos libelli Petrum not. et schab. Scribere rogavimus. Actum Luca.
+ Ego Ursiperturs archipresb. in unc libello a nos facto manu mea sub.
+ Ego Dominicho presb. in unc libello a nos facto manu mea subs.
+ Ego Cospertus not. et schab. Rogatus ec. me teste sub.
+ Ego Lambertus rogatus ec. me teste subs.
+ Ego Odalberto rogatus ec. me teste subs.
+ Ego Petrus not. et schab. post tradit ec.


COMMENTO (a cura di Francesco Fiumalbi)

Il documento rappresenta una delle numerose testimonianza circa l’influenza lucchese sul Medio Valdarno Inferiore nel corso dell’Alto Medioevo, con i numerosi interessi patrimoniali di natura ecclesiastica. Inoltre, vale la pena di ricordare che l’anno 904 è il medesimo della prima attestazione del “Castello di San Miniato”, l’unico insediamento incastellato nella zona. Il territorio, fatta eccezione per il Borgo di San Genesio e la sua pieve prestigiosa, era caratterizzato da una forma di insediamento di tipo “sparso”, privo di poli dotati di grande attrattiva.
In particolare, i beni descritti in questo atto, afferivano all’antica chiesa di Santa Maria del Corso, situata fuori dalla porta di San Donato a Lucca (S. Marie, sita foras civitate ista lucense prope porta S. Donati). Annesso alla chiesa di Santa Maria esisteva un monastero femminile, che dal 1284 passò all'Ordine dei Carmelitani, prima di essere distrutto dai pisani nel 1341. In particolare si fa riferimento ad una “casa” situata in località Novas, dunque la stessa unità che fu oggetto di un altro atto nell’anno 867, che rappresenta la prima attestazione documentaria della Pieve di San Saturnino di Fabbrica. Nell’atto dell’867 compare la Badessa Hiudiperga, mentre in questo documento del 904 troviamo il Vescovo di Lucca Pietro a gestire il patrimonio della chiesa di Santa Maria, la cui potestà era affida al presule lucchese (qui est de subpotestatem ipsius Epis. vestro S. Martini) che aveva estromesso la famiglia fondatrice attraverso un placito dell’897 [P. Tomei, «Locus est famosus». Come nacque San Miniato al Tedesco (secoli VIII-XII), Edizioni ETS, Pisa, 2018, pp. 37-38]

I protagonisti. I soggetti protagonisti di questo documento sono il Vescovo di Lucca Pietro – impegnato a gestire gli innumerevoli interessi patrimoniali ecclesiastici – l’Arciprete Ursiberto figlio del fu Leutari e il presbitero Domenico figlio del fu Ildimari, che ottennero i beni “a livello”. Purtroppo, allo stato attuale degli studi non è possibile sapere di più circa Ursiberto, qualificato come arcipresbitero ed evidentemente era un prelato molto importante (arcipresbitero di quale chiesa?). Sarebbe interessate conoscere quale fosse il legame col Vescovo: vi erano legami di parentela fra loro? Appartenevano ad una medesima consorteria?
Di certo sappiamo che il prete Domenico nell’anno 907 diventerà il rettore dellaPieve di San Saturnino in Fabbrica, ovvero il “pievano” [D. Bertini, Memorie e Documenti per servire all'Istoria del Ducato di Lucca, Tomo IV, parte II, Francesco Bertini Tipografo Ducale, Lucca, 1836, Appendice, doc. LVIII, pp. 76-77]. Secondo Paolo Tomei, invece, l’arciprete Ursiberto poteva essere il predecessore di Domenico, ovvero il pievano di San Saturnino al tempo della stesura dell’atto, anche se non ci sono attestazioni precise al riguardo [P. Tomei, «Locus est famosus». Come nacque San Miniato al Tedesco (secoli VIII-XII), Edizioni ETS, Pisa, 2018, p. 38].

Il tipo di atto. Tecnicamente non si tratta propriamente di una Cartula Livelli, ovvero un antico contratto, antesignano dell’odierno contratto di affitto, poiché i due protagonisti – l’arciprete Ursiberto e il presbitero Domenico – si limitarono a dichiarare di aver ricevuto a livello dal Vescovo Pietro i beni. In ogni caso siamo di fronte ad una cessione a livello: i due sacerdoti ricevono i beni dal vescovo e tale cessione avrà valore tanto per gli eredi dei due presbiteri, quanto per i successori del presule. I beni vengono ceduti dietro un compenso annuo fissato nella misura di sessanta “buoni” denari d’argento, da corrispondere nel mese di ottobre presso l’episcopio della città di Lucca (per sing. annos reddere debeamus hic civitate Luca ad suprascripto domum Epis. vestro S. Martini per omnem mense octubris, per nos aut per misso nostro, vobis bel ad ministerialem illum, quasi bi pro tempore abueritis, vel ad misso vestro, argen den. bon. expend. num. sexaginta tantum).

I beni e il territorio sanminiatese. Nell’atto vengono descritti sinteticamente i beni oggetto del contratto di livello, che si trovano nel territorio del Comune di San Miniato ed in particolare nella bassa valdegola, in un’area compresa fra Cigoli, Ponte a Egola e Stibbio. La “casa” era situata in località Novas ed era tenuta da un certo Bertulo. In realtà non si trattava di una mera abitazione, bensì di un complesso patrimoniale, ovvero di un’unità produttiva agricola che era costituita anche da vari appezzamenti di terreno e di varie pertinenze, anche se non viene utilizzato il termine di “curtis” (Fundamento ipso cum curte orto terris vinesi olivetis silvis virgareis pratis pascuis, cultis rebus vel incultis, omnia quantum unicumque ad ipso fundamento est pertinentes). Le pertinenze fondiarie erano sparse fra località Nova e l’insediamento di Fabbrica, dove era situata la pieve di San Saturnino, presso l’odierno Molino d’Egola, e comprendevano un’area boscata in località Plagia, situata nella zona meridionale di Ponte a Egola, zona Piaggia-La Canonica, probabilmente presso l’odierna località Farneta (tam in suprascripto loco et finibus Nova, quam et in loco et finibus Fabrica et a silva utque Plagia). La località Novas o Nova era situata lungo il crinale collinare che collega Cigoli con San Miniato, dove alcuni secoli più tardi verrà attestata la chiesa dei SS. Martino e Lorenzo de Villanova (presso l’attuale casa colonica denominata San Lorenzo).

  
Indicazione geografica delle località rammentate nel documento
Base cartografica Carta Tecnica Regionale (CTR)  Regione Toscana
Tratta da Geoscopio – Regione Toscana

domenica 7 giugno 2015

[VIDEO] L'EPIGRAFE DEI MORTI NELLA SECONDA GUERRA MONDIALE DI MOLINO D'EGOLA

a cura di Francesco Fiumalbi

[1° Aggiornamento 12 giugno 2017]

Nella mattina di martedì 2 giugno 2015, in occasione del programma di celebrazioni per l'anniversario della nascita della Repubblica Italiana è stata inaugurata una epigrafe commemorativa a Molino d'Egola. Si tratta di un marmo che porta incisi i nomi delle 11 persone di Molino d'Egola che persero la vita durante la Seconda Guerra Mondiale.
Una iniziativa nata a seguito delle ricerche svolte da un apposito comitato istituito per la redazione di un libro, volto a raccogliere la memoria storica della piccola frazione sanminiatese situata lungo il Torrente Egola, ai piedi della collina di Cigoli. Alla realizzazione del marmo ha aderito la locale Casa del Popolo, il Comitato “Giuseppe Gori”, la Consulta di Cigoli – La Catena – Molino d'Egola e l'Amministrazione Comunale. Presenti alla cerimonia anche l'Associazione Bersaglieri.
La storia di ciascuna persona ricordata nell'epigrafe sarà oggetto di un approfondimento specifico all'interno del libro di prossima pubblicazione.

Il testo dell'epigrafe è il seguente. Cliccando su ciascun nome è possibile accedere alle pagine con alcune note biografiche di ciascuno:

1945-2015
70° DALLA LIBERAZIONE
MOLINO D'EGOLA INTENDE RICORDARE E ONORARE
LE VITTIME CHE SUL NOSTRO TERRITORIO
PERSERO LA VITA A CAUSA DELLA BRUTALITA' DELLA GUERRA

21-06-44 BELLARMINO PINORI           ANNI 5
22-6-44 GASPERINO PINORI                ANNI 3
21-7-44 PIETRO VALORI                     ANNI 15
23-7-44 FALIERO CALVETTI                ANNI 37
23-7-44 CESARINA CHESI                   ANNI 41
25-7-44 ILIO FOGLI                              ANNI 41
29-7-44 VASCO CHINI                         ANNI 29
30-7-44 EMILIA SALVADORI              ANNI 54
11-8-44 GINO ARZILLI                         ANNI 43
17-6-45 GIUSEPPE NACCI                   ANNI 53
* OTTOBRE 42 AMELIO CAPONI       ANNI 28
*SOLD. DISPERSO IN RUSSIA                            

                                                    MOLINO D'EGOLA
                                                   2 GIUGNO 2015

Di seguito è proposto il video dell'inaugurazione dell'epigrafe, con gli interventi dei rappresentanti delle istituzioni e delle associazioni presenti.


Inaugurazione dell'epigrafe
Video di Francesco Fiumalbi

L'epigrafe prima dello scoprimento
Foto di Francesco Fiumalbi

L'intervento di Walter Salvini, Coordinatore della Consulta
Foto di Francesco Fiumalbi

L'intervento di Lisandro Nacci, Comitato Giuseppe Gori
Foto di Francesco Fiumalbi

L'intervento di del Sindaco Vittorio Gabbanini
Foto di Francesco Fiumalbi

Il momento dello scoprimento dell'epigrafe
Foto di Francesco Fiumalbi

L'epigrafe scoperta affiancata da due bersaglieri
Foto di Francesco Fiumalbi

L'epigrafe
Foto di Francesco Fiumalbi

[1° Aggiornamento 12 giugno 2017]

domenica 30 novembre 2014

QUANDO L'EGOLA “DETTE DI FUORI” SUL SERIO! – Racconto di Giancarlo Pertici


di Giancarlo Pertici

È un rumore sordo, è un battere insistito di pugni sul portone nel silenzio assoluto della notte, poi colpi di fucile esplosi nelle vicinanze. Intontito dal sonno, a tasto cerco la radiosveglia. È spenta. L'abat-jour non funziona. Altri spari, questa volta in lontananza - "Già a caccia a quest'ora?" – Più un pensiero, che parole. La bocca impastata, gli occhi incollati che faticano ad aprirsi. – "Giancarloooo Giancarloooo" – Questa volta il risveglio è totale. La voce è quella di Pina. È la nostra vicina di casa da quando ci siamo trasferiti in quel minuscolo appartamento sul “Giuncheto” in Ponte a Egola, tra Bellarme e la Pesa Pubblica, appena due mesi fa. Non funziona nulla, manca la luce. Deve essere successo qualcosa di grave! Sono appena le due. Chiaro il messaggio che mi giunge a finestra aperta – "C'è la piena! Ha dato di fuori l'Egola, sono passati i carabinieri a dare l'allarme. Bisogna fare alla svelta e murare le tavole alle porte" – Scalini a due a due da quel primo piano dove c'è la camera, una pila d'emergenza in mano, e subito in strada per capire la situazione. Acqua gelida a mordere le caviglie, sta arrivando lentamente ma ha già inondato la via e ora avanza sul piazzale davanti casa.

"Cosa dobbiamo fare?"
"Ce l'hai della calcina, cemento o gesso, qualsiasi cosa per fermare la tavola alle porte?"
"Qualcosa mi deve essere avanzato in garage! Se riesco a trovarlo."

Abbiamo fortuna e, quasi alla cieca, arraffo un ballino di gesso. È quasi intero. Quel tanto che basta per mettere al sicuro casa mia e quella di Bellarme, appena in tempo, prima che l'acqua arrivi alla tavola, anche se continua a salire. Si ferma, quasi per miracolo, a pochi centimetri dal bordo della stessa. Alluvione archiviata senza danni: il nostro soggiorno appena preso a rate con la libreria piena di libri, i nostri libri. Un sospiro di sollievo in quel dicembre del 1977, e l'animo leggero tanto da pensare anche ad immortalare quei momenti con alcuni scatti della mia Zenith, modesta reflex russa.


Novembre 1993, un venerdì, se ben ricordo. Suddivisione rigida dei compiti quella mattina, tra me e Graziella per assolvere alle incombenze non rimandabili. Lei a preparare e portare Tiziana e Cristiano a Cigoli a scuola. La Titti in seconda e Cri in quarta. Io d'urgenza in Questura a Pisa per regolarizzare l'affidamento familiare di Alessandro, 12 anni, affidatoci con urgenza in quei giorni dai servizi sociali del Comune. Mattinata iniziata all'insegna del maltempo con un cielo plumbeo che ritarda l'arrivo del giorno. Lungo la superstrada, diretto a Pisa, il cielo sembra schiarirsi, anche se continua a piovere, ma meno intensamente. A Pisa pioviggina appena. Ma, nel momento di posteggiare la macchina, volgendo lo sguardo verso l'interno, verso Pontedera e oltre, lampi e sopratutto nubi radenti e di un colore che sfiorano il nero assoluto, non lasciano presagire nulla di buono. Quasi intimorito dal secco susseguirsi dei fulmini, dal violento nubifragio che ci accoglie all'ingresso in superstrada e ci accompagna per tutto il viaggio di ritorno, Alessandro, raggomitolato su se stesso sul sedile posteriore, in preda ad un attacco di panico, prima si sdraia e poi si assopisce. Con prudenza, a velocità costante, l'auto sembra quasi galleggiare nei punti invasi dall'acqua. Dai ciglioni laterali una fiumana d'acqua salta letteralmente le fosse, fino a balzare nel mezzo della carreggiata. Solo nervi saldi, prudenza, occhio e una dose di fortuna consentono alla mia “Renault 12” di avanzare senza rischi. Viaggio comunque da incubo fino a Ponte a Egola, combattuto tra la tentazione di fermarmi e il desiderio di raggiungere casa.

Senso di sollievo nel notare, giunti sul ponte, il livello dell'Egola al di sotto del livello di guardia. Situazione che precipita visibilmente nel giro di pochissimi minuti, quelli necessari a raggiungere Molino d'Egola e casa. Alessandro è ancora assopito, quando incrociamo Graziella che viene dalla scuola di Cigoli. Facciamo fatica a uscire di paese. All'altezza di Alvaro il mugnaio, proveniente dalla vallata sotto il camposanto di Cigoli, è un'autentica valanga d'acqua che, con un balzo dal ciglione sovrastante, attraversa la strada. Passiamo uno per volta, prima io e poi Graziella. Stessa manovra all'altezza della località “Tognetti” in prossimità del podere di Zanardo. Tutta la stretta vallata è un immenso rio che si riversa in Egola, apparentemente ancora sotto il livello di guardia, e ha smesso di piovere. Ma alla curva del bosco, l'Egola ha già invaso i campi laterali. Dalla valle e dal rio di Pesante, è un fiume in piena che aumenta di volume e di intensità, che non è possibile passare in auto. Le lasciamo nel punto più alto, avviandoci a piedi verso casa, forse 100 metri. Io con Alessandro per mano, Graziella con Tiziana in collo, nell'acqua fino alle ginocchia. Cristiano già a casa. Facciamo appena in tempo a cambiarci che riprende a piovere con violenza. È già quasi il tocco. Un tuono spaventoso ci fa sobbalzare mentre ci mettiamo a tavola, fulmine che distrugge parte dell'impianto elettrico e scaraventa il telefono dalla parte opposta della stanza; isolati e senza luce. Tutti bene anche se mancano notizie di Driss che è fuori al lavoro, lui che abita da noi con moglie e la piccola Hannah, nata da pochi mesi. Per verificare la possibilità di passare con le auto ci avventuriamo, quasi alla cieca, per la stradina di casa verso la via maestra. Desistiamo, è tutto allagato. Dalla collina riusciamo a renderci conto di quanto sta avvenendo.

La vallata dell'Egola è un immenso lago, da noi fino da “Canuto”. Riusciamo ad individuare solo la linea immaginaria del corso dell'Egola, che sembra sovrastare di almeno un metro l'immenso “lago circostante”. Sono cavalloni spumeggianti, dal colore livido di terra, che rotolano violenti a trascinare e rompere tutto quello che incontrano. Lugubre brontolio in quel silenzio irreale che avvolge tutto, campi, case, vegetazione, uccelli. Da lassù l'immagine è quella di una catastrofe che si sta abbattendo in paese e a Ponte a Egola. Verso le 16, che è quasi buio, bagnato fradicio arriva Driss. Si è fatto a piedi da Ponte a Egola, attraversando, immerso anche fino alla vita, quel lago limoso e gelido. È alla stessa ora che si sentono e si distinguono i primi elicotteri volteggiare sopra Ponte a Egola: Carabinieri e Vigili del Fuoco. I primi soccorsi. A camino acceso, l'unica luce possibile, andiamo a cena tutti assieme, come programmato da tempo per la festa di "Eid el Kebir". Menù a base di Kuss Kuss. Il giorno dopo, i primi aneddoti a stemperare la tensione di fronte ai danni subiti sopratutto da famiglie e imprese. Il racconto ripetuto in più versioni e a più voci di Daniele il Cicalini, colto all'improvviso dalla piena lungo la via di Giuncheto e salvatosi lasciando andare il motorino e afferrandosi a una cancellata. Come quello di Paolo, idraulico in via Pannocchia, dimenticato da tutti, appollaiato nel suo magazzino in vetta ad una scaleo in attesa di soccorsi, raggiunto solo la sera dopo le otto da una anfibio del vigili del fuoco. Nei giorni successivi anche l'elettricista, il nostro, con il suo aneddoto da 1 milione e mezzo di lire a riparare il danno.


Ponte a Egola, alluvione anno 1977
Foto di Giancarlo Pertici

Ponte a Egola, alluvione anno 1977
Foto di Giancarlo Pertici

Ponte a Egola, alluvione anno 1977
Foto di Giancarlo Pertici




lunedì 26 settembre 2011

TOPONOMASTICA PONTAEGOLESE (seconda parte)


di Francesco Fiumalbi



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Come abbiamo ricordato anche nel post TOPONOMASTICA… PINOCCHINA la toponomastica è l’insieme dei nomi attribuiti alle entità geografiche ed il loro studio socio-linguistico (1).
Possiamo affermare che la toponomastica è un qualcosa di caratterizzante, un qualcosa che riesce a dare un significato oltre al valore strettamente fisico. I nomi dei luoghi sono una sorta di “indicatori” geografici, ovvero ci forniscono una serie di indicazioni che non sarebbero ricavabili altrimenti, anche perché, spesso, fanno riferimento a situazioni o a circostanze appartenenti a contesti storico-culturali del passato, che noi non abbiamo conosciuto.
Proponiamo questa interpretazione. Il territorio è costituito da tre parti: struttura, identità e significato. Tutte queste cose sono dipendenti reciprocamente. I toponimi associano significati alla struttura, andando a costituire l'identità propria di un territorio.


Oratorio dedicato alla Madonna dei Boschi
Cima di Costa, Ponte a Egola
Foto di Francesco Fiumalbi
Lungo i rilievi collinari occidentali, da Stibbio fino a “Cima di Costa” troviamo alcuni fitonimi. Abbiamo già incontrato il Podere “La Quercia”, situato all’intersezione fra via Stibbio e via Poggio ai Frati, nei pressi del serbatoio dell’acquedotto.
Nelle vicinanze troviamo anche l’oratorio dedicato alla Madonna dei Boschi, di cui abbiamo notizia nel 1808, costruito dalla famiglia Benedetti (1). Tuttavia, nella carta IGM dei primi del ‘900, troviamo il toponimo di “Madonna delle Grazie” (2) che nel “Catasto Leopoldino” era precedentemente segnato soltanto come “La Madonna”. Effettivamente, sul fregio dell’edicola che sovrasta l’altare dell’oratorio c’è scritto proprio MATER DIVINE GRATIE, quindi il riferimento alla Madonna delle Grazie sembrerebbe più corretto. Non conosciamo tuttavia l’origine di questo toponimo anche se una tradizione popolare parla di una apparizione della Vergine.
Vicino alla Madonna dei Boschi, troviamo il toponimo “Le Fornaci”, ed era effettivamente un’area attrezzata per la produzione dei laterizi, appartenente alla famiglia Marianelli (3), situata in un luogo caratterizzato da un terreno argilloso e in prossimità di riserve di legname da utilizzare per la combustione.
Spostandoci più a sud, ai piedi di Stibbio, troviamo il fitonimo di Farneto. La farnia è il tipo di quercia più diffuso in Europa (4) la cui presenza doveva essere piuttosto consistente in quella zona. L’area denominata Farneto si trova in un contesto morfologico di falso piano e, per questo motivo, qui è stata ipotizzata la localizzazione della chiesa di San Salvatore in Plagia (5), rammentata già nel 1260 nell’elenco delle suffraganee della Pieve di Fabbrica (6). In particolare con il termine “Plagia” o “piaggia” si deve intendere uno “spazio piano che scende dolcemente” (7), quindi perfettamente aderente alla situazione del posto. Inoltre il vicino Ossario di Sant’Espedito e il toponimo “La Canonica” lascia pensare ad una struttura ricettiva gestita da sacerdoti (8), situata lungo l’importante direttrice costituita dalla via Maremmana.

Piano sotto Farneto con l'Ossario di Sant’Espedito
Foto di Francesco Fiumalbi

Proprio nei pressi de La Canonica doveva trovarsi il guado sull’Egola, più o meno dove oggi c’è la pescaia, e che era anticamente controllato dal vicino castello di Leporaja che si trovava su un vicino rilievo collinare (9) e di cui ne parleremo approfonditamente in un apposito intervento. Più a Sud troviamo il curioso toponimo di “Calpetardo”, di cui si ignora il significato.
Attraversato il Torrente Egola, troviamo il mulino dei Ridolfi (che darà vita al nome di Molino d’Egola), dove alla fine del ‘700 lavorava la famiglia Matteucci che ne diventerà proprietaria (10).
Il mulino sorgeva nei pressi del fiume, lungo il percorso della strada di fondovalle che corre lungo la parte orientale della Valdegola. Spostandoci verso nord, presso l’attuale Molino d’Egola, nelle mappe del Catasto Generale Toscano, incontriamo il toponimo “Tignamica” che ricorda la presenza di una graminacea, la timiana, che riesce a nascere in luoghi molto sfavorevoli e contraddistinta da fiori di colore giallo e da un forte odore (11).

Molino d’Egola
Sulla dx il mulino dei Ridolfi, al centro “Calpetardo”, a sx la zona detta “Tignamica”
Foto di Francesco Fiumalbi

Nel piano vicino, sempre nel Catasto Generale della Toscana troviamo “Podere La Mota”, con evidente richiamo ad una particolare conformazione idrogeologica del terreno, e il toponimo di “Pieve Vecchia”. Qui, infatti, si trovava l’antichissima Pieve di San Saturnino in Fabbrica (12), che viene ricordata anche in via San Saturnino, la strada che corre al centro dell’abitato di Molino d’Egola. Lo stesso nome di “Fabbrica” è un toponimo abbastanza comune. Indica un luogo dove si svolgevano delle lavorazioni e per questo sembra essere connesso con l’antico villaggio altomedioevale che probabilmente tra origine da un più antico insediamento romano. Se qui doveva essere presente un villaggio, doveva esserci anche dell’acqua. Infatti, nel raggio di duecento metri troviamo la “Fonte del Lotti”, recentemente restaurata, la “Fonte del Greco” e il “Podere La Fonte” che conserva ancora oggi un grande pozzo lungo via Vecchia del Molino.

Fonte del Lotti, Molino d’Egola
Foto di Francesco Fiumalbi

Fonte del Greco, Molino d’Egola
Foto di Francesco Fiumalbi

Via Vecchia del Mulino, sulla sinistra
il pozzo-cisterna del Podere La Fonte
Foto di Francesco Fiumalbi

Precisiamo quanto abbiamo detto in “TOPONOMASTICA PONTAEGOLESE (prima parte)” relativamente alle “colmate” di Giuncheto. Si tratta di interventi che furono realizzati nella prima metà dell’800 (13).


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NOTE BIBLIOGRAFICHE
(1) Vallini Valerio, Storia di Ponte a Egola, Edizioni Ponte Blu, Santa Croce sull’Arno, 1990, pag. 39.
(2) Vallini, Op. Cit., pag. 51.
(3) Vallini, Op. Cit., pag. 39.
(5) Morelli Paolo, Pievi, castelli e comunità fra Medioevo ed età moderna nei dintorni di San Miniato, in Le Colline di San Miniato (Pisa), Suppl. n. 1 al Quaderno del Museo di Storia Naturale di Livorno n. 14, Consiglio Nazionale delle Ricerche, Prov. Pisa, 1995, pag. 86.
(6) P. Guidi, Tuscia Rationes decimarum Italiae, Roma, 1932; BPL, Ms. 135.
(7) Pianigiani Ottorni, Vocabolario Etimologico della lingua italiana, Roma, 1907.
(8) Stopani Renato, Guida ai percorsi della via Francigena in Toscana, Le Lettere, Firenze, 1995, pagg. 15-17.
(9) Vallini Valerio, Agostino Dani, Leporaja in Valdegola, Edizioni dell’Erba, Fucecchio, 1998.
(10) Vallini, Op. Cit., pag. 36.
(11) Pianigiani Ottorni, Op. Cit.
(12) Pianigiani Ottorni, Op. Cit.
(13) Regoli Ivo, Nanni Giancarlo e Pierulivo Monica (a cura di), L’Arno disegnato, Comune di San Miniato, 1996, pagg. 54-55.

giovedì 4 novembre 2010

COME (NON) GUADARE L'EVOLA

Il torrente Evola (o Egola) è molto piccolo. La sua dimensione non deve trarre in inganno: è capace di sprigionare una violenza fortissima, come nel 1993.
Il Team di SMARTARC durante una ricognizione nella bassa Valdegola, si è ritrovato alla pescaia, nei pressi di Molino d'Egola. Si tratta di uno sbarramento nell'alveo del torrente, capace di formare un piccolo bacino in cui la corrente scorre più lentamente rendendo più favorevole la pesca, e per questo prende il nome di "pescaia". Per chi desidera arrivarci, andando da Molino d'Egola in direzione La Serra, appena si incontra il cartello che segna la fine di Molino, seguire l'argine che conduce in direzione dell'Egola. Ci sono anche due alberi molto grandi.

La "pescaia" dell'Egola
Foto di Francesco Fiumalbi

Giunti alla pescaia, vogliamo andare dall'altra parte. Fino a non molto tempo fa, a poche centinaia di metri da quel punto, c'era un piccolo ponte in legno, facilmente percorribile a piedi o in bicicletta. Adesso non esiste più, forse è stato distrutto dalla corrente o, più probabilmente, demolito perché pericolante. Fatto sta che se vogliamo andare sull'altra sponda, o facciamo circa 2 km, fino a Ponte a Egola, oppure bisogna guadare.
E noi guadammo.

La "pescaia" dell'Egola
Foto di Francesco Fiumalbi

Non essendo propriamente atletici, un po' di paura di cadere in acqua si sentiva davvero, ma armati di quel coraggio e di quello spirito alla Indiana Jones che contraddistingue tutte le nostre avventure, decidiamo di "saltare il fosso". O meglio, in tre hanno saltato il fosso... mentre qualcuno si è autoconvinto di essere Gesù Cristo, tentando un'improbabile passeggiata sopra le gelide acque autunnali dell'Evola. Ecco il video:

"Il guado dell'Evola"
Video di Francesco Fiumalbi
Protagonisti, in ordine di "guado":
Alessio Guardini, agile e impavido saltatore
Massimo Bertini, atletico e scrupoloso
Marco Cardanelli, il Gesù Cristo de' noartri



domenica 24 ottobre 2010

FABBRICA E LA PIEVE DI SAN SATURNINO

di Francesco Fiumalbi

Questo post vuole raccogliere varie notizie documentarie e coordinare i risultati di ricerche svoltesi negli anni che hanno avuto come oggetto, o hanno fatto riferimento, alla Pieve di San Saturnino di Fabbrica, località che si trovava nella zona dell’odierno Molino d’Egola nel Comune di San Miniato.

Polarità periferiche della sistematica organizzazione ecclesiastica, a partire dalla tarda antichità le pievi si trovano a rivestire un ruolo centrale nell’organizzazione insediativa e sociale europea e toscana in particolare. In tale ambito la “pieve” non è solo un edificio, bensì assume un ruolo centrale all'interno della struttura comunitaria, specialmente in quelle aree lontane dai maggiori nuclei urbani.
In questo contesto ben strutturato, la Pieve di San Saturnino in Fabbrica si configura come polo principale nell’ambito geografico alla confluenza della Valdegola col medio Valdarno Inferiore. La costruzione doveva apparire come elemento emergenziale di un piccolo insediamento, il villaggio di Fabbrica. Situata in un area pedecollinare, ciò che rimane dell’antica costruzione è ancora rintracciabile in alcune porzioni murarie di una abitazione dell’odierno Molino d’Egola.

Porzione muraria dell’antica Pieve di San Saturnino
Foto gentilmente concessa da Don Luciano Niccolai

Il villaggio di Fabbrica viene menzionato per la prima volta in una pergamena datata all'anno 770, e conservata nell'Archivio Arcivescovile di Lucca; nel testo Peredeo, Vescovo di Lucca, annota una donazione di beni, eseguita nel 767 da parte di un sacerdote di nome Liutprando, figlio di Pertulo abitante di Fabbrica (1). Il nome del prelato, Liutprando, richiama immediatamente ad un omonimo ben più illustre, il monarca longobardo Liutprando (690 circa – Pavia, gennaio 744) che fu re dei Longobardi e re d’Italia dal 712 fino all’anno della sua morte (2). I Longobardi, durante la conquista della penisola italiana avvenuta nella seconda metà del VI secolo, posero la sede amministrativa del cosiddetto Ducato di Tuscia nella città di Lucca, la quale controllava più o meno direttamente anche il Medio Valdarno Inferiore. D'altra parte siamo in un'epoca in cui i confini amministrativi coincidevano, più o meno precisamente, con la giurisdizione ecclesiastica.
Tuttavia il villaggio probabilmente aveva un'origine più lontana, dato che il nome presenta una chiara origine latina (
Fàbrica, luogo dove si lavora, dal latino fàber, uomo che lavora (3)). Da qui, l’ipotesi che il primo nucleo insediativo trovi origine, anche per la sua posizione nel contesto geografico, nell'ambito di una piccola villa romana, centro della vita agreste di una zona più vasta e, probabilmente, anche punto di riferimento amministrativo e religioso. Il luogo di questo piccolo centro, oggi identificabile con l'area dell’odierno abitato di Molino d’Egola, ai piedi del colle di Cigoli, in posizione pianeggiante. In epoca romana non vi erano particolari necessità difensive, e la vicina via Quinctia che attraversava la valle dell’Arno, completamente organizzata secondo il modello della centuriazione, faceva di quella piana, che poi tanto piana non è (essendo leggermente rialzata e quindi al riparo dalle inondazioni!), un luogo ideale dove insediare un nucleo abitato, anche se non è da escludere una preesistenza etrusca, almeno nelle vicinanze. Mentre per le subentrate esigenze difensive (le scorrerie degli Ungheri?), su di un piccolo rilievo collinare, fu edificato il primo insediamento militare della zona: Castelvecchio.

Molino d’Egola, la zona del villaggio di “Fabbrica”
Foto di Francesco Fiumalbi

Ancora, una pergamena conservata presso l’archivio Arcivescovile di Lucca e datata 18 novembre 859, riporta il contratto di affitto di una casa colonica nei pressi di Fabbrica e che era stata di proprietà di Donato Ebreo (4).
La pieve, invece, viene nominata per la prima volta soltanto nell’anno 867 (5). Si tratta di una pergamena che registra un contratto di livello in cui la badessa Huidiperga concede a Cunerado, figlio di Causerai, due abitazioni di proprietà del monastero di Santa Maria al Corso, situate presso la pieve, in loco Nova (6), forse l'attuale Villanova (7) nei pressi di Cigoli. [vai al documento ADDSM 867, 14 dicembre >>>].
La pieve di San Saturnino viene menzionata anche in una concessione livellare del 904, in cui si parla di beni in loco et finibus Nova, Fabbrica e Plagia, con quest'ultima località che doveva trovarsi vicino alla pieve, nei pressi dell'attuale toponimo di Piaggia (8).
In un documento datato 907, Pietro Vescovo di Lucca nomina il prete Domenico officiante nella pieve di San Giovanni Battista e San Saturnino situata in loco et finibus Fabrica (9) [vai al documento ADDSM 907, 10 aprile >>>]. L’accostamento di San Giovanni Battista a San Saturnino, conferma la denominazione di “pieve”, in quanto era una chiesa dove poteva essere somministrato il sacramento battesimale. Questo doppio titolo era molto usuale all’epoca; rimanendo in zona, la stessa pieve di Vico Wallari aveva accostato a San Genesio proprio San Giovanni Battista. Oppure la pieve di Corazzano, originariamente dedicata ai SS. Maria e Giovanni, attualmente porta il solo titolo legato al Battista.

Porzione muraria dell’antica Pieve di San Saturnino
Foto gentilmente concessa da Don Luciano Niccolai

La pieve viene citata anche in una carta del 942, che riguarda il vicino villaggio di Soffiano (10), localizzabile nella campagna nei pressi di Ontraino.
Datato al 19 marzo 974 è invece il documento con cui il Vescovo di Lucca Andalongo assegna il controllo economico della pieve di San Saturnino, a Bededicto del fu Giovanni ai signori di Segromigno (11). Come nota anche Dini, si tratta della prima testimonianza di “infeudamento” nei comuni medio Valdarno Inferiore, che indica la svolta storica nell’organizzazione amministrativa e militare iniziata in epoca Carolingia.
Nessun documento fa riferimento alla data di fondazione.
Pochi anni prima del 1000, e precisamente nel 993, Eritia figlia del fu Petroni e moglie di Boniti del fu Guicteradi, cedette alcuni beni a Teudigrimo del fu Gunperti, che erano situati in loc. Spalliorum, infra territurio de plebe S. Saturnini sito Fabrica (12).
Nel 1014 il Vescovo di Lucca Gremizzo, cedette a livello la terza parte dei possedimenti (compresi terreni e abitazioni) e delle decime della Pieve di San Saturnino di Fabbrica, assieme ai beni dove fu la distrutta chiesa di San Martino situata in loc. Alene, a Gherardo del fu Guido (13).
Nei pressi della pieve di San Saturnino, era sorto in epoca imprecisata un insediamento militare, esattamente dove oggi insiste la cosiddetta Villa di Castelvecchio, di proprietà Grifoni e poi Sonnino. Già nella prima metà dell'XI secolo, questo castello è chiamato Vecclo, per distinguerlo probabilmente dal nuovo castello di Cigoli, la cui prima attestazione documentaria è datata 1086. Questa testimonianza è assai importante, in quanto conferma il progressivo passaggio da un insediamento pedecollinare a quello, più facilmente difendibile, in cima alla collina. Questo castello "vecchio" compare in due documenti dell'anno 1030. Nel primo, risulta essere il luogo in cui viene compilata la charta offersionis, con la quale Guido del fu Ranieri cede al Monastero di San Salvatore che si trovava nei pressi del ponte di Bonfiglio (Fucecchio), la sua porzione di beni in Caprognana, nei pressi dell'odierno Castelfranco di Sotto (14). Nel secondo, invece, Bonizia del fu Albone, moglie di Winizio, offre al Vescovo di Lucca, i beni che possiede in varie località del territorio sanminiatese, fra cui una proprietà in Castello Vecclo, detenuta da tale Sabatino (15).
Nel 1039, Guido, Ugo, Gherardo e Rolando, fratelli e figli del fu Rolando, vendono a Lamberto del fu Ildebrando, detto Signoretto, abitante di San Miniato, alcune loro proprietà situate all'interno del piviere di San Saturnino di Fabbrica. In particolare i beni sono situati nei pressi dell'Arno, in località
Uciana, vicino a quella che sembra essere la strada pisana, fino alla fonte detta di Spicaticho, e la metà della chiesa di San Donato ubi Mugnana vocatur (16).

Abbiamo l’attestato di questo cambiamento, ormai consolidato, in un documento del 1231, quando viene indicato col termine
Ceulae Vecchii (Cigoli Vecchio) il luogo d’origine di Ranieri di Ildebrandino: Acta sunt haec ante hospitium dictae potestatis in Sancto Miniate in presentia, e testimonio supradicti ludicis quondam Guicciardi Malpilii, quondam Rainerii lldebrandini dicti Ceulae Vecchii... (17). Pochi anni prima, il 23 ottobre del 1223 i pievani di San Genesio e di Fabbrica erano presenti alla lettura della sentenza di scomunica del Podestà di Pisa emessa dai delegati pontifici (18).

Si passa al 1260, anno in cui viene compilato il cosiddetto "Estimo" della Diocesi di Lucca (19). La pieve di San Saturnino in Fabbrica è ancora attiva ed ha alle sue dipendenze:
- Ecclesia S. Lucie de Montebicchieri
- Ecclesia S. Petri de Vinosso
- Ecclesia S. Salvatoris de Plagia
- Ecclesia S. Michaelis de Castro de Ceuli
- Ecclesia S. Petri de Guthano
- Ecclesia Ss. Stephanie et Lucie de Scocolino
- Ecclesia Ss. Romani e Mathei de Villa S. Romani
- Ecclesia S. Iacobi de Villa S. Albini
- Ecclesia Ss. Martini et Laurenti de Villanova
- Ecclesia S. Donati de Mugnano
- Ecclesia S. Marie Magdalene de Puticciano
- Ecclesia S. Petri de Montealto
- Ecclesia S. Silvestri de Comugnori
- Ecclesia S. Martini de Ventignano
- Ecclesia S. Marie de Fibbiastre
- Monasterium S. Iocunde
- Ecclesia S. Andree de Baculla
- Ecclesia S. Bartholomei de Stibbio

Il 27 novembre 1265, prete Ermanno, canonico della Pieve di Fabbrica, viene nominato rettore pro tempore della chiesa di Montopoli, da Gerardo Pievano di San Genesio (20).

Nella decima degli anni 1275-1276 la pieve risulta avere stimata con una rendita di 11 libbre e 17 soldi, una quantità davvero irrisoria se paragonata alla vicina pieve dei SS. Maria e Genesio di San Miniato o ad altre pievi della zona (che potevano disporre di rendite anche 50 volte superiori). Di seguito l'elenco:

- Ecclesia S. Martini de Ventignano (2 L, 8 S)
- Ecclesia S. Romani de Villa (2 L, 16 S)
- Ecclesia S. Michelis de Mugnano (2 L, 2 S)
- Ecclesia S. Lucie de Montebechieri (3 L, 15 S)
- Ecclesia S. Silvestri de Comugnori (2 L, 4 S)
- Ecclesia S. Petri de Vinosso (2 L, 16 S)
- Ecclesia S. Bartholomei de Stibio (2 L, 4 S)
- Ecclesia S. Marie de Fibiastra (1 L, 16 S)
- Ecclesia S. Michaelis de Ceuli (3 L, 7 S)
- Ecclesia Ss. Stefanie de Scuculino (2 L, 10 S)
- Canonica S. Salvatoris de Plagia (9 L, 7 S)
- Ecclesia S. Petri de Aguçano (2 L, 6 S)

L'elenco delle suffraganee subisce diverse modifiche. Al titolo della chiesa di Villa San Romano, scompare San Matteo; la chiesa di San Donato di Mugnano, viene indicata come intitolata a San Michele; la chiesa dei SS. Stefano e Lucia di Scoccolino appare indicata solo con Santo Stefano (nonostante nel 1466 vengano censite due chiese distinte); la chiesa di San Salvatore in Piaggia è indicata come "Canonica", segno che vi abitavano diversi sacerdoti e che risulta essere anche quella con la rendita maggiore. Infine non vengono elencate ben 5 suffraganee: San Jacopo di Sant'Albino, SS. Martino e Lorenzo di Villanova, S. Maria Maddalena di Pellicciano, San Pietro di Montalto e Santa Maria di Soffiano. Per quanto riguarda il monastero di Santa Gonda (e la chiesa Sant'Andrea di Bacoli ad esso unita), risulta essere nell'elenco degli enti esenti, trattandosi di una chiesa appartenente ad un ordine religioso (21).

Di lì a pochi anni, la decima del biennio 1302-1303, attesta un ulteriore impoverimento delle rendite della pieve di San Saturnino, stimate in appena 7 libbre. L'impoverimento riguarda anche le suffraganee senza eccezione alcuna. Compaiono alcune chiese elencate nel 1260, ma non nel 1275-76). Come nella precedente decima il monastero di Santa Gonda, con annessa chiesa di Sant'Andrea di Bacoli, risultano esenti (22). Di seguito l'elenco:


- Ecclesia S. Martini de Ventignano (1 L, 5 S, 6 D)
- Ecclesia S. Romani de Villa Sancti Romani (1 L, 6 S)
- Ecclesia S. Michelis de Mugnano (1 L, 14 S, 6 D)
- Ecclesia S. Donati de Mugnano (---)
- Ecclesia S. Lucie de Montebicchieri (2 L, 10 S)
- Ecclesia S. Silvestri de Comugnori (1 L, 13 S)
- Ecclesia S. Petri de Montalto (---)
- Ecclesia S. Petri de Vinotho (1 L, 12 S)
- Ecclesia S. Bartholomei de Stilbio (1 L, 12 S)
- Ecclesia S. Marie de Filbiastre (1 L, 11 S)
- Ecclesia S. Michaelis de Ceuli (2 L, 7 S)
- Ecclesia S. Iacobi de Villa S. Albini (1 L, 3 S)
- Ecclesia Ss. Martini et Laurenti de Villanova (1 L, 2 S)
- Ecclesia S. Marie Magdalene (1 L, 1 S, 1 D)
- Ecclesia Ss. Stefanie de Scolcolino (1 L, 11 S)
- Canonica S. Salvatoris de Piaggia (5 L, 17 S, 6 D)
- Ecclesia S. Petri de Aguçano (1 L, 11 S)

La situazione della zona non migliorò sicuramente negli anni a seguire, con il castello di Cigoli, che nel ‘300, si trovò al centro delle lotte fra i sanminiatesi e i pisani. Quest’ultimi saccheggiarono Cigoli nel 1312 e vi fecero ritorno nel 1314, guidati da Uguccione della Faggiola, che vi lasciò un presidio militare con apposito castellano. In seguito l’esercito fiorentino liberò il castello dai pisani e la Lega Guelfa, attraverso la Pace di Napoli (1317) e la Pace di Montopoli (1329), impose che il castello di Cigoli tornasse in mano ai sanminiatesi, anche se in forma piena, probabilmente non vi tornò mai. I fiorentini, dopo la conquista di San Miniato nel 1370, fecero di Cigoli un piccolo comune autonomo, con giurisdizione anche su altri centri, prima conquistati dai pisani, quali Montebicchieri, Stibbio e Leporaia (23). Questa situazione si protrarrà fino al 1774 quando Cigoli fu annesso al Comune di San Miniato.

L’edificio che conserva la porzione muraria dell’antica Pieve di Fabbrica
Foto di Francesco Fiumalbi

A queste vicende militari si intrecciano quelle della pieve di San Saturnino in Fabbrica che al 1260 rivestiva ancora il proprio ruolo; ruolo che andrà progressivamente a ridursi a favore della chiesa di San Michele a Cigoli, grazie anche alla miracolosa immagine della Madonna, conservata presso l’oratorio della compagnia della Vergine. La cosa doveva essere davvero considerevole se il Sacchetti paragona la chiesa di Cigoli alla Santissima Annunziata di Firenze e alla pieve dell’Impruneta (24). Nel 1333 nacque una controversia fra la confraternita e il rettore della chiesa riguardo alla gestione delle offerte lasciate dai pellegrini: il rettore ne reclamava una parte essendo l’officiante delle funzioni liturgiche, mentre la compagnia se ne serviva per la costruzione di un ospedale. Le controversie proseguirono fino a quando la compagnia donò l’immagine della Vergine e l’Oratorio ai frati Umiliati di Ognissanti nel 1335. Il popolo di Cigoli fece altrettanto con il patronato della chiesa, e quindi nel 1339 i beneficiari della donazione fondarono il convento di Santa Maria (25). Il nome della chiesa divenne quindi Santa Maria e Michele (26).

La pieve di Fabbrica cominciò a "perdere pezzi". Gli abitanti di Montebicchieri chiesero ed ottennero nel 1345 dal Vescovo di Lucca, di poter evitare di recarsi alla pieve di Fabbrica per i battesimi e le sepolture, rimanendo nella propria chiesa di Santa Lucia. Fra le motivazioni addotte, la non poca distanza e l'ostacolo dell'attraversamento del torrente Egola, oltre che le guerre
iter pisanos et florentinos (27). Nel 1354 la pievania era vacante, e perciò la chiesa fu affidata temporaneamente al proposto di Cigoli (28)

Gli scontri bellici, con le conseguenti distruzioni, e le epidemie di peste che a più riprese colpirono la popolazione e la formazione di una struttura militare dipendente da Firenze ridussero drasticamente il numero di persone stanziate ai piedi della collina in località Fabbrica (29). A conferma di ciò, si ha notizia che nel 1372 alla chiesa di Cigoli viene permesso di costruire un proprio fonte battesimale, in quanto la chiesa di pianura era destructa adeo quod in ipsa baptizari non potitur nec appered quod ipsa plebes possit presentialiter nec futuris temporibus commode riparari (30). Molte fonti bibliografiche, forti di un’epigrafe nel piedistallo, affermano che l’attuale fonte battesimale conservato a Cigoli sia quello originale della pieve di Fabbrica. Da un’analisi puramente stilistica non sembra che questa circostanza sia così verificabile. Il manufatto marmoreo ha una composizione formale decisamente più tarda, lontana da quelle forme bassomedioevali che possiamo ritrovare in altri reperti coevi.

La pieve, praticamente, veniva data per spacciata. Ma lo fu solo di fatto, in quanto a livello amministrativo continuò a sopravvivere per altri due secoli. Una testimonianza della decandenza della pieve ci viene offerta dalla presenza del titolare della chiesa di Cigoli, anziché del pievano di San Saturnino, alla posa della prima pietra della chiesa e dell'ospedale fondato nel 1383 dalla Compagnia dell'Annunziata fuori dalla Porta di Ser Ridolfo, nel territorio parrocchiale di Santa Maria a Fibbiastri, suffraganea della pieve di Fabbrica.
La pieve di San Saturnino venne nominata anche nella memoria del luogo di nascita di Recupero, detto appunto "da Castelvecchio", padre di Giovanni, cancelliere del Comune di San Miniato nel 1394, e forse uno degli ultimi battezzati in San Saturnino (31).
Tuttavia, nel 1417 prete Nicolao, pievano di Fabbrica viene incaricato di immittere in possesso il presbitero Jacopo dei Gianfigliazzi della pieve di S. Maria e Genesio di San Miniato, la cui propositura era rimasta vacante (32). Un pievano di Fabbrica risulta essere presente ad una seduta del clero datata 30 maggio 1422 (33) e probabilmente lo stesso Nicolao, risulta presente ad un'assise datata 12 aprile 1426 (34). Queste piccole vicende testimoniano che comunque una minima attività, magari anche solo formale e amministrativa, era rimasta.

Cigoli, Chiesa di San Giovanni Battista
Foto di Francesco Fiumalbi

Solo qualche anno più tardi, come ulteriore conseguenza di una contrazione demografica già prodottasi da tempo, nel 1447 le cure di Piaggia e Leporaia vennero di fatto spostate a Cigoli, così come quella della pieve stessa per volontà del Vescovo Baldassarre Manni (35). Ancora in una visita del 1450 la pieve risulta annessa alla chiesa di Cigoli (36). Tuttavia, amministrativamente la pieve continua ad esistere ancora. Nel 1460 la pieve risulta essere di patronato dei Capitani di Parte Guelfa di Firenze, che probabilmente avevano restaurato l'edificio e avevano eletto un nuovo pievano, prete Antonio di Bartolomeo da San Miniato (37).
Nel 1461 prete Antonio, pievano di Fabbrica, viene incaricato di immettere prete Tommaso di ser Lapo in possesso della cappellania dell'altare di San Pietro in Vincoli nella chiesa dei SS. Maria e Genesio di San Miniato (poi Cattedrale) (38). La cosa non deve stupire; sappiamo infatti che il Duomo rimase chiuso fino al 1489, tuttavia i diritti e i benefici degli altari continuarono a sussistere. Infatti, ancora in quegli anni (1480), il pievano di Fabbrica ha il compito di immettere prete Nicolao di Giovanni Borromei di San Miniato, in possesso del beneficio dell'altare di Santa Maria della Graticola, ancora una volta nella chiesa dei SS. Maria e Genesio di San Miniato (39).
La pieve di Fabbrica era di fatto sine cura, cioè senza fedeli, e per questo fu inquisito il pievano Antonio di Bartolomeo da San Miniato, in occasione della visita pastorale datata settembre 1466 (40). La pieve risulta avere un beneficio di 87 staia di grano, e il visitatore chiede ad Antonio di Bartolomeo che entro un mese dimostri in virtù di quale disposizione non fosse tenuto alla benedizione del fonte, pena la scomunica. Inoltre gli fu fatto obbligo di redigere l'inventario dei beni entro due mesi e che provvedesse al completamento della copertura, che evidentemente versava in non buone condizioni. L'elenco delle chiese suffraganee rimane lo stesso di quello dell'inventario del 1260, con l'aggiunta dell'oratorio decadente di Santo Stefano a Scoccolino (che in seguito risulterà unito alla chiesa di Santa Lucia) (41). A tal proposito è ragionevole supporre che la traslazione del fonte a Cigoli fosse solo una situazione di fatto e non un trasloco fisico. Il prete Antonio, dichiarò di abitare presso la chiesa di Santa Maria Maddalena di Puticciano(l'odierna Pellicciano), che anch'essa risulta essere di patronato dei Capitani di Parte Guelfa (42). Nel 1519 i diritti di patronato che i Capitani esercitavano sulla pieve furono confermati da una bolla di Papa Leone X (43).

Nel 1564 la pieve viene è ancora
sine cura in quanto la cura delle anime avviene presso la chiesa di Cigoli, dove c'è anche il fonte battesimale (44). Ancora nel 1575, Pietro Usimbaldi proposto di Cigoli, protestò di fronte al visitatore apostolico per l'onere di dover accollarsi la cura di Piaggia, Leporaja e Fabbrica nonostante che dopo gli atti del 1447, fossero stati nominati altri pievani (45).
Infine,
sancì il definitivo abbandono di Fabbrica, la bolla del 20 giugno del 1579, redatta dal delegato apostolico mons. Guidiccioni, con la quale il titolo e la pievania vennero trasferiti dalla chiesa di San Saturnino a quella di Santa Maria e Michele, ottenuti i consensi dai rispettivi sacerdoti, Pietro Usimbardi preposto di Cigoli e Ludovico Martelli pievano di Fabbrica. Col medesimo documento la chiesa di Cigoli prese il nome di San Giovanni Battista (46).

Il villaggio di Fabbrica, oltre alla posizione favorevole per le vie di comunicazione, al riparo dalle inondazioni, poteva contare anche su un approvvigionamento idrico diretto, in quella che oggi è conosciuta come Fonte Lotti, di cui rimane soltanto una porzione.

Fonte Lotti, prima dei restauri (2010)
Foto di Francesco Fiumalbi

Nel periodo che va dal 1946 al 1989 c’è da segnalare la perdita di una torre merlata; abbattuta attorno al 1960 in un intervento di demolizione e ampliamento, il manufatto architettonico era stato costruito posteriormente alla pieve e probabilmente ne costituiva il campanile. Il Dini riporta le parole della sig.ra Terzilia, proprietaria dell’edificio: “non solo ci pioveva dentro, ma era anche il rifugio di tutte le civette dei dintorni; i muratori non riuscivano ad abbatterla” (47). Sempre il Dini afferma che nei campi adiacenti furono rinvenute, durante normali lavorazioni agricole, ossa umane. La cosa non deve sorprendere in quanto era uso consolidato seppellire i defunti attorno alle chiese.


Fonte Lotti, prima dei restauri (2010)
Foto di Francesco Fiumalbi

Nel 2006, il dilavamento franoso del terreno, costituì l’occasione per un’indagine, in accordo con la Soprintendenza per i Beni Archeologici della Toscana nella persona dell'ispettore di zona, Dott. Giulio Ciampoltrini, nell'area del piviere di San Saturnino di Fabbrica. I rilievi e le analisi furono condotte da Vanni Desideri. I risultati di questi recenti scavi, dimensionalmente circoscritti ad una sezione di circa 20 metri, hanno portato alla luce ciò che rimane di due distinte abitazioni, della medesima tipologia, facenti parte dello stesso nucleo abitato. Si è conservato il piano pavimentale in terra battuta, ricoperto da cumuli di materiali, probabilmente facenti parte della struttura di copertura, come coppi e ardesia. Le pareti dovevano essere, invece, in terra cruda. Sono stati rinvenuti alcuni oggetti in ceramica e metallo che, secondo le analisi di Desideri, dovevano essere ancora funzionali al momento del crollo. Tutto questo lascia supporre che l’evento distruttivo sia stato rapido, il che fa pensare ad un incendio (accidentale o violento?). Secondo Desideri, si tratta di reperti databili non più tardi del XIII secolo, che potrebbero suggerire una retrodatazione del declino del borgo di Fabbrica, il cui abbandono viene fatto risalire alla metà del XIV secolo (48).


NOTE BIBLIOGRAFICHE:
(1) Mandorlini Fabrizio (a cura di), Cigoli e la Madonna Madre dei Bimbi, FM Edizioni, San Miniato, 2002, p. 17.
(4) Mandorlini, Cigoli e la Madonna... Cit., p. 17.
(5) Archivio Arcivescovile di Lucca (AAL) + + H16; D. Barsocchini, Memorie e documenti per servire all'Istoria del Ducato di Lucca, Tomo V, parte II, Francesco Bertini Editore, Lucca, 1837, p. 488.
(6) Dini, Dietro i nostri secoli... Cit., p. 74.
(7) Vallini Valerio, Castelvecchio matrice di Cigoli, http://www.valeriovallini.it
(8) D. Barsocchini, Memorie e Documenti per Servire alla Storia di Lucca, Lucca, doc. MLXXXIV, Tomo V, parte 3; Dini, Dietro i nostri secoli... Cit., p. 76, e in Concioni Graziano, Le vicende di una Pieve nella cronologia dei suoi pievani. San Genesio di Vico Wallari 715-1466, Accademia Lucchese di Scienze, Arti e Lettere, 2010, p. 15.
(9) Repetti Emanuele, Dizionario Geografico Fisico Storico della Toscana, Firenze, 1883. Si veda la voce “FABBRICA nella Valle dell’Arno inferiore”.
(10) D. Barsocchini MDL V/3 Cit., doc. MCCLXXXIX, in Dini, Op. Cit., p. 78.
(11) AAL, +F.10, ed. D. Barsocchini MDL V/3 Cit. Cit., doc. MCCCCXLVIII, pp. 336-337; cfr. Dini, Dietro i nostri secoli... Cit., p. 79.
(12) D. Barsocchini MDL V/3 Cit. Cit., doc. MCCCCLXXIII, p. 645.
(13) AAL, * G.9; cfr. D. Bertini, Memorie e documenti per servire all'Istoria del Ducato di Lucca, Tomo IV, parte II, Francesco Bertini Editore, Lucca, 1836, Appendice, doc. LXXIV, pp. 96-98.
(14) AAL, ++M.67 [A]; Il documento è edito in Ghilardicci Giuseppe (a cura di), Carte del Secolo XI, vol. II, 1018-1031, Archivio Arcivescovile di Lucca, Maria Pacini Fazzi Editore, Lucca, 1990, n. 100, pp. 276-277.
(15) AAL, ++R.98 [A]; Il documento è edito in Ghilardicci G., Carte... Cit., n. 104, pp. 288-292.
(16) AAL, ++P.23 [B]; Il documento è edito in Angelini Lorenzo, Carte del Secolo XI, vol. III, 1031-1043, Archivio Arcivescovile di Lucca, Maria Pacini Fazzi Editore, Lucca, 1987, pp. 151-153.
(17) Bonincontri Laurentii, Historia Sicula, in G. Lami, Deliciae eruditorum seu veterum anekdoton opusculorum collectanea, Tomo VI, Firenze, 1739, p.157, riportato da Vallini Valerio, http://www.valeriovallini.it/
(18) AAL, *I 14, in Concioni,
Le vicende di una Pieve... Cit., pp. 27-28.
(19) P. Guidi, Tuscia Rationes decimarum Italiae, Vol. 1, Roma, 1932, Appendice; BPL, Ms. 135; in Dini, Dietro i nostri secoli... Cit., p. 116.
(20) AAL, *G 87, in Nanni L., La parrocchia studiata nei documenti lucchesi del secoli VIII-XIII, in “Analecta Gregoriana”, XLVII, Roma, 1948, p. 173; Concioni, Le vicende di una Pieve... Cit., pp. 45-46.
(21) P. Guidi, Tuscia Rationes decimarum Italiae, Vol. 1, Roma, 1932, pp. 193, 203.
(22) P. Guidi, Tuscia Rationes decimarum Italiae, Vol. 2, Roma, 1932, pp. 257, 279-280.
(23) Repetti, Dizionario... Cit., Si veda la voce “Cigoli”.
(24) Morelli Paolo, Le istituzioni ecclesiastiche, in AAVV, Le colline di San Miniato (Pisa): la natura e la storia, supplemento n. 1 al vol. 14 (1995) dei Quaderni del Museo di Storia Naturale di Livorno, Consiglio Nazionale delle Ricerche, Provincia di Pisa.
(25) Ibidem.
(26) Mandorlini, Cigoli e la Madonna... Cit., p. 18.
(27) Per una trattazione completa delle vicende riguardo al fonte battesimale di Montebicchieri, si veda Morelli Paolo, Montebicchieri e il suo fonte battesimale: un castello del Valdarno nel Trecento, Tip. Bongi, San Miniato, 2000.
(28) AAL, Libro antico 67, c.6, 23 marzo 1354, in Morelli Paolo, Per una storia delle istituzioni ecclesiastiche nel basso medioevo: la Propositura di S. Maria e S. Michele di Cigoli e la Pieve di San Giovanni di Fabbrica, in Bollettino Storico Pisano, n. 51, Pisa, 1982, p. 58.
(29) Morelli Paolo, Per una storia delle istituzioni... cit., pp. 42-43.
(30) Morelli Paolo, Per una storia delle istituzioni... cit., pp. 58-59.
(31) Valerio Vallini, Castelvecchio... cit.
(32) AAL, Libri antichi di cancelleria, n. 84, c.11; Concioni, Le vicende di una Pieve... cit., p. 61.
(33) AAL, Libri antichi di cancelleria, n. 59, c.11; Concioni, Le vicende di una Pieve... cit., p. 62.
(34) AAL, Libri antichi di cancelleria, n. 59, c.19; Concioni, Le vicende di una Pieve... cit., p. 75.
(35) AAL, Sacre Visite, n. 7, c.90', e AAL, Libro antico, n. 61, cc. 201-202, 15 settembre 1447; Morelli P., Per una storia delle istituzioni... cit., p. 59.
(36) AAL, Sacre Visite, n. 7, c.90', in Morelli, Per una storia delle istituzioni... cit., p. 61.
(37) ASF, Capitani di Parte, numeri rossi 35, c.15, in Morelli, Per una storia delle istituzioni... cit., p. 61.
(38) AAL, Collationes, R, c.78m, in Concioni, Le vicende di una Pieve... cit., p. 71.
(39) Archivio Capitolare di San Miniato, n. 447, c. 8r, in Concioni, Le vicende di una Pieve... cit., p. 72.
(40) AAL, Sacre Visite, n. 9, p. 236, Mannari Lelio, Notizie Storiche. La Madonna di Cigoli, in La Domenica 18 luglio 1965; in Mandorlini, Cigoli e la Madonna... cit., p. 21; Concioni, Le vicende di una Pieve... Cit., p. 77.
(41) Mandorlini, Cigoli e la Madonna... cit., p. 23; Concioni Graziano, Chiese, clero e cura d'anime in Diocesi di Lucca nella visita pastorale del domenicano Matteo da Pontremoli (1465-1467), Accademia Lucchese di Scienze, Lettere e Arti, Lucca, 2012, Vol. 2, pp. 114-115.
(42) Simoncini Vasco (a cura di), San Miniato e la sua Diocesi, CRSM, San Miniato, 1989, p. 48. La chiesa è erroneamente confusa con Santa Maria di Fibbiastri.
(43) Morelli, Per una storia delle istituzioni... cit., p. 61.
(44) AAL, Sacre Visite, n. 14,c. 513, in Morelli, Per una storia delle istituzioni... cit., p. 62.
(45) AAL, Sacre Visite, n. 26, cc. 233-234, in Morelli, Per una storia delle istituzioni... cit., p. 62.
(46) Dini, Dietro i nostri secoli... cit., p. 40.
(47) Ibidem.
(48) Vanni Desideri Andrea, Villaggi abbandonati e pievi tra guerre e pandemia. Nota archeologica per la storia del castello di Cigoli nel Valdarno Pisano, in rivista "Archeologia Medievale", n. XXXVI, All'Insegna del Giglio, 2009, pp. 227-236.

Quarta revisione - 20 maggio 2014
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