martedì 4 settembre 2012

PARCHEGGIO DI CENCIONE --> PIAZZA DEL POPOLO

Il parcheggio della Valle di Cencione è stato realizzato nell’ottica di una ridistribuzione delle aree di sosta nel centro storico di San Miniato. L'opera ha permesso la “liberazione” dalle auto di Piazza del Seminario e di Piazza del Duomo.
E’ notizia di questi giorni, la presentazione del progetto di ampliamento di tale parcheggio che consentirà di ripensare l’area di Piazza del Popolo. Con questo video, si intende mostrare il tempo di percorrenza per giungere a piedi, partendo dal parcheggio nella valle, davanti la chiesa di San Domenico: 3 minuti e mezzo circa.


domenica 2 settembre 2012

I TABERNACOLI DEL VINO SANMINIATESI

di Francesco Fiumalbi

In Occidente, fin dall'antichità, il vino è un alimento legato alla sfera sacra, tanto nelle religioni pagane, quanto in quelle monoteiste.
Da qui a farne quasi un oggetto di culto ce ne corre, ma in pratica è quello che è accaduto a Firenze a partire dai secoli XV e XVI. Dei veri e propri "Tabernacoli del Vino" si aprivano sulle strade della Firenze rinascimentale, realizzati alla stessa maniera delle edicole sacre.
In realtà si chiamano "Buchette del Vino", ma la tradizione popolare le ha accostate ai tabernacoli proprio per loro forma, presa in prestito dalle edicole religiose.
Costituivano l'apertura degli "spacci" per la vendita del vino e dell'olio, in diretta comunicazione con la cantina, che generalmente si trovava nei piani bassi o interrati degli edifici. Essendo un commercio molto florido, proprio per ripararsi dal rischio delle rapine, queste buchette consentivano a mala pena il passaggio di un "toscanello", il tipico fiasco toscano la cui produzione era concentrata nell'empolese.

 Cantina Capponi, Firenze, via de'Bardi
Foto di Francesco Fiumalbi

A Firenze se ne contano a decine e decine, alla base dei palazzi nobiliari e non, tutte più o meno caratterizzate dalla tipica forma a edicola in pietra, con archetto superiore, con o senza la punta a goccia, e tutte rigorosamente chiuse da una porticina in miniatura. Nacquero fra il '400 e il '500, dopo che la crisi finanziaria aveva quasi messo in ginocchio Firenze (come non ricordare il fallimento dei Bardi e dei Peruzzi, per la mancata restituzione del debito da parte di Edoardo, Re d'Inghilterra). I banchieri cominciarono, così, a diversificare i propri investimenti, concentrandoli sempre di più sul "bene rifugio" per eccellenza: la terra. Divennero proprietari terrieri, e grandi produttori di vino e di olio, che vendevano direttamente dalle proprie cantine per evitare l'intermediazione da parte di osti e vinai, ricavandone un guadagno maggiore. L'avventore lasciava il fiasco vuoto e ne prendeva uno pieno, che poi avrebbe riportato la volta successiva.
Negli anni, moltissime buchette sono state alterate notevolmente: sono diventate cassette per la posta, eleganti porta-campanelli o, più semplicemente, murate. Tante altre sono andate perdute irrimediabilmente.

Cantina, Firenze, via de'Bardi
Foto di Francesco Fiumalbi

A San Miniato i "tabernacoli" sopravvissuti sono soltanto tre, ma un tempo dovevano essere molti di più. Sono elementi "d'importazione", e decisamente più semplici rispetto ai corrispettivi fiorentini.
Dopo la conquista del 1370, e per tutto il '400, i Fiorentini esportarono nel territorio sanminiatese il loro modello di organizzazione territoriale, basato sulle ville-fattoria a controllo del capillare sistema mezzadrile. Dal Catasto fiorentino del 1427 sappiamo che il territorio sanminiatese era coltivato a vigneto per quasi un quarto della superficie produttiva dichiarata (corrispondente a circa 2400 staiora), e ad oliveto per circa il 40 % (circa 4300 staiora) (1). Considerando che lo staio è la quinta parte dell'ettaro, possiamo trasformare le due superfici in 480 e 860 ettari. Approssimativamente un ettaro di vigneto produce circa 80 quintali di uva, dai quali si ricava il vino con una resa del 70 %, quindi da ogni ettaro di vigneto possiamo ottenere 56 quintali di vino, circa 5500 litri. Analogo ragionamento possiamo farlo per gli oliveti: un ettaro di olivi, disposti a sesto d'impianto, produce circa 50 quintali di olive, dai quali si ricava olio con una resa del 12 % circa, ovvero olio per 6 quintali/ettaro, corrispondente a circa 660 litri. Quindi in totale abbiamo circa 2,5 mln di litri di vino e circa 0,5 mln di litri di olio, prodotti nel territorio sanminiatese nel primo Quattrocento (2).

Scala del Vescovado, San Miniato
Foto di Francesco Fiumalbi

Il "tabernacolo" più bello, ma anche molto sciupato, è quello situato ai piedi della vecchia Torre dei Pallaleoni; la torre costruita nel 1310 si ergeva al centro dell'odierno Palazzo Vescovile, di fianco al Palazzo "vecchio" del Popolo (3) e scapitozzata nel 1746 (4). Nel 1489, anno in cui il palazzo fu destinato ai canonici dell'allora Collegiata dei SS. Maria e Genesio (poi dal 1622 Cattedrale), secondo il Piombanti venne realizzato lo sdrucciolo che da Piazza del Seminario conduce a Piazza del Duomo passando sotto al palazzo, chiamato Scala del Vescovado, sopra il quale è collocato uno stemma consunto dal tempo, la cui appartenenza ci è ignota (5). La muratura ai margini non è esattamente sagomata, il che fa pensare alla "buchetta" come elemento aggiunto in un momento successivo. Probabilmente fu realizzata dai Canonici posteriormente al 1489, come punto di vendita del vino prodotto nelle cospicue proprietà ecclesiastiche, anche se non è da escludersi una datazione anteriore.
Questa buchetta è caratterizzata da una edicola in pietra serena, molto consunta, con terminazione a punta. Sul lato sinistro si notano ancora gli alloggi per le cerniere metalliche, che dovevano sostenere la porticina in legno. Negli anni è stata tamponata in muratura.

Buchetta del Vino "dei Canonici"
San Miniato, Scale del Vescovado
Foto di Francesco Fiumalbi

La seconda "buchetta" è quella del Palazzo Roffia, edificato nel '500 a partire da una più antica abitazione risalente per lo meno al '300 (6). Si tratta di un'edicola in pietra arenaria, con terminazione arcuata, e con trattamento superficiale liscio. L'antica porticina è stata tamponata con muratura e poi intonacata.
Esternamente l'apertura è collocata molto in basso, in prossimità del piano stradale. Internamente invece si trova ad una quota di circa 60 cm dal pavimento, essendo il solaio dell'edificio più basso rispetto alla strada. Tale differenza di quota è da attribuirsi al progressivo innalzamento della sede carrabile, avvenuta negli ultimi due secoli.

 Palazzo Roffia, particolare
San Miniato, via Augusto Conti
Foto di Francesco Fiumalbi

La buchetta era collegata direttamente con la cantina del palazzo, situata dove oggi c'è il Circolo "La Cisterna". Lo sdrucciolo, che oggi fa da accesso al circolo, consentiva di trasportare i fiaschi del vino fino al piano terreno, dove venivano venduti al pubblico attraverso l'edicola.
I Roffia avevano consistenti possedimenti proprio a Roffia, nella pianura nei pressi dell'odierna San Miniato Basso, nella valle dell'Ensi (nei pressi di Marzana "bassa"), e in quella del Rio Pilerno (Catasto Generale della Toscana, 1834). Quindi dalla campagna, parte della produzione del vino raggiungeva San Miniato, dove veniva venduta ai cittadini direttamente dal palazzo padronale.

Buchetta del Vino "dei Roffia"
San Miniato, Palazzo Roffia, via Augusto Conti
Foto di Francesco Fiumalbi
 
Analogo discorso, vale per il "tabernacolo" di quello che un tempo era il Palazzo Pini, poi Pini-Maioli, Maioli e infine Viviani, situato in Piazza XX settembre, sul lato opposto rispetto all'ospedale. L'edificio presenta una facciata articolata, evidentemente frutto di ampliamenti e rifacimenti. Tuttavia sappiamo che i Pini, a cui probabilmente si deve il nucleo originario dell'abitazione, erano presenti a San Miniato già nel XIII secolo, e nel '400 vengono indicati come nobili (7). La famiglia continua a sopravvivere fino a tutto l'800, e detiene possedimenti dalle parti di Bucciano, Balconevisi, Agliati e a San Miniato sul fronte settentrionale della contrada di Pancole. Erano quindi proprietari terrieri, e vendevano il vino prodotto.

 Palazzo Pini, poi Pini-Maioli, Maioli, Viviani
San Miniato, piazza XX settembre
Foto di Francesco Fiumalbi

 La "buchetta" del vino dei Pini è quella più semplice delle tre. Costituita da una edicola in pietra arenaria, arcuata, e con la terminazione che presenta una punta accennata. Negli anni è stata murata, ed è situata alla sinistra del portone di ingresso, ad una altezza da terra di circa un metro. Al basamento dell'edificio, esattamente in prossimità della buchetta, si aprono tre finestrelle quadrangolari, una sorta di piccole "bocche di lupo", che servivano per aerare ed illuminare i locali seminterrati, verosimilmente adibiti a cantine.

Buchetta del Vino "dei Pini"
Palazzo Pini, poi Pini-Maioli, Maioli, Viviani
San Miniato, piazza XX settembre
Foto di Francesco Fiumalbi

Quelli che abbiamo visto sono i tre "tabernacoli del vino" superstiti. Probabilmente ogni famiglia nobile, aveva una edicola attraverso la quale vendere vino e olio direttamente dalle proprie cantine. Chiunque abbia notizia di altre "buchette", è invitato a segnalarcele!
 
Il nostro indirizzo di posta elettronica è sempre lo stesso:
smartarc.blogspot@gmail.com


NOTE BIBLIOGRAFICHE
(1) Salvestrini Francesco, San Miniato al Tedesco. Le risorse economiche di una città minore della Toscana fra XIV e XV secolo, in Rivista di Storia dell'Agricoltura, n. 1, 1992, pp. 111-118.
(2) E' bene precisare che i valori considerati non sono quelli odierni, ma cautelativamente più bassi, e sempre arrotondati per difetto, tenendo conto della minore produttività dell'epoca. Non vanno intesi come dati effettivi e certi, ma solo come indicazione quantitativa. E lo stesso dicasi per le superfici, sicuramente inferiori a quelle effettive: nel computo non è considerato il seminativo alborato vitato, e poi essendo il catasto basato su accertamenti che non prevedevano la misurazione scientifica del terreno, è ragionevole ipotizzare una consistente approssimazione al ribasso. Inoltre il territorio sanminiatese non era quello attuale. Buona parte della Valdegola ricadeva nei comuni di Barbialla, Cigoli, Stibbio e Montebicchieri, ma di San Miniato erano i territori di Marcignana, Ponte a Elsa, Monteprandi e Brusciana, poi riordinati con la riforma comunitativa del 1774. Si veda il Regolamento Generale per le Comunità del Distretto Fiorentini del 29 settembre 1774 e il Regolamento Locale per la Comunità di Samminiato del 14 Novembre 1774. Quindi la superficie del territorio sanminiatese dell'epoca è da considerarsi circa l'60-70 % di quella attuale.
(3) "Pulienses et Malederate de sancto Miniate fecerunt simul consortium, et se invicem ad cartam ligaverunt et obligaverunt de manutenendo guerram et pacem simul etc, sub anno predicto et indictione, die XXVIII novembris. Postea anno MCCCX, de mense agusti , fecerunt fieri turrim de lateribus prope palatium, et vocabatur <<La torre dei Pallaleoni>>", Giovanni di Lemmo da Comugnori (ed. a cura di Vieri Mazzoni), Diario (1299-1319), Leo S. Olschki Editore, Firenze, 2008, c. 18r, p. 22.
(4) Piombanti Giuseppe, Guida della Città di San Miniato al Tedesco con notizie storiche antiche e moderne, Tipografia di Massimo Ristori, San Miniato, 1894, rist. anast. Matteoli Anna (a cura di), Bollettino dell’Accademia degli Euteleti di San Miniaro al Tedesco, n. 44, 1975, p. 79; cfr. Cristiani Testi Maria Laura, San Miniato al Tedesco. Saggio di storia urbanistica e architettonica, Marchi & Bertolli, Firenze, 1967, pp. 101-102.
(5) Piombanti, Op. Cit., p. 79.
(6) Cristiani Testi, Op. Cit., p. 123.
(7) Boldrini Roberto (a cura di), Dizionario Biografico dei Sanminiatesi (secoli X-XX), Comune di San Miniato, Pacini Editore, Pisa, 2001, p. 229.

domenica 26 agosto 2012

SAN GENESIO 764 ANNI DOPO

di Francesco Fiumalbi

Il 25 agosto a San Miniato è festa grande: è il giorno dedicato alla memoria di San Genesio Martire, Patrono di San Miniato e della sua Diocesi. Genesio, secondo la tradizione agiografica, era un attore, o mimo, vissuto nel III secolo d.C., al tempo delle persecuzioni contro i cristiani. Fu incaricato di mettere in scena un irriverente "Battesimo", sembra alla presenza dell'Imperatore Diocleziano. Durante la rappresentazione, Genesio, ritrovandosi miracolosamente convertito, manifestò pubblicamente la propria fede, e per questo venne martirizzato per decapitazione.
Quest'anno la ricorrenza è stata celebrata in modo del tutto particolare: Mons. Fausto Tardelli, Vescovo di San Miniato, ha voluto che la Santa Messa venisse celebrata in prossimità dei resti dell'antica pieve, dedicata a San Genesio, situata in un vicus le cui origini si perdono nell'antichità. Sono passati 764 anni da quel lontano 1248, anno in cui i sanminiatesi distrussero il borgo per modo che mai più si rifece (Villani, libro VII, XXXI). Di lì a poco, il titolo dell'antica pieve medievale fu traslato alla chiesa di San Maria nel castello di San Miniato e il terreno, su cui sorgeva la chiesa e l'abitato, fu ricoperto di terra e trasformato in campi coltivati.

 Un momento della celebrazione
Foto di Francesco Fiumalbi

La celebrazione si è aperta con una solenne processione, guidata dal Vescovo Tardelli, e con la partecipazione di molti sacerdoti provenienti da tutta la Diocesi. Il percorso è iniziato davanti all'Oratorio ottocentesco, situato lungo la via Tosco-Romagnola Est, ed è proseguito fino all'altare.
Alla destra del presbiterio, realizzato per l'occasione, è stata collocata la statua di San Genesio, circondata da rami di palma, simbolo del martirio. Dietro l'altare è stato posizionato il bellissimo Crocifisso dell'Oratorio. Presente Mons. Giovanni Pomponi, parroco di Sant'Angelo a Montorzo, parrocchia di appartenenza del sito archeologico, che al termine della Messa ha rinnovato l'antica tradizione del "Pane di San Genesio", benedetto e successivamente distribuito. Alla celebrazione hanno partecipato la Compagnia dei Cavalieri del Tau, la Corale di San Genesio e la Filarmonica Angiolo Del Bravo di La Scala.
 Un momento della celebrazione
Foto di Francesco Fiumalbi

 Una cerimonia davvero suggestiva, carica di significati molto intensi. Come ricordato dal Vescovo nell'omelia, il sito della Pieve, dedicata ad un martire della Chiesa, è stato probabilmente il luogo da cui si è irradiato il messaggio cristiano nella nostra zona, dove si riunirono i primi cristiani, per secoli centro della vita religiosa del Medio-Valdarno e della bassa Valdelsa, tappa fondamentale dell'itinerario Romeo, scenario di concili ed assise.
Una celebrazione da ripetere, il 25 agosto di ogni anno!

lunedì 20 agosto 2012

IL BUTTAFUMO DI SAN ROCCO

Giovedì 16 agosto 2012 è stato l'ultimo giorno del Palio di San Rocco - Festival del Pensiero Popolare. Dopo i giochi popolari del pomeriggio, la sera è stata dedicata alla celebrazione religiosa legata a San Rocco, che viene festeggiato proprio in questa data.
Dopo 17 anni, è stata celebrata la Santa Messa all'interno dell'Oratorio dei SS. Sebastiano e Rocco, dove è stata esposta la statua di San Rocco. Al termine, la folla si è riversata nell'antistante Piazza Buonaparte, dove è stato fatto oscillare il Buttafumo di San Rocco. Si tratta di un enorme turibolo, ispirato al celebre Botafumeiro della Cattedrale di Santiago de Compostela, che veniva utilizzato durante le celebrazioni più solenni, a godimento dei pellegrini. Il Buttafumo è stato pensato e sviluppato da cinque artisti: Fulvio Leoncini, Romano Masoni, Andrea Meini, Valerio Comparini, coordinati da Giorgio Giolli. E' stato poi realizzato dal fabbro Claudio Barone, all'interno della ditta Barnini e Mostardini Officine Meccaniche di Santa Croce sull'Arno.
Il tema del Viaggio, da sempre legato anche al Pellegrinaggio, è stato sviluppato attraverso i Sette Sensi, costituendo il leitmotiv del Palio di San Rocco - Festival del Pensiero Popolare. D'altronde  Rocco è da considerarsi a tutti gli effetti il Santo della Via Francigena/Romea, un santo pellegrino che ha attraversato la grande arteria viaria che, dalla Francia recava a Roma e da qui verso Gerusalemme. La manifestazione non poteva che concludersi col grande Buttafumo, così come per i pellegrini di Santiago partecipare alle celebrazioni con il Botafumeiro significa, oltre a  consacrare con il segno dell'incenso il proprio viaggio, anche esserne arrivati alla conclusione.
Un momento straordinario, suggestivo: un bellissimo gioco di incenso e luci. E' quindi giunto il momento di far festa, spensieratamente. La musica della famosa band salentina Mascarimì ha risuonato in una Piazza Buonaparte stracolma di gente.









SPECIALE INCONTRI IN SAN ROCCO 2012


Tutti gli incontri nella chiesa di San Rocco e non solo... del






sabato 18 agosto 2012

I GIOCHI DEL PALIO DI SAN ROCCO 2012

di Francesco Fiumalbi

Il 16 agosto è si festeggia San Rocco, il santo a cui è dedicato l'oratorio di Piazza Buonaparte assieme a San Sebastiano. In questo giorno, da oltre un secolo, a San Miniato si gioca il "palio", un momento religioso e ludico insieme, in cui bambini e ragazzi possono stare assieme e divertirsi.
I giochi sono rigorosamente quelli tradizionali: corsa nei sacchi, tiro alla fune, salto sull'anguria, arrampicata sull'albero della cuccagna!

Pronti? Si parte!
Tutti dentro i sacchi... 3, 2, 1.... VIA!
Veloci, veloci! Attenti a non cadere!!




Tutti al proprio posto... prendete la corda... 3, 2, 1... VIA!
Forza con quella fune!! Tira, Tira!




Dopo i ragazzi, anche i grandi vogliono cimentarsi nell'impresa!
Ecco gli uomini! 3, 2, 1... VIA!





Gareggiano anche le donne! 3, 2, 1... VIA!




Ora è la volta del gioco col cocomero!
Ragazzi prendete la rincorsa... centrate l'anguria... e ciaff!
Pronti? 3, 2, 1, VIA!




Siamo alla fine... l'Albero della Cuccagna!
Reggetevi forte, chi mette il piede in terra è squalificato!
Pronti? 3, 2, 1, VIA!




venerdì 17 agosto 2012

DIALOGO TRA IL GRANDUCA LEOPOLDO E MARCO CAVALLO

di Alessio Guardini
Era un po' di giorni che i due si guardavano: l'uno bianco come la neve, l'altro azzurro come il cielo; uno elegante e distinto, l'altro un po' sciancato. Finalmente, all'ultimo giorno del Palio di San Rocco, i due si sono ritrovati vicini, l'uno di fianco all'altro, e si sono parlati!!

- Che fai cavallo? Mi lordi la veste!
Guasta è la biada che ti die' ciuca...
Vedi che il crine t'ha tinto celeste?
Va' lungi da me che sono il Granduca! -

- Oh mio Signore, ma quante proteste!
Parli tu proprio ch'hai bianca la nuca?
Bada, se 'un era pe' nostri assessori
tu pur ti vestivi di tutti i colori! -



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