lunedì 25 luglio 2011

15 MINUTI CON... OTMAR OLIVA

di Francesco Fiumalbi





Questa puntata della rubrica “15 MINUTI CON…” è dedicata a Otmar Oliva, scultore ceco, che ha realizzato l’altare, l’ambone e il tabernacolo per la custodia eucaristica nella chiesa dedicata alla Trasfigurazione del Signore di San Miniato Basso. Si tratta di un artista che lavora prevalentemente con il bronzo; le sue opere hanno una forte connotazione espressionista, attraverso una sapiente orchestrazione di elementi fitomorfi. L’occasione del nostro incontro è maturata durante il suo recente viaggio in Italia assieme all’inseparabile moglie Olga, che lo ha visto a San Miniato Basso. Il motivo del suo soggiorno è l’installazione del nuovo tabernacolo per la chiesa della Trasfigurazione, concepito come un tronco d’albero trasformato in prezioso scrigno. Otmar Oliva è quindi una persona che, pur essendo nata e cresciuta (umanamente e artisticamente parlando) in un contesto socio-culturale molto lontano dal nostro, ha lasciato, qui, il segno della sua espressività artistica, generata dall’universale sensibilità cristiana. Voce ferma e sguardo profondo, Otmar Oliva ha accettato di conversare con noi.


Otmar Oliva
Foto di Francesco Fiumalbi


Sig. Oliva, lei è nato nel 1952, nell’allora Cecoslovacchia, da una famiglia di umili origini. Come ha scoperto la sua vocazione artistica? Quali difficoltà ha incontrato durante la sua formazione?
Mio padre era emigrato in Inghilterra nel 1939 a seguito dell’occupazione nazista della Boemia e della Moravia. Da Londra, dopo l’esperienza del cosiddetto “Governo Cecoslovacco in esilio”, riuscì nel 1944 a fare ritorno a casa dove conobbe mia madre. Si sposarono ed entrambi lavoravano come operai. Io riuscii ad iscrivermi, agli inizi degli anni ’70, all’Accademia Nazionale di Belle Arti di Praga, l’unica accademia di tutta la Cecoslovacchia. Erano anni molto duri, ricordo che non potevamo viaggiare e non avevamo libri di testo. Gli unici a possederne erano i docenti che spiegavano l’arte e l’architettura occidentali facendo passare i libri fra gli studenti. Ricordo che le due cose che mi colpirono maggiormente furono il David di Michelangelo e il Tempietto di San Pietro in Montorio di Bramante. Li vidi attraverso due piccolissime immagini in bianco e nero. Quando poi nel 1993 venni per la prima volta in Italia li vidi dal vero e fu un’emozione indescrivibile.

Quale fu la prima opera che le fu commissionata?
Fu la decorazione di una grande campana per la Basilika di Velehrad (Rep. Ceca, n.d.r.), ma non ho potuto apporvi la mia firma.

Per quale motivo?
Dopo gli anni dell’Accademia divenni un contestatore dell’allora governo comunista. Fui arrestato e rimasi in carcere, come prigioniero politico, per due anni. Quando fui rilasciato, nessuno voleva farmi lavorare, perché ero considerato pericoloso. Fu grazie ad un mio carissimo amico architetto, Tomášem Černouškem che, nel 1984, riuscii ad ottenere l’incarico. Successivamente, sempre coperto da anonimato, eseguii l’altare in bronzo e marmo, il fonte battesimale e l’ambone.

Quali opere le sono state commissionate in Italia?
Oltre a queste opere di San Miniato Basso, ho eseguito una statua raffigurante San Leopoldo Mantic al Centro Aletti a Roma, l’altare, l’ambone, la sede della presidenza e l’acquasantiera nella Cappella Redemptoris Mater nel Palazzo Apostolico in Vaticano.


Chiesa della Trasfigurazione del Signore
San Miniato Basso
Foto si Francesco Fiumalbi


Come riuscì ad arrivare in Italia?
Il Card. Tomáš Špidlík era stato prefetto nel Liceo di Velehrad fra il 1945 e il 1946. Durante una sua visita a Velehrad, nel 1993, assieme allo scultore sloveno Marko Ivan Rupnik, notò i miei lavori. Mi propose di venire in Italia, presso il Pontificio Istituto Orientale, Centro Studi e Ricerche Ezio Aletti dove lavorava dal 1991. Accettai e fu la prima volta che venni in Italia. Successivamente, nel 1996 ricevetti l’incarico per le opere presso la Cappella Redemptoris Mater.
Nel 2008 Don Luciano Niccolai, insieme ad una delegazione della Parrocchia di San Miniato Basso, venne a Roma ed ebbe l’occasione di visitare la Cappella nel Palazzo Apostolico. Fui contattato dall’arch. Silvia Lensi ed eccomi qua.
La chiesa di San Miniato Basso, anche se esternamente è decisamente diversa dalle chiese “tradizionali” che avete in Italia, ha un interno molto suggestivo. Ha una luce unica, un’atmosfera davvero molto particolare.

E le sue opere in bronzo contribuiscono a creare questa atmosfera.
Sono concepiti come fulcri liturgici e per questo devono essere “luminosi”. Ma non hanno luce propria, semplicemente riflettono quella che già c’è. Vorrebbero essere un po’ come la comunità cristiana: il mondo è invaso dalla luce di Dio, bisogna saperla cogliere e condividere. Mi hanno molto colpito le parole di Gesù nel cap. 5 del Vangelo di Matteo: “Voi siete luce del mondo”. E poi c’è il tema della Trasfigurazione, quindi la luce riveste un ruolo fondamentale.


Otmar Oliva, tabernacolo della chiesa della Trasfigurazione


Quale tecnica impiega per realizzare le sue opere in bronzo?
Inizialmente faccio un modello in cera che poi rivesto in gesso ottenendo il calco. Quindi lo immergo in una vasca di acqua bollente. La cera si scioglie e vi colo il bronzo fuso. La cera viene raccolta e una volta solidificata è di nuovo pronta per un nuovo lavoro.

Ha una famiglia numerosa, ben sei figli. Qualcuno sta seguendo le orme del padre?
Solo Andrej, il secondogenito. E’ scultore e lavora assieme a me.

Sig. Oliva, i 15 minuti sono terminati. Grazie per la conversazione.
Grazie a voi.

domenica 17 luglio 2011

TOPONOMASTICA… PONTAEGOLESE (prima parte)


di Francesco Fiumalbi



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Come abbiamo ricordato anche nel post TOPONOMASTICA… PINOCCHINA la toponomastica è l’insieme dei nomi attribuiti alle entità geografiche ed il loro studio socio-linguistico (1).
Possiamo affermare che la toponomastica è un qualcosa di caratterizzante, un qualcosa che riesce a dare un significato oltre al valore strettamente fisico. I nomi dei luoghi sono una sorta di “indicatori” geografici, ovvero ci forniscono una serie di indicazioni che non sarebbero ricavabili altrimenti, anche perché, spesso, fanno riferimento a situazioni o a circostanze appartenenti a contesti storico-culturali del passato, che noi non abbiamo conosciuto.
Proponiamo questa interpretazione. Il territorio è costituito da tre parti: struttura, identità e significato. Tutte queste cose sono dipendenti reciprocamente. I toponimi associano significati alla struttura, andando a costituire l'identità propria di un territorio.


Il centro abitato di Ponte a Egola, come indica anche il suo nome, è posizionato a cavallo del torrente Egola. Il nome Egola, conosciuto in passato anche con i nomi di Ebula ed Evola, deve la sua origine, probabilmente, ad un nome proprio di persona etrusco: Helvula (2), così come anche altri idronimi di fiumi o torrenti vicini, quali Era ed Elsa (3).

La pescaia lungo il Torrente Egola
Foto di Francesco Fiumalbi

E’ stato un particolare attraversamento del Torrente Egola, unitamente allo sviluppo pedecollinare di insediamenti produttivi, a dare origine all’attuale Ponte a Egola. Anche se non conosciamo l’epoca della prima costruzione, il “ponte” ha rappresentato, per diversi secoli, uno snodo viario molto importante, nei pressi del quale si congiungevano sei percorsi stradali: tre da est e quattro da ovest.

L'attuale ponte sul Torrente Egola
Foto di Francesco Fiumalbi

Il tracciato più importante era la strada “pisana”, ricordata anche negli Statuti del Comune di San Miniato (4), datati 1337, che da Firenze conduceva al mare, (oggi via Tosco-Romagnola Est, via Corrado Pannocchia, via Armando Diaz, via Costa) dovrebbe essere stata tracciata attorno al XIII secolo, quando il tratto dell’antica via Quinctia romana, che correva parallela al corso dell’Arno (5), fu “deviato” su un percorso pedecollinare e di crinale, sia per motivi militari che di manutenzione (strada a “piedi asciutti”). Era una strada, larga 14 braccia dal confinibus Montis Topoli usque ad ponticellum rivi de Ubacula in burgo Sancte Iocunde (dal confine col Comune di Montopoli fino al ponte sul fiume Bacoli, oggi rio San Bartolomeo presso il borgo di Santa Gioconda, oggi Badia Santa Gonda) e la cui manutenzione, nel tratto pontaegolese, era di competenza della comunità di Cigoli dal rio Scoccholini fino al ponte e di Stibbio dal ponte fino alla comunità di Comugnori, Montalto e San Romano (presumibilmente fino a “cima di costa”) (6).
Provieniendo da Firenze, prima di giungere al ponte, si raccordavano alla strada pisana la via che conduceva a Cigoli, passando per l’insediamento di Molino d’Egola, e la via di rezzaia, che deve il suo nome alla presenza di un tabernacolo, scomparso agli inizi del XX secolo (7), dedicato a “S. Lezzaia” o “Santa Rezzaia” (di quale figura potrebbe trattarsi?!) come mostra anche la cartografia del “Catasto Leopoldino”. Quest’ultima strada andava in direzione nord e si raccordava alla via per Santa Croce (che andava dalla Badia di Santa Gonda fino all’attraversamento dell’Arno presso San Donato) più o meno all’altezza dell’attuale impianto sportivo di Casa Bonello.

Ponte a Egola, via di Rezzaia 2
Foto di Francesco Fiumalbi

Passato il ponte, in direzione Pisa, alla strada pisana si raccordava, dalla metà del ‘300 come oggi, la Strata qua itur Castrum Francum (la strada per andare a Castelfranco, oggi via Gramci e via Giuncheto) (8). Il tracciato si concludeva ai confini col Comune di Castelfranco, a cui si giungeva attraverso un ponte, costructum de lateribus, que est canne centumquinque (costruito in laterizio, per una lunghezza di 105 canne) e che per 78 canne doveva essere manutenuto dalla comunità di Leporaja (9). La strada è detta, ancora oggi, “via di Giuncheto” poiché conduce ad una vasta area, denominata appunto Giuncheto, che si trovava in prossimità dell’Arno. Giuncheto è un cosiddetto “fitonimo”, vale a dire un nome di un luogo legato alla presenza di una particolare specie vegetale. Non è da escludere, infatti, che la zona così chiamata fosse ricca di “giunchi”, vegetali che si sviluppano in zone prevalentemente umide o paludose. Nella mappa del “Catasto Leopoldino”, troviamo anche il toponimo “Colmate di Giuncheto”, che si trovava grosso modo fra l’Arno e l’attuale zona industriale di Giuncheto, e che richiama inevitabilmente ad un’operazione di bonifica avvenuta per “colmata”. Nella cartografia IGM di fine ‘800 si rintraccia anche il toponimo di “Canneto”.

Ponte a Egola, via di Giuncheto
Foto di Francesco Fiumalbi

Al ponte giungeva anche una strada proveniente dalla valdegola e che doveva essere mantenuta fino al pontem seu flumen Ebule dalle comunità di Bucciano e Grumolum (quest’ultima località non è stata identificata) (10). Si tratta della strada che, nelle mappe del Catasto Generale della Toscana (meglio noto come “Catasto Leopoldino”), seguiva un percorso pedecollinare per poi biforcarsi (più o meno all’altezza dell’attuale rotonda fra via Primo Maggio, via Curtatone e Montanara e via Antonio Labriola) e condurre da una parte verso il Marianellato e dall’altra verso il ponte. Il tracciato in direzione del ponte oggi è scomparso anche se, idealmente, proseguiva verso Santa Croce nell’attuale via Oberdan. Il suddetto bivio si trovava nei pressi del cosiddetto “Podere Monsone”, nelle vicinanze del quale scorreva un fiumiciattolo di cui rimane memoria nell’attuale via Rio Monsone. Non sappiamo da cosa derivi questo nome, tuttavia, vista la posizione al centro del “canalone” geomorfologico, costituito dalla bassa Valdegola, poteva trattarsi di una zona particolarmente esposta ai venti.
L’altra biforcazione della strada, seguendo un percorso pedecollinare che si raccordava con la strada pisana (l’attuale via Costa), conduceva al “Marianellato”. Si trattava di un nucleo abitato sviluppatosi attorno alle attività produttive della famiglia Marianelli (agricoltura, produzione di laterizi e, infine, concia della pelle) (11) situate fra “Poggio alla Lodola” e “Poggio ai Frati”, all’imbocco di quella piccola vallata solcata dal Rio Monsone e che garantiva un afflusso di acqua sufficiente per le varie lavorazioni. I nomi attribuiti ai rilievi collinari fanno riferimento a due diverse situazioni. Da una parte potrebbe essere segnalata la presenza di allodole, molto diffuse anche in Toscana, mentre il “Poggio ai Frati” potrebbe indicare la presenza di un luogo gestito da una comunità monacale. Non significa che qui ci fosse necessariamente un convento, come è stato più volte supposto, bensì è lecito ipotizzare un riferimento anche alla sola proprietà terriera, magari pervenuta attraverso un lascito. 

Ponte a Egola - Stibbio, via Poggio ai Frati
Foto di Francesco Fiumalbi

Lungo l’attuale via Poggio ai Frati (che da via Primo Maggio si raccorda a via Stibbio presso il casolare denominato “Podere La Quercia”) vi erano, infatti, numerosi possedimenti della Parrocchia di Cigoli, registrati nell’inventario del 1686 (12). Dal 1335 la “cura” di Cigoli era affidata ai frati umiliati di regola benedettina, dipendenti dal convento di Ognissanti di Firenze (13), e qui rimasero fino al 1571 quando l’ordine fu soppresso (14). Il Santuario di Cigoli, nel corso dei secoli, aveva beneficiato di numerosi lasciti sia come ex-voto che per opere di espiazione. Nei pressi di Poggio ai Frati, nelle mappe del “Catasto Leopoldino” troviamo anche il curioso toponimo “La Contessa”, forse riferito alla condizione nobiliare della proprietaria di alcuni terreni, oppure alla sua personalità.

Nella seconda troveremo tanti altri toponimi interessanti...

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lunedì 11 luglio 2011

CONVERSAZIONE: MADONNA IN TRONO CON BAMBINO CIRCONDATA DALLE VIRTU' CARDINALI E TEOLOGALI


In occasione del primo anno di attività, il gruppo SMARTARC - San Miniato Arte e Architettura in collaborazione con il Comune di San Miniato è lieto di invitare tutta la cittadinanza a partecipare alla conversazione che ha per tema l'affresco: 

MADONNA IN TRONO CON BAMBINO CIRCONDATA DALLE VIRTU' CARDINALI E TEOLOGALI.



Si tratta di un'opera speciale, ricca di storia e di fascino, che da oltre 600 anni contraddistingue la sala civica del Comune di San Miniato.

Interverrano:
Luca Macchi - La tecnica dell'affresco e i restauri sull'opera
Lucia Fiumalbi - Profilo degli artisti e caratteri stilistici
Alessio Guardini - Committenza e contesto storico
Francesco Fiumalbi - Iconografia e iconologia dell'opera

Ingresso gratuito

sabato 2 luglio 2011

RITROVATA SANTA MARIA A SOFFIANO (prima parte)

di Francesco Fiumalbi

Capita molto spesso che di alcuni luoghi o edifici siano presenti una certa quantità di documenti, ma che non si abbia assolutamente l’idea di dove possano trovarsi.
E’ il caso della chiesa di Santa Maria, presso il villaggio di Soffiano, di cui ci è ben nota l’esistenza, ma che fino ad oggi non sapevamo dove fosse situata. Fu soppressa a seguito della formazione della Parrocchia di San Miniato Basso, dopodiché se ne è completamente persa la memoria.
Il Team di SMARTARC è riuscito a localizzarla, ma prima di indicare l’edificio che ha inglobato ciò che rimane della chiesa, riteniamo utile fare un excursus sui vari documenti storici che parlano di Soffiano e della sua chiesa dedicata a Santa Maria.

Chiesa dei SS Martino e Stefano
San Miniato Basso

I primi documenti che citano la chiesa o il luogo di Soffiano sono datati prima dell’anno 1000 e sono conservati presso l’Archivio Arcivescovile di Lucca. Ce ne fornisce indicazione il Repetti (1):
“Varie carte dell' Arch. Arciv. lucchese, testé pubblicate nelle Memorie per servire alla storia di quel Ducato, rammentano cotesto luogo di Soffiano, tre delle quali del secolo X; la prima del febbrajo 942 scritta in Soffiano piviere di S. Saturnino a Fabbrica, la seconda del 22 aprile 954; la terza data essa pure in Soffiano nel febbrajo del 967”
Queste carte, che siamo riusciti a rintracciare (2), non parlano direttamente della chiesa, ma la citano quale punto di riferimento per inquadrare e descrivere alcuni beni che furono compravenduti in quegli anni. Come detto, non forniscono notizia alcuna riguardo al piccolo villaggio di Soffiano o della chiesa di Santa Maria, tuttavia ne segnalano la presenza. Questo dato è molto significativo, anche perché testimonia come quell’area, che avremo modo di vedere in dettaglio, era abitata e ben organizzata, e aveva abitanti che si rivolgevano a figure istituzionali lucchesi per “rogare” gli atti di compravendita.

La chiesa di Santa Maria a Soffiano era una delle 18 ecclesiae suffraganee dell’antica Pieve di San Saturnino in Fabbrica e risulta avere 90 lire di rendita, come riportato nell’Estimo delle Chiese della Diocesi di Lucca, datato 1260 (3).
All’interno degli Statuti del Comune di San Miniato, datati 1337, troviamo che vi era un Hospitalis et Soffiani , che insieme alle vicine Ontraino, Giovanastra e Roffia costituivano una Societas (4).
Passiamo quindi al documento che, più di altri, ha consentito di localizzare ciò che rimane della chiesa di Santa Maria a Soffiano: la Pianta del Popolo di Santa Maria allo Intraino, redatta dai Capitani di Parte Guelfa fra il 1580 e il 1595 (5).

Pianta del Popolo di Santa Maria allo Intraino
Carta dei Capitani di Parte, Archivio di Stato di Firenze
Rielaborazione schematica

Come si nota, nel periodo che va dal 1337 alla fine del '500 scompare il toponimo di Soffiano, “inglobato” in quello di Intraino (l’odierno Ontraino). Come ci mostra la Pianta, la chiesa di Santa Maria doveva trovarsi molto vicina a quella di Santo Stefano e nei pressi del Fiume Arno. Il Popolo di Santa Maria all’Intraino confinava con il Fiume Arno, quindi con Fucecchio e con quelli di Sant’Andrea a Reggiana e San Lorenzo a Nocicchio. Probabilmente è stato “omesso” quello del Popolo di S. Michele a Rofia (Roffia), anche perché nella relativa Pianta si legge che confina con quello di Santa Maria allo Intraino (6).
Un documento conservato presso l’Archivio Storico del Comune di San Miniato, parla di un ponte, nei pressi della chiesa che doveva attraversare l’attuale Rio Santa Maria e che portava dalla strada del Pidocchio a Ontraino (7).
Non ci sono documenti in merito, ma la chiesa di Santa Maria a Soffiano viene aggregata alla parrocchia di San Martino “fuori le mura” di San Miniato in conseguenza alla scomparsa della Pieve di San Saturnino a Fabbrica, avvenuta definitivamente nel 1579 . Di questo cambiamento ne abbiamo notizia alla fine del ‘500 anche negli Stati d’Anime di San Martino, compilati da Valerio Ansaldi, vi era anche quello relativo alla chiesa di Santa Maria (8). Vi figurano 18 nuclei familiari. Ovviamente non doveva trattarsi di un vero e proprio villaggio, ma di tutta una serie di case sparse, ciascuna per ogni nucleo familiare, più o meno come è ancora oggi in quella zona di campagna fra Ontraino e Roffia.
Nel 1619, in occasione di una visita pastorale, vengono prescritti alcuni interventi relativi all’arredo (9). In un documento conservato presso l’Archivio Storico del Comune di San Miniati, datato 1645, relativo al conteggio delle “bocche” per la “tassa sul macinato”, si contano 123 persone suddivise in 15 nuclei (10).
Nel 1690 la chiesa viene unita a quello di Santo Stefano all’Intraino, su richiesta di Pino Bocciardi, curato presso Santo Stefano, che aveva fatto costruire la canonica nei pressi della chiesa di Santa Maria dato che risultava più capiente e meno soggetta alle frequenti inondazioni dell’Arno rispetto all’altra; in quest’occasione forse la chiesa viene declassata da Oratorio, come attestato dalle visite pastorali del 1692, 1695 e 1705 (11).
Dagli Stati d’Anime del 1748 vi erano 15 famiglie per un totale di 132 persone. e 16 famiglie per una popolazione di 132 (12). Nel 1757, in occasione di una visita pastorale, la chiesa viene trovata in buono stato, salvo che per alcune mancanze nella cappella della Vergine (13). Invece nel 1772 l’edificio viene descritto come trascurato e perciò vengono segnate diverse prescrizioni (14). Cinque anni più tardi, nel 1777, la chiesa viene trovata in buono stato, ma non due anni dopo, nel 1779 (15). Dagli Stati d’Anime del 1780 si contano 16 per un totale di 145 persone (16). E’ facile verificare che per ogni nucleo vi erano in media 8-9 persone: decisamente altri tempi.

Loc. Ontraino, Comune di San Miniato
Foto di Francesco Fiumalbi

L’ultima visita di cui si ha notizia è datata 17 giugno 1781, nella quale oltre alla doverosa descrizione dell’edificio e degli arredi, si dice che la chiesa era annessa alla “abolita” propositura di San Martino e pertanto sarebbe stata unita alla nuova chiesa che si andava costruendo al Pidocchio, ovvero a San Miniato Basso (17). Alla soppressione della chiesa, vi era anche una stanza pertinenziale che andò a costituire, fra le altre cose, la nuova chiesa dell’odierno San Miniato Basso (18).
Dall’inventario della chiesa di Santa Maria a Soffiano, datato 12 ottobre 1779 si ricavano numerose notizie (19). Fu redatto da Carlo Gigli, l’allora proposto di San Martino e contiene una descrizione dei vari arredi e accessori che si trovavano all’interno della chiesa.
Da questo documento appare evidente che la chiesa aveva due altari: uno in posizione centrale e l’altro, dedicato alla Madonna, collocato all’interno di una apposita cappella. Della Madonna vi era anche una statua, oggi perduta. Nella chiesa di Santa Maria a Soffiano si festeggiava ogni anno la festa dell’Assunta, tradizione poi “esportata” al Pinocchio, che ancora oggi viene solennemente celebrata la domenica dopo il 15 agosto di ogni anno. Per l’occasione, nel Libro dei Canti, vi si trova un apposito inno da eseguire durante la celebrazione eucaristica.
Un’altra tradizione che verrà portata in dote nella nuova Parrocchia dei SS Martino e Stefano di San Miniato Basso è la Compagnia della Buona Morte. Si tratta di un’associazione laicale che si occupava delle ultime ore dei moribondi e vegliava nella camera del defunto recitando il Rosario.

Chiesa di San Giuseppe Lavoratore
Loc. Ontraino, Comune di San Miniato
Foto di Francesco Fiumalbi

Santa Maria a Soffiano è una chiesa che è stata dimenticata, ma che ha giocato un ruolo decisamente significativo, più nelle tradizioni che nel patrimonio materiale, per la Parrocchia di San Miniato Basso, eretta alla fine del ‘700. Nella prossima puntata scopriremo dove si trova ciò che rimane della chiesa e ne faremo un’approfondita analisi architettonica. Studieremo la sua posizione strategica all’interno della piana prossima all’Arno che ci fornirà notevoli indizi sull’origine dell’insediamento chiamato Soffiano.


NOTE BIBLIOGRAFICHE:
(1) Repetti Emanuele, Dizionario Storico Fisico Geografico della Toscana,Tofani Editore, Firenze, 1833, volume V, pagg. 319, voce Soffiano.
(2) AAVV, Memorie e Documenti per servire alla Istoria del Ducato di Lucca, Francesco Bertini Tipografo Ducale, Lucca, 1841, tomo V, parte III, documenti: MCCLXXXIX (Arch. Arciv. Luc. +E.13) pagg. 192-193, MCCCLV (Arch. Arciv. Luc. +L.34) pagg. 253-254, MCCCCL (Arch. Arciv. Luc. ++P.25) pagg. 298-299.
(3) Vincenzo Federico di Poggio, Saggio di Storia Ecclesiastica del Vescovado e Chiesa di Lucca, Giuseppe Rocchi Tipografo, Lucca, 1787, pag. 329.
(4) Salvestrini Francesco (a cura di), Statuti del Comune di San Miniato al Tedesco (1337), Centro Studi sulla Civiltà del Tardo Medioevo, ETS, Pisa, 1994, pag. 336.
(5) Pansini (a cura di), Piante di Popoli e Strade, Archivio di Stato di Firenze, Olschky, 1989, volume II, C652.
(6) Ibidem, C654.
(7) ACSM, n. 2943, in Fiordispina Delio e Parentini Manuela, Quattro chiese scomparse, in Bollettino dell’Accademia degli Euteleti, n. 76, Bongi, San Miniato, 2009, pag. 245.
(8) Archivio Parrocchiale di San Miniato Basso, Stati d’Anime di San Martino e Santa Maria a Soffiano, anno 1748.
(9) Archivio Vescovile di San Miniato (AVSM), n. 59, Fiordispina e Parentini, Op. Cit., pag. 246.
(10) ACSM, n. 3528, c.22, in Fiordispina e Parentini, Op. Cit., pag. 245.
(11) ACSV, n. 62, in Fiordispina e Parentini, Op. Cit., pag. 246.
(12) Archivio Parrocchiale di San Miniato Basso, Stati d’Anime di San Martino e Santa Maria a Soffiano, anno 1748.
(13) ACVSM, n. 65, in Fiordispina e Parentini, Op. Cit., pag. 246.
(14) ACVSM, n. 66, in Fiordispina e Parentini, Op. Cit., pag. 246.
(15) ACVSM, n. 530, in Fiordispina e Parentini, Op. Cit., pag. 247.
(16) Archivio Parrocchiale di San Miniato Basso, Stati d’Anime di San Martino e Santa Maria a Soffiano, anno 1748.
(17) AVSM, n. 67, in Fiordispina e Parentini, Op. Cit., pag. 247.
(18) AVSM, n. 349, fasc. 34, in in Fiordispina e Parentini, Op. Cit., pag. 247.
(19) Archivio Parrocchiale di San Miniato Basso, Inventario della chiesa di Santa Maria a Soffiano 12 ottobre 1779.

sabato 25 giugno 2011

UN NUOVO MUSEO PER SAN MINIATO

di Francesco Fiumalbi

Il tema del rapporto fra città storica e architettura contemporanea rappresenta una questione da anni molto dibattuta. Amministrazioni comunali, urbanisti, architetti, ma anche singoli cittadini, si interrogano quotidianamente sulla difficile convivenza fra il patrimonio urbano, figlio di una plurisecolare stratificazione, e le nuove necessità imposte dagli odierni stili di vita. Trattandosi di un problema estremamente complesso, la sua non immediata risoluzione genera, inevitabilmente, un sentimento di tensione, difficilmente esauribile. Questo fenomeno avviene, come tutti ben sappiamo, anche a San Miniato, una città che gode di un patrimonio artistico e architettonico rilevante, ricca eredità di un tempo che fu, ma che deve fare i conti con l’inesorabile scorrere del tempo e la conseguente mutazione delle necessità delle persone che vi abitano. D’altra parte, qualsiasi città, quale sistema organico complesso, ha conosciuto momenti di sviluppo che si sono succeduti nell’arco di secoli. Laddove, per diversi motivi, si è generata una situazione stagnante protrattasi per molto tempo, si è assistito ad una involuzione, se non addirittura ad un progressivo abbandono della città a favore di un’altra realtà più dinamica e in grado di soddisfare le necessità sopraggiunte. San Miniato, nei secoli, ha saputo rinnovarsi diverse volte: da centro costituitosi attorno alla fortezza degli Imperatori del Sacro Romano Impero è riuscita ad ergersi a libero comune per quasi un secolo, prima di decadere sotto i colpi della peste e dei fiorentini, per poi arrivare alla cosiddetta “rinascenza vescovile” e alle importanti opere della fine dell’800, fino alle distruzioni del secondo conflitto bellico mondiale, da cui ha saputo risorgere in pochi anni. E’ questo che fa di San Miniato una città unica: il continuo sviluppo, guidato dai monumenti, sia di natura civica che religiosa.

San Miniato, zona detta “San Martino”
Foto di Francesco Fiumalbi

Ogni secolo ha lasciato il suo segno, ancora oggi riconoscibile. Le trasformazioni più significative hanno visto forti accelerazioni ed altrettanto brusche frenate, in un’impressionante continuità, fatta di contaminazioni, evoluzioni e rivoluzioni. La domanda, inevitabile, a cui dobbiamo cercare di rispondere, come cittadini che vivono oggi in questo territorio, è se e come garantire uno sviluppo alla città di San Miniato, in un’ottica di uso e riuso degli spazi, pubblici e privati, in continuità con la storia che ci ha preceduto. A tal proposito, in questo post, verrà presentato il progetto per un museo di arte contemporanea a San Miniato, redatto nell’ambito del lavoro di tesi di laurea, da Ilaria Borgioli.
Si tratta di una proposta che, pur essendo sviluppata a titolo di esercizio accademico, affronta i problemi a cui si è accennato precedentemente, manifestando nuove potenzialità laddove non si crederebbe possibile. Si tratta, come vedremo, di un progetto complesso inserito in un contesto altrettanto complesso, che può piacere o non piacere; sicuramente non lascia indifferenti.

Ilaria borgioli è nata a Fiesole (Firenze) il 20 Giugno 1986. Si trasferisce a San Miniato dove nutre le passioni per l’arte, la pittura e l’architettura. Dopo essersi diplomata presso il Liceo Scientifico Guglielmo Marconi  di San Miniato, si laurea in Scienze dell’Architettura presso l’Università degli Studi di Firenze. Attualmente prosegue gli studi al Corso di Laurea Specialistica in Progettazione dell’Architettura.

Ilaria Borgioli

S.M_useo, tav. 1
Progetto di Ilaria Borgioli

L’area in cui sorge l’ex Monastero della SS. Annunziata in Faognana, conosciuto anche col nome di San Martino, rappresenta la testata di uno dei crinali urbanizzati in cui si articola la città di San Miniato e il cui nodo di raccordo col resto del centro abitato si trova in Piazza del Popolo. E’ un luogo suggestivo, dove si possono ancora leggere porzioni murarie appartenenti alle vecchie fortificazioni. La sua profonda e spiccata bellezza è, tuttavia, segnata dalla ferita provocata dagli eventi bellici del luglio 1944: il patrimonio edilizio risparmiato dalle distruzioni, è come affettato da una lama invisibile. Il tangibile bisogno di una cucitura del tessuto urbano ha spinto Ilaria Borgioli ad un approccio progettuale ben definito: interpretare il territorio come supporto stabile sul quale connettere gli edifici storici fra loro e con l’edificio museo in progetto.
Il luogo, estremamente complesso, possiede una forte struttura consolidata e parti altamente caratterizzanti. La scelta progettuale si è rivolta verso un edificio che potesse contenere, alla stessa maniera delle mura con la città per secoli, la storia e la cultura del nostro tempo, quindi un museo di arte contemporanea, denominato S.M_useo.

Il S.M_useo è pensato all’interno dell’area un tempo pertinenziale al Monastero della SS. Annunziata in Faognana, che oggi troviamo suddivisa in due parti e sulla quale si affaccia una porzione dell’antico edificio che oggi ospita l’Hotel “San Miniato”. Il progetto nasce come naturale completamento, senza forzature e senza invadere spazi già saturati: la sua forma segue, in pianta, il segno ormai invisibile del vecchio tracciato delle mura, oggi fortemente rimaneggiato, estendendosi ad abbracciare idealmente tutto il pendio, fino a riallacciarsi al tessuto esistente. In alzato, si distribuisce secondo terrazzamenti successivi, sfruttando l’andamento delle curve di livello, ma semplificandole in sole due quote a nord e tre ad est, collegate tra loro da un braccio inclinato. Il verde urbano attuale, che verrebbe a mancare col nuovo edificio, viene bilanciato attraverso un tetto-giardino, cercando di instaurare un rapporto osmotico tra architettura e natura, tra funzionalità e necessità ambientale.

S.M_useo, tav. 2
Progetto di Ilaria Borgioli

S.M_useo, tav. 3
Progetto di Ilaria Borgioli

Il processo di razionalizzazione della collina non si esaurisce solo attraverso una semplice modellazione del terreno ma anche attraverso un funzionale gioco di sottrazione, grazie al quale si viene a creare una zona aperta, protetta, accessibile solo dall’interno dell’edificio, sede di mostre e luogo di sosta; questa scelta ripropone idealmente la tipologia edilizia del vicino monastero che un tempo possedeva due chiostri: uno esterno e l’altro solo accessibile dai locali interni.
Le scelte affrontate, se da una parte cercano di instaurare un chiaro legame con l’interno urbano circostante, dall’altra intendono accentuare il segno della contemporaneità. I livelli esterni, attraverso il movimento sinuoso delle coperture, propongono una serie dei rampe che segnano un percorso ascensionale dal livello della strada verso quello più alto della copertura.
Il resto delle forme sono dettate anch’esse dalle necessità del luogo, come l’edificio accostato a quello preesistente che, ricalcandone il volume, si offre come un gesto volto a riunire quelle due parti che un tempo erano una cosa sola.
Poiché l’edificio in progetto si connette con la collina, in una complessa disposizione di spazi ipogei e in superficie, il fronte rivolto a Nord viene alleggerito, svuotato della materia solida, al fine di garantire una perfetta illuminazione dei locali interni. La scelta di utilizzare lastre di vetro ha assunto, quindi, un ruolo vasto ed endemico, fino a diventare in alcune parti, il materiale unico dell’immagine architettonica. Leggerezza, materia permeabile alla luce, che tende ad opporsi alla tradizionale identificazione tra materia e massa costruttiva fino a rovesciarla nel suo esatto contrario: materia e riflesso, materia e luce.
Il S.M_useo nasce come sintesi dialettica tra esperienze, substrato storico, segni territoriali di cui l’area è intrisa, e le richieste funzionali: il risultato è un progetto che fonde organicità e flessibilità spaziale con connotazione formale denotata da una complessa orchestrazione di solidità e permeabilità materica. Si tratta di un contenitore per esposizioni concepito come un unico grande open space, privo di ostacoli e muri divisori, che si distribuisce con omogeneità e continuità dall’esterno verso l’interno; ogni piano, ogni superficie calpestabile, da quelle del giardino a quelle coperte, è spazio espositivo; uno spazio a completa disposizione dell’artista che per ogni sua esigenza e tipologia di prodotto artistico è perfettamente libero di poter decidere la miglior disposizione delle sue opere valorizzandole al meglio delle proprie capacità.

S.M_useo, tav. 4
Progetto di Ilaria Borgioli

S.M_useo, tav. 5
Progetto di Ilaria Borgioli

Le funzioni si distribuiscono su sei livelli: gli spazi interni ed esterni si interscambiano con fluidità, senza che vi siano limiti apposti tra ciò che è dentro e ciò che è fuori. Sono omogeneamente collegati tra loro, in altezza, tramite due ascensori posti alle due estremità dell’edificio, rampe e scale, e in lunghezza tramite percorsi a circuito in modo da garantire un ordinato flusso dei visitatori.
Al piano -1 sono collocati un parcheggio sotterraneo, spazi per il carico e scarico merci, un deposito, un montacarichi, un piccolo ufficio e dei servizi. La hall d’ingresso del livello 1 è  servita da un ampio guardaroba, un ripostiglio e dai sevizi igienici; proseguendo lungo il percorso ad anello troviamo l’auditorium e il resto dei collegamenti che conducono ai piani successivi; solo da questo piano è garantito l’accesso alla “corte interna”, spazio per esposizioni temporanee e luogo di sosta e riflessione. Il livello 2 si compone di una sala audiovisiva, servizi igienici e quattro uffici. Il livello 3, ultimo piano interno, ospita un luminoso book-shop, la caffetteria che offre anche posti all’aperto nell’ampia torre-terrazza nella quale è possibili realizzare esposizioni  temporanee di quadri, sculture, o installazioni. Raggiunto il livello 4 si aprono il giardino distribuito lungo i terrazzamenti e due piazze che saturano i due vuoti, un tempo sede dei  chioschi dell’antico monastero. Da questa quota è possibile raggiungere via Cesare Battisti attraverso un’apposita rampa, oppure avere accesso al primo piano della torre-ascensore dove troviamo la seconda hall con un piccolo ufficio. Proseguendo verso i successivi piani troviamo ancora un’area ristoro con un servizi. Infine, raggiunto l’apice è possibile godere dell’orizzonte, che si apre su tre lati.

S.M_useo, tav. 6
Progetto di Ilaria Borgioli

S.M_useo, tav. 7
Progetto di Ilaria Borgioli

Ringraziamo Ilaria Borgioli per aver condiviso la sintesi del suo lavoro in questa pagina. Si tratta di un progetto che le è costato molta fatica, e che, anche se non verrà mai realizzato, ci offre innumerevoli spunti per il dibattito a cui abbiamo accennato nell’introduzione. Come molti progetti d’architettura contemporanea, questo è un lavoro che offre l’opportunità di riflettere, proponendoci un non facile connubio fra un edificio moderno e un contesto urbano storico. Viviamo in un’epoca dalle forti contraddizioni, dove fragilità vecchie e recenti si trovano a confrontarsi con nuove possibilità, ma anche con nuovi limiti, imposti anche dalle diverse sensibilità presenti nella società contemporanea. Speriamo, con questa presentazione, di aver contribuito alla riflessione sul dibattito che è ancora lungi dall’essere concluso.

S.M_useo, plastico
Progetto di Ilaria Borgioli



domenica 19 giugno 2011

LE FONTI DI PANCOLE

di Gionata Giglioli e Francesco Fiumalbi

Interventi correlati:

Negli interventi precedenti abbiamo analizzato due delle tre strutture per l’approvvigionamento idrico presenti nei dintorni di San Miniato: Fonti alle Fate, Fonti San Carlo e Fonti di Pancole. Col presente ci occuperemo proprio di quest’ultima.


Fonti di Pancole, interno

Abbiamo visto che fra il XIII e il XIV secolo la popolazione di San Miniato doveva contare ben 3-4000 persone (1) e perché fosse garantito il rifornimento idrico, specie nei ceti bassi della popolazione, fu necessario costruire le “Fonti”, attorno a sorgenti naturali già conosciute e sfruttate probabilmente già da molto tempo. Ogni struttura doveva servire un “Terziere”.

I Terzieri e le Fonti
Schema di Francesco Fiumalbi
  
Le Fonti di Pancole si trovano al di sotto dell’omonima “contrada” cittadina che ha come nucleo lo slargo urbano costituito da Piazzetta Pancole, praticamente a metà strada fra Piazza Buonaparte (conosciuta in passato come Piazza del Ponticello o Piazza de’Polli) e Piazza XX Settembre (conosciuta anche come Piazza dell’Ospedale o Piazza Santa Caterina).
Per raggiungere oggi l’antica struttura occorre passare da un impervio viottolo pieno di rifiuti di ogni genere. Un tempo non era affatto così; le Fonti di Pancole si trovano lungo quella che un tempo era una strada di accesso dalla pianura verso il capoluogo e che oggi risulta interrotta in più punti. L’attuale via di Pancole, si innesta proprio all’altezza della costruzione con via Fonti che scende giù, attraverso una bellissima vallata, verso La Scala. Sbuca praticamente in via Sanminiatese e prolungandola idealmente conduce fino all’incrocio con la Strada Statale n. 67 Tosco-Romagnola Est. Si trova quindi lungo una di quelle che un tempo erano le strade principali.

 Fonti di Pancole - Video

La struttura, sia per chi proviene da valle che dal centro abitato, appare all’improvviso, seminascosta nella vegetazione. Si tratta di un piccolo edificio in laterizio che si estende per il suo lato più lungo per circa 9 metri e mezzo e presenta un’altezza di circa 5 metri.
Il primo documento rintracciato in cui vengono menzionate le Fonti di Pancole è la descrizione della “Rete stradale Comunitativa”, datata 1776, dove vengono ricordate come “pozzo” a servizio del quartiere di Poggighisi (2). Le Fonti erano dotate di un lavatoio e di un abbeveratoio pubblico (3). Dopo la costruzione della cisterna davanti all’Ospedale in Piazza XX settembre, causa la crescente “sete” di una popolazione in continua crescita, nel 1861 furono disposti dei rilievi delle Fonti di Pancole, delle Fate e di San Carlo al fine di restaurare le strutture rendendole più funzionali, onde evitare la costruzione di nuove cisterne e stanziando la consistente somma di 700,00 lire (4). Interventi di manutenzione di cui, però, non conosciamo l’esito. L’utilizzo delle Fonti deve essere definitivamente venuto meno nel secondo dopoguerra.

Fonti di Pancole
Foto di Francesco Fiumalbi

Il prospetto principale è caratterizzato da due grandi fornici, forse tamponati successivamente. Ai piedi della parte sinistra troviamo un piccolo abbeveratoio (quello citato nei documenti storici?), segno che da queste parti ci si passava con animali, sicuramente anche da soma, percorrendo l’antica via Fonti.
I lavatoi, situati praticamente a ridosso dell’attuale parcheggio oggi sono scomparsi, forse interrati o rimossi proprio durante i lavori per la realizzazione dello spazio di sosta per gli autoveicoli.

L’abbeveratoio delle Fonti di Pancole
Foto di Francesco Fiumalbi

Una volta all’intero, lo spazio è suddiviso in due ambienti, di pianta quadrangolare e coperti da volte a crociera. E’ un luogo davvero suggestivo, sembra di fare un salto indietro nei secoli. Il soffitto, nel punto più alto, è a circa 3 metri dal pavimento
La stanza di ingresso fa da anticamera a quella dove vi è la cisterna vera e propria; abbiamo avuto modo di appurare, con un brivido di paura, che vi è un ambiente, interamente pieno d’acqua anche sotto al sottilissimo solaio della prima camera.

Fonti di Pancole
Schema ricostruttivo: sezione (in alto) e pianta (in basso)
Schema di Francesco Fiumalbi

La cosa fa davvero impressione, perché non sembra assolutamente che il solaio sia sospeso sull’acqua. Sembrerebbe abbastanza stabile, non si registrano particolari vibrazioni, però la struttura è un’unica grande cisterna e non ci è dato da sapere se l’ambiente è sicuro o meno visto che non vi si fa manutenzione da chissà quanto tempo.

Fonti di Pancole, interno

Fonti di Pancole, interno

La profondità dell’acqua è di circa 2,5 metri e vi è anche una scala a pioli per ispezionare la vasca. L’acqua è limpidissima, anche se sulla superficie si notano depositi di polvere.
Il fluido si immette nella cisterna attraverso una “bocca” che si apre sulla condotta in laterizio che proviene direttamente dalla sorgente. Si tratta di un vero e proprio anfratto, che si perde nelle profondità della collina, almeno così pare.

“Bocca” proveniente dalla sorgente

Condotta proveniente dalla sorgente

In conclusione, questa struttura come le altre che abbiamo visto non merita certamente la condizione di abbandono in cui versa. Il tratto Pancole-La Scala sarebbe davvero un percorso da “riqualificare”, una splendida passeggiata nella campagna, da cui gustare viste inedite sulla città di San Miniato. Purtroppo all’esterno le Fonti di Pancole presentano già evidenti segni di dissesto, acuiti dal movimento franoso di quel tratto di versante collinare, per cui ci appelliamo all’Amministrazione Comunale, proprietaria della struttura, perché si proceda ad un intervento di messa in sicurezza in tempi brevi.

Interventi correlati:

NOTE BIBLIOGRAFICHE:
(1) Ginatempo-Sandri, L’Italia delle città. Il popolamento urbano tra Medioevo e Rinascimento (secoli XIII-XVI), Firenze, Le Lettere, 1990, pp. 107-110, in Salvestrini Francesco, Il Nido dell’Aquila, in Malvolti-Pinto (a cura di), Il Valdarno Inferiore terra di confine nel Medioevo (secoli XI-XV), Olschki, Firenze, 2008, pag.265.
(2) Fiordispina Delio, Parentini Manuela, “Pozzi, fonti, cisterne e acquedotti”, FM Edizioni, San Miniato, 2010, pag. 12.
(3) ACSM, 2943, anno 1776, in Fiordispina-Parentini, Op. Cit., pag. 12.
(4) ACSM, Delibera n. 57 del 18 settembre 1861, in Fiordispina e Parentini, Op. Cit., pag. 19.
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