sabato 15 ottobre 2011

L'ITALIA FUTURA DI AUGUSTO CONTI

di Alessio Guardini
Nell’anno in cui l’Italia celebre il 150° anniversario dell’Unità Nazionale, proponiamo questo interessantissimo documento, che ci testimonia lo spirito risorgimentale, con le sue aspirazioni e, perché no, anche con la sua retorica.

Immagine tratta da libro di Alfani Augusto,
Della vita e delle opere di Augusto Conti, Firenze, 1906.
(Immagine utilizzata ai sensi del ai sensi art. 25, Legge 22 aprile 1941 n. 633)


















“L’Italia futura” è un canto lirico scritto dal celebre filosofo e poeta sanminiatese Augusto Conti (1822-1905) nato nelle casa di famiglia a San Pietro alle Fonti, oggi "Villa Brogi" annessa alla cosiddetta Villa Contessa Marianna.
Di questo componimento ne esiste anche una copia stampata, tanto doveva essere stato l’apprezzamento ottenuto. Il documento che abbiamo rintracciato non riporta alcuna data, tuttavia, dalla lettura del testo, è facile intuirne il contesto storico. Siamo, con buona probabilità, nel 1849, ovvero alla fine della Prima Guerra d’Indipendenza Italiana.
Incitato dal forte sentimento di “liberazione dallo straniero” che animava gli italiani di quel glorioso periodo storico, Augusto Conti si arruolò insieme al fratello Leopoldo come volontario, partecipando attivamente alla battaglia di Curtatone e Montanara il 29 maggio 1848.
Dopo la prima campagna militare della guerra d’indipendenza, il Re di Sardegna Carlo Alberto, con l’armistizio di Salasco del 9 agosto 1848, concesse all’impero austriaco di rioccupare tutte le città del Lombardo-Veneto che gli si erano ribellate. Tuttavia la veneziana Repubblica di San Marco rifiutò di capitolare e continuò un’eroica resistenza agli austriaci per oltre un anno, fino alla definitiva resa avvenuta il 22 agosto del 1849. La vicenda dell’assedio di Venezia era molto sentita e corroborava il patriottismo italiano. Anche a San Miniato, a quanto pare, si formò una “Accademia di Benefizio”, solidale alla causa della città lagunare. Augusto Conti, allora ventisettenne, era rientrato a San Miniato alla fine del 1848. Nominato docente di Filosofia al Ginnasio divenne, in breve tempo, una stimata personalità nella nostra città.
La grande forza interiore scaturita dall’esperienza militare, ispirò la sua opera filosofica e letteraria, e il canto lirico “Italia futura” ne è un chiaro esempio.
A San Miniato, forse nei primi mesi 1849, ancora lungi dai fasti dell’impresa di Garibaldi, Augusto Conti ha presumibilmente composto questo canto lirico composto da diciotto ottave, stampato dalla Tipografia Ristori, la stessa che, nel 1856, stampò le “Rime” del suo “raccomandato” Carducci.

Di seguito, riportiamo il testo integrale.

Cesare Zocchi, Monumento di Augusto Conti
Firenze, Piazza Augusto Conti, 1916.
Foto di Francesco Fiumalbi


L’ITALIA FUTURA
CANTO LIRICO
Letto nel teatro di Samminiato per la occasione
di una accademia in benefizio di Venezia.

                                   1
Fra la tempesta degli umani eventi,
            Sento il raggio di Dio, che in cuor mi piove;
            L’aura sento, che i popoli frementi
            Spinge al conquisto delle terre nuove.
            Quest’ocean delle agitate genti
L’arcano vento del Signor commuove,
Che van bramose, come dardo al segno,
Con alto istinto di giustizia al regno.

                                   2
Cerca così de’ giovinetti ‘l cuore
            Due care ciglia, ed un pudico volto,
            Ove tutto il divin lume d’amore,
            Che in esso fulge, gli si mostri accolto.
            Artefice così con ansio ardore
            Il marmo tenta, finchè vegga scolto
            Lo splendido concetto della mente,
            Che l’innamora, e che lo fa potente.

                                   3
L’umanità, corsiero infaticato,
            Se in via si slancia con superba lena,
            E semina di sangue e di peccato
L’eccelso calle, che al gran segno mena,
Pur codesto gigante inebriato,
Quasi fanciul, di Dio la destra frena;
Lo regge inconsapevol nel sentiero,
E il disegno di Dio si compie intero.

                                   4
Non è già questo impeto di frale
            Speme, o deliro d’una stirpe rea;
            L’arcangelo caduto affretta l’ale
            A rilevarsi al trono, onde cadea.
            S’apron le tombe, ma dura immortale
            L’umanità dell’immortale idea,
            Ed in questa unità santa infinita
            Ben lieto il sacri vizio è della vita.

                                   5
E l’Italia si spinge all’alto intento;
            Non vuol gente che opprima, e gente oppressa.
            Iddio la sosterrà nel gran cimento,
            Benchè or gli sdegni, ohimè, volga in se stessa.
            A prezzo fia di pianto, e di sgomento
            La primiera concordia a lei concessa.
            D’un Sacerdote alla già nota voce,
            Più grati alfin, riprenderem la croce.

                                   6
E vincerem; colui, che ci conquide
            Non meni vanto alla sventura nostra;
            Degl’italici eroi l’austro non vide
            Le spalle in fuga, e fu tremenda giostra.
            Se l’Italia piange, il barbaro non ride.
            O valle di Custoza, o santa chiostra,
            Se in te molti cadeano itali figli,
            Volveano tutti al firmamento i cigli.

                                   7
Sui verdi colli fulminavan d’alto
            Gli austriaci cannoni. Incontro a morte
            De’ valorosi ausonj il cor fu smalto.
            Obliano i figli e la dolce consorte,
            E col moschetto volando all’assalto
            Disperato, parea che a lieta sorte
            Corressero, infelici! Oh! Maschia prole,
            E’ il nome tuo già consegnato al sole.

                                   8
Fra gl’itali castelli benedetto,
            O Goito, se’, che nella tua riviera
            De’ Sabaudi vedesti ‘l forte petto
            Rovesciar la divisa gialla e nera,
            Quando piantava alto di patria affetto
            Sul rotto ponte l’italia bandiera,
            O che dei Toschi la vendetta fece
            Spenti pugnando contro i cento i diece.

                                   9
Chi dispera d’Italia? Il forte Elleno
            Per sventure cessò la lunga guerra?
            Per molti anni di sangue il duro freno
            Doma baciò l’americana terra?
            Chi, chi dispera? A partorire il seno
            D’itala madre più non si disserra?
            Manca ogni gioventude, o tutta langue,
            Né più stilla abbiam noi d’antico sangue?

                                   10
Salve, adriaca città, tu che la speme
            Serbi indomata; al mondo sei prodigio.
            Oh! dei Romani veramente seme
            Il popol tuo, di Roma tu vestigio!
            Ed alla bella Lombardia, che geme
            Da tal svenata, che dal regno stigio
            Certo eruttò, l’arra tu se’ sicura,
            Che il vindice angel chiudi entro le mura.

                                   11
Ah! pria del mare t’inghiottisca l’onda,
            Che nel seggio de’ Dogi l’austro sieda.
            Ricorda, t’artigliò l’aquila immonda
            D’infame furto ahi! Quanto cara preda.
            Se a te si dee, che il Turco or sulla sponda
            Del Ticino e del Tevere non sieda,
            Questa mercede avesti! Ah! sì, il delitto
            Fu sempre, aquila esosa, il tuo diritto.

                                   12
Le belle gesta di colei ricorda!
            Se l’Unghero abbattè spesso l’altero
            Turbante d’Asia, essa il dilania ingorda;
            Se di Polonia liberò il guerriero (i)
            Lo nodo suo, non val sì, che non morda,
            Oh! cattolico inver, e sacro impero,
            L’opimo cibo, che con lei parteggia
            Frate Lutero, e dello Czar la reggia.
(i) Giovanni Sobrèscki 1683.

                                   13
Figlia di Roma, ahi! troppo è giogo infame
            Per te, che se’ tanto famosa e bella.
            Resisti… Ma querele ascolto grame
            D’un dolore, ch’è sopra ogni favella.
            Suonan da lungi, e in cor le sento: Ho fame,
            Arida mancherà la mia fiammella;
            Mendica io son; se ajuto a me non viene
            Ogni vigor mi muore entro le vene.

                                   14
E voi, fratelli, non sentite in cuore
            Queste misere voci? Ohime! chi langue?
            A chi sul capo stà tanto dolore?
            Un popol’è, sangue del nostro sangue.
            O donne, che un gentil spirto d’amore
            Chiudete in seno, parla a voi l’esangue
            Città delle Lagune, e non invano,
            Che tutte pia stendete a lei la mano.

                                   15
E grida a voi, che conoscete a prova
            Quanto il bisogno abbia crudele il morso;
            Del vostro pane un frusto darle giova,
            E del vostro bicchier porgerle un sorso.
            A voi pur grida, che l’inverno trova
            Di tepid’aere cinti, e vuol soccorso.
            S’ella è vinta per noi, se la spregiamo,
            Sì più Iloti una vil gente siamo.

                                   16
L’obolo or diam; daremo il sangue nostro
            Quel dì per lei, quando dal bel soggiorno
            D’Italia cacceremo il doppio rostro.
            Beati gli occhi, che vedran quel giorno!
            Itali, udite, udite; Iddio ci ha mostro,
            Che mal d’ira civil leva il corno:
            Deboli or siamo, e n’è il Lombardo oppresso;
            Sarem tremendi nel fraterno amplesso.

                                   17
Deh! facciamo un’Italia, e tal che sia
            Forte libera, qual Dio la destina…
            Ti veggo nell’accesa fantasia;
            Oh! quant’inclita sei, quanto divina!
            Il ciel ti piove immensa un’armonia,
            T’è serto l’alpe, e manto la marina;
            Di civiltà maestra ergi la voce,
            E all’orbe additi sul tuo sen la croce.

                                   18
Ritemprerai la libertà di fede;
            Che nel pensier di Dio tutto è fecondo
            D’amor possente, e stirpe che non crede
            E’ sciolto fascio, è scandalo del mondo.
            L’alta credenza, onde tu sei la sede,
            Di civiltà un pensier santo e fecondo
            Unisca Europa, e allor l’occidua gente
            Riporterà la luce all’oriente.

                                   ---
            Obra incerta coprio
                        Ogni italica speme;
                        Pur esulta, non geme,
                        Cantando, il verso mio.
                        Colui, che non assonna
                        Vegli l’Italia donna,
                        La regge inconsapevol nel sentiero,
                        E il disegno di Dio si compie intero


                                   AUGUSTO CONTI

San Miniato Stamperia Ristori


Cesare Zocchi, Monumento di Augusto Conti
Firenze, Piazza Augusto Conti, 1916.
Foto di Francesco Fiumalbi

Dopo le prime cinque ottave, dove lo slancio patriottico è invocato ed unito alla fede religiosa caratterizzante tutta l’opera del Conti, si arriva alla parte più ispirata di tutto il canto dove si inneggia contro il nemico austriaco, ricordando tuttavia gli scarsi risultati ottenuti con la prima campagna militare fino ad allora condotta:
E vincerem; colui, che ci conquide / Non meni vanto alla sventura nostra; / Degl’italici eroi l’austro non vide/ Le spalle in fuga, e fu tremenda giostra. / Se l’Italia piange, il barbaro non ride.
Rammenta poi le battaglie più significative di quella prima campagna militare: Custoza (22-27 luglio 1848), Goito (30 maggio 1848) e ancora quella che dei Toschi la vendetta fece / Spenti pugnando contro i cento i diece, ovvero la battaglia di Curtatone e Montanara dove i volontari italiani vennero sovrastati numericamente dall’esercito austriaco, forte anche degli oltre cento cannoni contri i soli 11 degli italiani.
I tanti interrogativi posti nella nona ottava indicano chiaramente la delusione del Conti verso quell’armistizio concesso dall’esitante Re Carlo Alberto che aveva così vanificato la grande ribellione alla dominazione straniera iniziata coi moti del ’48 e conclude infatti con un laconico Né più stilla abbiam noi d’antico sangue?
A questo punto entra in scena Venezia, adriaca città, tu che la speme / Serbi indomata; al mondo sei prodigio, che coltiva dentro sé lo spirito di vendetta verso quell’aquila (simbolo dell’Impero Austriaco) che la tiene sotto assedio.
Dopo aver rievocato, nella dodicesima ottava, la gloriosa storia della Serenissima Repubblica di Venezia, nell’ottava successiva il Conti la incita a lottare ancora, in virtù di quella gesta, perchè troppo è giogo infame / Per te, che se’ tanto famosa e bella. / Resisti…
Le disperate richieste di aiuto che seguono, le quali in cor le sento, il Conti le esprime in prima persona come fosse la voce dei veneziani inviata direttamente a quell’accademia sanminiatese accorsa per l’occasione nel teatro cittadino: se ajuto a me non viene / Ogni vigor mi muore entro le vene. / E voi, fratelli, non sentite in cuore / Queste misere voci? Ohime! chi langue? / A chi sul capo stà tanto dolore? / Un popol’è, sangue del nostro sangue.
Dopo aver esteso l’invito al più sensibile cuore delle donne, nella sedicesima ottava si arriva all’apice lirico del componimento. Augusto Conti, che più volte ricordò di come avrebbe volentieri dato la propria vita per questo ideale, esorta i lettori a fare altrettanto: L’obolo or diam; daremo il sangue nostro / Quel dì per lei, quando dal bel soggiorno / D’Italia cacceremo il doppio rostro, con riferimento al becco appuntito dell’aquila simbolo austriaco e, presagendo la vittoria finale, dice infine Sarem tremendi nel fraterno amplesso.
Il canto si conclude, così com’era iniziato, con la proclamazione della fede ispiratrice di così alti intenti, E il disegno di Dio si compie intero.

Immagine tratta da libro di Alfani Augusto,
Della vita e delle opere di Augusto Conti, Firenze, 1906.
(Immagine utilizzata ai sensi del ai sensi art. 25, Legge 22 aprile 1941 n. 633)

domenica 9 ottobre 2011

LA FONTE DI BUCCIANO

di Francesco Fiumalbi

Lungo la strada che da La Serra conduce a Bucciano, a circa due terzi della salita verso l’antico castello passati i “Casotti di Sassolo”, incontriamo l’antica e monumentale costruzione della fonte di Bucciano. Si tratta di un imponente complesso idraulico realizzato in laterizi.

Fonte di Bucciano
Foto di Francesco Fiumalbi

Dal livello della strada, una rampa in pietra permette l’accesso verso il primo livello, dove è situato il lavatoio costituito da quattro vasche. Da qui, alcuni gradini in mattoni immettono al secondo livello dove è posizionata la cisterna, segnalata da un’apposita struttura loggiata coperta con volta a botte.

Planimetria della Fonte di Bucciano
Disegno di Francesco Fiumalbi

Sotto la loggia vi è lo sportello metallico comunicante con la cisterna vera e propria, internamente intonacata e coperta con una volta a botte. Poco distante si trova una cannella e un elemento metallico, una sorta di perno dove agganciare i recipienti da riempire con l’acqua. A differenza delle fonti intorno alla città di San Miniato, l’acqua deve essere molto meno dura, ovvero contenente meno sali, in particolare bicarbonato di calcio: non si registrano, infatti, i consistenti depositi calcarei che caratterizzano Fonti alle Fate, Fonti di Pancole o Fontidi San Carlo.
L’acqua arriva alla cisterna proveniente da un piccolo condotto che sbuca sulla parete destra della vasca. Da qui, a cascata, un tempo l’acqua andava a riempire i lavatoi e, successivamente, l’abbeveratoio che doveva essere lungo la strada, ma di cui oggi non ne rimane traccia.

Fonte di Bucciano
Foto di Francesco Fiumalbi

Non sappiamo a quale epoca risalga lo sfruttamento di questa sorgente. Il primo documento che attesta la presenza di una fonte è la Carta del Popolo di San Regolo a Bucciano della fine del ‘500 (1). In questo elaborato grafico, redatto dai Capitani di Parte Guelfa, è segnato un edificio in adiacenza a quella che ha tutta l’aria di essere una vasca. Al di sopra troviamo la dicitura “Fonte di Buciano”, che sembra appartenere a quello che verrà chiamato “Podere Acquabuona”. La struttura appare presente, nella collocazione attuale, nelle carte del Catasto del Granducato di Toscana (“Catasto Leopoldino”), e nelle vicinanze troviamo per la prima volta il già citato caseggiato denominato “Podere Acquabuona”. Il toponimo non è sicuramente casuale e su quel versante collinare dovevano esservi numerose “vene” d’acqua che potevano essere facilmente sfruttabili.

Pianta del Popolo di San Regolo a Bucciano, anni 1580-1595
Carte dei Capitani di Parte Guelfa, c. 692
Rielaborazione schematica

Sicuramente una struttura pubblica di raccolta atta a garantire l’approvvigionamento idrico per la popolazione di Bucciano e dintorni doveva essere presente al 1831, quando gli abitanti chiesero interventi da parte dell’amministrazione comunale per restaurare la fonte e aumentarne la portata, anche se lavori più consistenti furono eseguiti nel 1860, quando realizzati i “loggi nel condotto per circa tre metri” (2). I problemi di approvvigionamento non furono affatto risolti, perché al problema relativo alla portata si affiancò il problema igienico: nel 1865 furono richiesti nuovi interventi per il risanamento della fonte, la cui acqua aveva propagato diverse malattie fra gli abitanti (3).

Fonte di Bucciano, lavatoi
Foto di Francesco Fiumalbi

I lavori di risanamento e di sostituzione delle condotte furono eseguiti dalla vicina fattoria di Sassolo (4) e portarono la portata la da 12 a 45 barili al giorno (5). Vista la spesa sostenuta, la Fattoria di Sassolo chiese un indennizzo all’amministrazione comunale; successivamente chiese ed ottenne, nel 1867, di poter usufruire dell’acqua della fonte di poter a condizione che l’acqua venisse sempre aperta al pubblico e nel caso di necessità di prolungamento delle condutture, di acconsentire alla servitù di passaggio nelle proprietà della Fattoria (6). Fu anche nominato un custode, Gaetano Parenti di Bucciano, col compito sorvegliare la struttura ed eseguire le opere di manutenzione che di volta in volta si sarebbero rese necessarie (7). Tuttavia nel 1892 la fonte era di nuovo in una condizione di degrado (8), tuttavia la non potabilità della fonte fu accertata solo nel 1898 a seguito della segnalazione da parte della popolazione (9). L’amministrazione comunale intervenne massicciamente e così fu demolito il lavatoio più piccolo, fu sistemata la pavimentazione circostante, l’ingresso fu chiuso e coperto, e furono restaurati l’abbeveratoio e i lavatoi più grandi tuttora esistenti (10).

Fonte di Bucciano
Foto di Francesco Fiumalbi

Ulteriori proteste da parte della popolazione e conseguenti restauri da parte dell’amministrazione comunale continuarono anche negli anni 1906 (11), 1910 (12), 1912 (13) e 1914 (14). La situazione deve essere continuata in questo modo ancora per diversi anni. Il problema dell’approvvigionamento idrico a Bucciano, nonostante vi fossero anche altri pozzi o gozzi privati (uno di proprietà della chiesa, uno di Carlo Taddei e un altro della famiglia Bertolli (15)), fu risolto soltanto nel secondo dopoguerra, con l’avvento dell’acquedotto pubblico e il consistente calo della popolazione, migrata verso i centri industriali.

Fonte di Bucciano
Foto di Francesco Fiumalbi

Per scoprire le altre fonti...



NOTE BIBLIOGRAFICHE:
(1) Archivio di Stato di Firenze, Carte dei Capitani di Parte Guelfa, c. 692.
(2) Archivio Storico del Comune di San Miniato (ASCSM), 3097, Delibera n. 164 del 12 novembre 1864, in Fiordispina Delio, Parentini Manuela, “Pozzi, fonti, cisterne e acquedotti”, FM Edizioni, San Miniato, 2010, pag. 64.
(3) ASCSM, F200 S040 UF03, in Fiordispina-Parentini, Op. Cit., pag. 64.
(4) ASCSM, F200 S040 UF03, Delibera del Consiglio Comunale n. 300 del 12 novembre 1864, in Fiordispina-Parentini, Op. Cit., pag. 64.
(5) ASCSM, F200 S040 UF03, Rapporto dell’Ing. Carlo Bachi, 19 agosto 1865, in Fiordispina-Parentini, Op. Cit., pag. 64.
(6) ASCSM, F200 S040 UF03, Delibera n. 50 del 12 agosto 1867 e Delibera n. 68 del 26 ottobre 1867, in Fiordispina-Parentini, Op. Cit., pag. 64.
(7) ASCSM, F200 S020 UF001, Delibera della Giunta Comunale n. 94 del 10 luglio 1867, in Fiordispina-Parentini, Op. Cit., pag. 65.
(8) ASCSM, F200 S040 UF28, Relazione dell’ingegnere del 31 marzo 1892, in Fiordispina-Parentini, Op. Cit., pag. 65.
(9) ASCSM, F200 S132 UF19, “Affari sfogati dal n. 51 al n. 100”, “Perizia n. 76 del 7 gennaio 1898”, in Fiordispina-Parentini, Op. Cit., pag. 65.
(10) ASCSM, F200 S020 UF012, Delibera Giunta Comunale n. 122 del 27 agosto 1898, in Fiordispina-Parentini, Op. Cit., pag. 65.
(11) ASCSM, F200 S132 UF21, “Affari sfogati dal n. 501 al n. 600”, “Rapporto n. 839 del 9 ottobre 1906, e Delibera della Giunta Comunale 13 ottobre 1906, in Fiordispina-Parentini, Op. Cit., pag. 65.
(12) ASCSM, F200 S132 UF22, “Atti sfogati dal n. 1101 al n. 1200”, Nota informativa n. 1171 del 23 giugno 1910, in Fiordispina-Parentini, Op. Cit., pag. 65.
(13) ASCSM, F200 S020 UF020, Delibera della Giunta Comunale n. 684 dell’11 settembre 1912, in Fiordispina-Parentini, Op. Cit., pag. 65.
(14) ASCSM, F200 S132 UF22, Delibere della Giunta Comunale n. 74 del 12 settembre 1914, n. 140 del 6 ottobre 1914 e n. 154 del 10 ottobre 1914, in Fiordispina-Parentini, Op. Cit., pag. 65.
(15) Ibidem.

domenica 2 ottobre 2011

IL CANTICO DI ROFFIA



Il “Cantico” che proponiamo in questo post, è una composizione redatta per celebrare l’avvenuta realizzazione di alcuni affreschi all’interno della chiesa parrocchiale di Roffia, dedicata a San Michele Arcangelo. Si tratta di un documento dattiloscritto, composto dall’allora parroco di Roffia Don Augusto Mannelli, che fece dono di una copia agli artisti che lavorarono nella chiesa. Il Cantico ci è stato segnalato da Annamaria Ciampini, figlia di Amerigo Ciampini, decoratore e pittore sanminiatese (1904-1999). Le note al componimento sono quelle originali.



Roffia, chiesa di San Michele Arcangelo
Foto di Francesco Fiumalbi

CANTICO

“Il rapito di Patmo Evangelista”
Vide l’alma Città scender dal Cielo
Di nuova sposa in adornata viata (1)
            Gerusalemme sotto cotal velo
E’ designata, l’incorrotta sposa
Per cui Crista avvampò di tanto selo
            Ogni dì che la vittima preziosa
Offrì, Lionello, e Dio “Signor, gli diei,
Il decor di tua casa, ove riposa
            La tua grandezza ho amato” (2). Esecutrici
Del tuo pensier le volte son del tempio,
Cui dipinsero or or mani felici.
            D’una gloriosa etade sull’esempio
Un gioiello d’ornato ci donasti,
Ché il merito col mio dire non adempio.
            A quei tempi di fede ci portasti
Che l’arte fino al Cielo sublimava
Co’ lineamenti suoi severi e casti;
            A quei tempi di fé che suscitava
Santa Maria del Fior, Tommaso e Dante,
Francesco, che a Dio il mondo riallacciava.
            Gloria rendesti a Dio, che di brillante
Luce orna il dì, la notte il ciel di stelle,
Di fiori il prato, il monte d’alte piante.
            A somiglianza d’este cose belle
Del tempio a onor gli Apostoli scegliesti
Su cui la rocca di Sionne eccelle.
            E con finezza d’arte ornar facesti
Il re degli strumenti e il suo sostegno
Linee intrecciando e armonie celesti.
            Il tempio decorato a qual più degno
Potevi dedicar che al Sacro Cuore,
Dolce arpa ed arte del divino ingegno?
            E potevi obliare (3) il più bel fiore
Del giardino di Dio, la nostra Madre,
Nostro Ausilio, e del Ciel fulgido amore?
            Fu d’uopo unir delle celesti squadre
Il Principe, del popolo forte scudo
Come lo fu del Verbo, il fu del Padre. (4)
            Ma è manco il verso mio se non accludo
Ciò cui mira il decoro della Chiesa,
di senso più elevato più ignudo.
            Tempio siam noi di Dio; gran lode è resa
All’alma in grazia e detta vien Regina (5),
Ond’è la deità d’amore accesa. (6)
            A dritta sta la Mestà divina (5),
Di vario ornato (7) e d’oro ha il vestimento (5);
Ma in cor la sua beltà più si raffina (7).
            Ecco la tua missione, ecco l’intento,
nobilissimo tuo, mirabil arte
di accender nuove stelle in firmamento (8).
            Duplice lode, Lionel, t’imparte
Il popolare e universale consenso (9)
Il premio eterno senza rammentarte.
            E il nostro omaggio a te si svolge intenso,
Amerigo Ciampini, che decoro
Desti alla chiesa così d’arte denso;
A te, Alessandro Bongi, che al sonoro
Strumento dando veste così belle
Degli angeli imitaste l’arpe d’oro.
Ambo al pensiero richiamaste quella
Patria celeste, ostel di pace eterna,
Ove Dio stesso di sua man suggella
Quanto di bel bel mondo si squaderna.


(1) Apocalisse XXI
(2) Salmo XXV
(3) di dedicare il Tempio a Maria, e a
(4) S. Michele Arcangelo, il titolare della Chiesa.
(5) Salmo XLIV, 11
(6) ivi 13
(7) ivi 15
(8) le anime salvate rifulgeranno in cielo come stelle.
(9) per la decorazione della Chiesa e per l’apostolato delle anime

D. AUGUSTO MANNELLI
Già Parroco di Roffia



Roffia, chiesa di San Michele Arcangelo
Foto di Francesco Fiumalbi


Di seguito riportiamo anche le parole di Augusto Mannelli in merito a questa composizione:

Quando
nel 1927
per cura del benemerito Sacerdote
Priore Don Lionello Benvenuti
per consenso di popolo
col plauso degli ammiratori
fu sullo stile del ‘300
decorata la Chiesa di Roffia
dai celebri artisti
Sanminiatesi
Amerigo Ciampini
Ed Alessandro Bongi



lunedì 26 settembre 2011

TOPONOMASTICA PONTAEGOLESE (seconda parte)


di Francesco Fiumalbi



Interventi correlati:




Come abbiamo ricordato anche nel post TOPONOMASTICA… PINOCCHINA la toponomastica è l’insieme dei nomi attribuiti alle entità geografiche ed il loro studio socio-linguistico (1).
Possiamo affermare che la toponomastica è un qualcosa di caratterizzante, un qualcosa che riesce a dare un significato oltre al valore strettamente fisico. I nomi dei luoghi sono una sorta di “indicatori” geografici, ovvero ci forniscono una serie di indicazioni che non sarebbero ricavabili altrimenti, anche perché, spesso, fanno riferimento a situazioni o a circostanze appartenenti a contesti storico-culturali del passato, che noi non abbiamo conosciuto.
Proponiamo questa interpretazione. Il territorio è costituito da tre parti: struttura, identità e significato. Tutte queste cose sono dipendenti reciprocamente. I toponimi associano significati alla struttura, andando a costituire l'identità propria di un territorio.


Oratorio dedicato alla Madonna dei Boschi
Cima di Costa, Ponte a Egola
Foto di Francesco Fiumalbi
Lungo i rilievi collinari occidentali, da Stibbio fino a “Cima di Costa” troviamo alcuni fitonimi. Abbiamo già incontrato il Podere “La Quercia”, situato all’intersezione fra via Stibbio e via Poggio ai Frati, nei pressi del serbatoio dell’acquedotto.
Nelle vicinanze troviamo anche l’oratorio dedicato alla Madonna dei Boschi, di cui abbiamo notizia nel 1808, costruito dalla famiglia Benedetti (1). Tuttavia, nella carta IGM dei primi del ‘900, troviamo il toponimo di “Madonna delle Grazie” (2) che nel “Catasto Leopoldino” era precedentemente segnato soltanto come “La Madonna”. Effettivamente, sul fregio dell’edicola che sovrasta l’altare dell’oratorio c’è scritto proprio MATER DIVINE GRATIE, quindi il riferimento alla Madonna delle Grazie sembrerebbe più corretto. Non conosciamo tuttavia l’origine di questo toponimo anche se una tradizione popolare parla di una apparizione della Vergine.
Vicino alla Madonna dei Boschi, troviamo il toponimo “Le Fornaci”, ed era effettivamente un’area attrezzata per la produzione dei laterizi, appartenente alla famiglia Marianelli (3), situata in un luogo caratterizzato da un terreno argilloso e in prossimità di riserve di legname da utilizzare per la combustione.
Spostandoci più a sud, ai piedi di Stibbio, troviamo il fitonimo di Farneto. La farnia è il tipo di quercia più diffuso in Europa (4) la cui presenza doveva essere piuttosto consistente in quella zona. L’area denominata Farneto si trova in un contesto morfologico di falso piano e, per questo motivo, qui è stata ipotizzata la localizzazione della chiesa di San Salvatore in Plagia (5), rammentata già nel 1260 nell’elenco delle suffraganee della Pieve di Fabbrica (6). In particolare con il termine “Plagia” o “piaggia” si deve intendere uno “spazio piano che scende dolcemente” (7), quindi perfettamente aderente alla situazione del posto. Inoltre il vicino Ossario di Sant’Espedito e il toponimo “La Canonica” lascia pensare ad una struttura ricettiva gestita da sacerdoti (8), situata lungo l’importante direttrice costituita dalla via Maremmana.

Piano sotto Farneto con l'Ossario di Sant’Espedito
Foto di Francesco Fiumalbi

Proprio nei pressi de La Canonica doveva trovarsi il guado sull’Egola, più o meno dove oggi c’è la pescaia, e che era anticamente controllato dal vicino castello di Leporaja che si trovava su un vicino rilievo collinare (9) e di cui ne parleremo approfonditamente in un apposito intervento. Più a Sud troviamo il curioso toponimo di “Calpetardo”, di cui si ignora il significato.
Attraversato il Torrente Egola, troviamo il mulino dei Ridolfi (che darà vita al nome di Molino d’Egola), dove alla fine del ‘700 lavorava la famiglia Matteucci che ne diventerà proprietaria (10).
Il mulino sorgeva nei pressi del fiume, lungo il percorso della strada di fondovalle che corre lungo la parte orientale della Valdegola. Spostandoci verso nord, presso l’attuale Molino d’Egola, nelle mappe del Catasto Generale Toscano, incontriamo il toponimo “Tignamica” che ricorda la presenza di una graminacea, la timiana, che riesce a nascere in luoghi molto sfavorevoli e contraddistinta da fiori di colore giallo e da un forte odore (11).

Molino d’Egola
Sulla dx il mulino dei Ridolfi, al centro “Calpetardo”, a sx la zona detta “Tignamica”
Foto di Francesco Fiumalbi

Nel piano vicino, sempre nel Catasto Generale della Toscana troviamo “Podere La Mota”, con evidente richiamo ad una particolare conformazione idrogeologica del terreno, e il toponimo di “Pieve Vecchia”. Qui, infatti, si trovava l’antichissima Pieve di San Saturnino in Fabbrica (12), che viene ricordata anche in via San Saturnino, la strada che corre al centro dell’abitato di Molino d’Egola. Lo stesso nome di “Fabbrica” è un toponimo abbastanza comune. Indica un luogo dove si svolgevano delle lavorazioni e per questo sembra essere connesso con l’antico villaggio altomedioevale che probabilmente tra origine da un più antico insediamento romano. Se qui doveva essere presente un villaggio, doveva esserci anche dell’acqua. Infatti, nel raggio di duecento metri troviamo la “Fonte del Lotti”, recentemente restaurata, la “Fonte del Greco” e il “Podere La Fonte” che conserva ancora oggi un grande pozzo lungo via Vecchia del Molino.

Fonte del Lotti, Molino d’Egola
Foto di Francesco Fiumalbi

Fonte del Greco, Molino d’Egola
Foto di Francesco Fiumalbi

Via Vecchia del Mulino, sulla sinistra
il pozzo-cisterna del Podere La Fonte
Foto di Francesco Fiumalbi

Precisiamo quanto abbiamo detto in “TOPONOMASTICA PONTAEGOLESE (prima parte)” relativamente alle “colmate” di Giuncheto. Si tratta di interventi che furono realizzati nella prima metà dell’800 (13).


Interventi correlati:

NOTE BIBLIOGRAFICHE
(1) Vallini Valerio, Storia di Ponte a Egola, Edizioni Ponte Blu, Santa Croce sull’Arno, 1990, pag. 39.
(2) Vallini, Op. Cit., pag. 51.
(3) Vallini, Op. Cit., pag. 39.
(5) Morelli Paolo, Pievi, castelli e comunità fra Medioevo ed età moderna nei dintorni di San Miniato, in Le Colline di San Miniato (Pisa), Suppl. n. 1 al Quaderno del Museo di Storia Naturale di Livorno n. 14, Consiglio Nazionale delle Ricerche, Prov. Pisa, 1995, pag. 86.
(6) P. Guidi, Tuscia Rationes decimarum Italiae, Roma, 1932; BPL, Ms. 135.
(7) Pianigiani Ottorni, Vocabolario Etimologico della lingua italiana, Roma, 1907.
(8) Stopani Renato, Guida ai percorsi della via Francigena in Toscana, Le Lettere, Firenze, 1995, pagg. 15-17.
(9) Vallini Valerio, Agostino Dani, Leporaja in Valdegola, Edizioni dell’Erba, Fucecchio, 1998.
(10) Vallini, Op. Cit., pag. 36.
(11) Pianigiani Ottorni, Op. Cit.
(12) Pianigiani Ottorni, Op. Cit.
(13) Regoli Ivo, Nanni Giancarlo e Pierulivo Monica (a cura di), L’Arno disegnato, Comune di San Miniato, 1996, pagg. 54-55.

domenica 18 settembre 2011

IL FORO DELLA CHIESA DELLA "CROCETTA"

di Francesco Fiumalbi

La piccola chiesa detta della “Crocetta” ha un foro. Si trova nel suo fronte principale, lungo via Giosuè Carducci, appena fuori della distrutta Porta di Ser Ridolfo, proprio davanti all’ex Monastero della SS. Annunziata, meglio conosciuto come “La Nunziatina”.
La chiesa della “Crocetta” fu costruita fra il 1660 e il 1668 dalla Compagnia dell’Annunziata (1). Tale “associazione laicale”, istituita probabilmente dopo la peste del 1348 (2), si era già adoperata per la costruzione della chiesa della SS. Annunziata a partire dal 1383. Nel 1522 la Compagnia donò l'edificio agli Eremitani di Lecceto osservanti la regola di Sant’Agostino, tuttavia mantenendo la propria sede in un oratorio adiacente alla chiesa. La situazione perdurò fino alle controversie degli inizi del XVII secolo, quando la Compagnia si staccò definitivamente dal convento costruendo l'edificio che ancora oggi fronteggia la Nunziatina, anch'esso dedicato alla SS. Annunziata (3). La Compagnia poi fu soppressa nel 1784 a seguito delle riformagioni Leopoldine (4).

La chiesa della Crocetta
Foto di Francesco Fiumalbi

La chiesa della Crocetta si affaccia, col fianco settentrionale, sull’attuale via Giosuè Carducci, dalla quale è possibile accedere all’interno attraverso due porte. Al centro del prospetto troviamo il nostro foro, praticato su una pietra abbastanza grande nelle dimensioni. Si tratta di un blocco di pietra serena, che essendo molto sensibile agli sbalzi di temperatura tende a “esfoliarsi”, cioè a perdere pezzi secondo piani paralleli, consumandosi sempre di più.
Molti di voi lo avranno certamente notato, ma in tantissimi si saranno fatti “distrarre” dalla lapide bianca, posta al di sopra, che cattura inevitabilmente l’attenzione del passante. Non è un elemento che risalta agli occhi. Va saputo cercare. A differenza degli altri elementi presenti in questa porzione di muro, come le due buche pontaie, i due paracarro in pietra, l’epigrafe e la cornice in mattoni disposti di taglio a sottolineare il piano di calpestio interno, il nostro “foro” non trova una spiegazione immediata, evidente.


Il “buco” della Crocetta
Foto di Francesco Fiumalbi


Notiamo che la pietra, seppur gravemente danneggiata, doveva ospitare un’iscrizione. Abbiamo rintracciato due frasi che, seppur leggermente diverse, indicano il medesimo significato. Probabilmente si tratta di una diversa traduzione dal latino all’italiano.

ELEMOSINE PER REDIMERE GLI STIAVI DAI TURCHI – 1664
Samuels (5)

ELEMOSINE PER LA REDENZIONE DEGLI STIAVI – 1644
Piombanti (6)

Secondo Rossano Nistri, il testo sarebbe stato un'altro ancora:
[ELEM]OSINE P. RISCATTAR / LI STIAVI DA' TURCHI

Non sappiamo quale sia corretta. Vista la costruzione della chiesa fra il 1660 e il 1668 sembrerebbe più plausibile la prima datazione, tuttavia non dobbiamo escludere che la pietra non sia un elemento di riuso e quindi precedentemente databile, anche perché nel 1641 avvenne qualcosa di interessante.
Per quale motivo si raccoglievano a San Miniato le elemosine per riscattare gli schiavi cristiani dai turchi musulmani?

Il “buco” della Crocetta
Foto di Francesco Fiumalbi

Il 9 febbraio 1641 i membri della Compagnia dell’Annunziata chiesero di entrare a far parte alla Compagnia del Riscatto di Roma per la liberazione degli schiavi dai “mori”. L’unione fu sancita l’11 aprile 1645, e da quel momento il nome variò in Compagnia del Riscatto (7).
Tale istituzione romana, faceva capo all’Ordine della Santissima Trinità che aveva come nome completo “Ordine della Santissima Trinità e redenzione degli schiavi” (8). Secondo la tradizione, infatti, il fondatore Giovanni De Matha, originario della Provenza, nel giorno della sua prima celebrazione della Santa Messa solenne, il 28 gennaio 1193, ebbe la visione di Cristo Redentore tra uno schiavo bianco e uno moro. Tale immagine fu riprodotta nel 1210 attraverso un mosaico cosmatesco, tutt’ora esistente, sul portale dell'antico convento di San Tommaso in Formis sul Celio a Roma (9).
I membri della nuova Compagnia del Riscatto sanminiatese, come i confratelli romani, erano riconoscibili da una cappa nera con cintura bianca, contraddistinta da una croce a due colori, rosso e celeste, sulla spalla bianca. Esattamente come i frati “trinitari”, chiamati, appunto, crocettini (10). Per questo motivo la chiesa della Compagnia prese il nome di “Crocetta”.


NOTE BIBLIOGRAFICHE:
(1) Piombanti Giuseppe, Guida storico-artistica della città di San Miniato al Tedesco, Tip. Ristori, San Miniato, 1894, ristampa anastatica in Bollettino dell’Accademia degli Euteleti, n. 44, 1975, San Miniato, pag. 71.
(2) Tognetti Livio, Il convento dei SS. Jacopo e Lucia di San Miniato nel racconto del primo libro della Cronaca, in Centi, Morelli, Tognetti, SS. Jacopo e Lucia: una chiesa, un convento. Contributi per la storia della presenza dei Domenicani in San Miniato, Accademia degli Euteleti, Palagini, San Miniato, 1995, pag. 140.
(3) Tognetti, Op. Cit., pagg. 142-143
(4) Piombanti, Op. Cit., pag. 71.
(5) Salmuels Olga, Due ore a San Miniato, Accademia Degli Euteleti, Palagini, San Miniato, 1987, pag. 6.
(6) Piombanti, Op. Cit., pag. 72.
(7) ASCSM, n. 443, Compagnia dell’Annunziata, Deliberazioni, in Tognetti, Op. Cit., pag. 143
(10) Piombanti, Op. Cit., pag. 72.

lunedì 5 settembre 2011

SAN GENESIO COME PONTIDA?


Anche quest’anno dal 9 all’11 settembre, presso l’area archeologica di San Genesio – Vico Wallari si svolge il raduno toscano del partito “Lega Nord”. La collocazione della manifestazione è stata scelta quale luogo simbolo di episodi documentati e avvenuti oltre 800 anni fa. Vale la pena ricordare che è consuetudine, del tutto trasversale da parte dei partiti politici, di avvalersi, più o meno legittimamente, di circostanze storiche. Il fine, come sempre, è quello di creare un substrato culturale che faccia da collante per la base elettorale.
Si precisa che in questo intervento non viene discussa la fondatezza o meno della manifestazione, bensì si prende a pretesto la stessa per parlare un po’ della nostra storia. Ogni giudizio di merito è rinviato al lettore.
Vista la complessità dell’argomento, pur riconoscendone la non esaustività in  questa sede, abbiamo convenuto suddividere il tema in tre parti.




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