domenica 9 ottobre 2011

LA FONTE DI BUCCIANO

di Francesco Fiumalbi

Lungo la strada che da La Serra conduce a Bucciano, a circa due terzi della salita verso l’antico castello passati i “Casotti di Sassolo”, incontriamo l’antica e monumentale costruzione della fonte di Bucciano. Si tratta di un imponente complesso idraulico realizzato in laterizi.

Fonte di Bucciano
Foto di Francesco Fiumalbi

Dal livello della strada, una rampa in pietra permette l’accesso verso il primo livello, dove è situato il lavatoio costituito da quattro vasche. Da qui, alcuni gradini in mattoni immettono al secondo livello dove è posizionata la cisterna, segnalata da un’apposita struttura loggiata coperta con volta a botte.

Planimetria della Fonte di Bucciano
Disegno di Francesco Fiumalbi

Sotto la loggia vi è lo sportello metallico comunicante con la cisterna vera e propria, internamente intonacata e coperta con una volta a botte. Poco distante si trova una cannella e un elemento metallico, una sorta di perno dove agganciare i recipienti da riempire con l’acqua. A differenza delle fonti intorno alla città di San Miniato, l’acqua deve essere molto meno dura, ovvero contenente meno sali, in particolare bicarbonato di calcio: non si registrano, infatti, i consistenti depositi calcarei che caratterizzano Fonti alle Fate, Fonti di Pancole o Fontidi San Carlo.
L’acqua arriva alla cisterna proveniente da un piccolo condotto che sbuca sulla parete destra della vasca. Da qui, a cascata, un tempo l’acqua andava a riempire i lavatoi e, successivamente, l’abbeveratoio che doveva essere lungo la strada, ma di cui oggi non ne rimane traccia.

Fonte di Bucciano
Foto di Francesco Fiumalbi

Non sappiamo a quale epoca risalga lo sfruttamento di questa sorgente. Il primo documento che attesta la presenza di una fonte è la Carta del Popolo di San Regolo a Bucciano della fine del ‘500 (1). In questo elaborato grafico, redatto dai Capitani di Parte Guelfa, è segnato un edificio in adiacenza a quella che ha tutta l’aria di essere una vasca. Al di sopra troviamo la dicitura “Fonte di Buciano”, che sembra appartenere a quello che verrà chiamato “Podere Acquabuona”. La struttura appare presente, nella collocazione attuale, nelle carte del Catasto del Granducato di Toscana (“Catasto Leopoldino”), e nelle vicinanze troviamo per la prima volta il già citato caseggiato denominato “Podere Acquabuona”. Il toponimo non è sicuramente casuale e su quel versante collinare dovevano esservi numerose “vene” d’acqua che potevano essere facilmente sfruttabili.

Pianta del Popolo di San Regolo a Bucciano, anni 1580-1595
Carte dei Capitani di Parte Guelfa, c. 692
Rielaborazione schematica

Sicuramente una struttura pubblica di raccolta atta a garantire l’approvvigionamento idrico per la popolazione di Bucciano e dintorni doveva essere presente al 1831, quando gli abitanti chiesero interventi da parte dell’amministrazione comunale per restaurare la fonte e aumentarne la portata, anche se lavori più consistenti furono eseguiti nel 1860, quando realizzati i “loggi nel condotto per circa tre metri” (2). I problemi di approvvigionamento non furono affatto risolti, perché al problema relativo alla portata si affiancò il problema igienico: nel 1865 furono richiesti nuovi interventi per il risanamento della fonte, la cui acqua aveva propagato diverse malattie fra gli abitanti (3).

Fonte di Bucciano, lavatoi
Foto di Francesco Fiumalbi

I lavori di risanamento e di sostituzione delle condotte furono eseguiti dalla vicina fattoria di Sassolo (4) e portarono la portata la da 12 a 45 barili al giorno (5). Vista la spesa sostenuta, la Fattoria di Sassolo chiese un indennizzo all’amministrazione comunale; successivamente chiese ed ottenne, nel 1867, di poter usufruire dell’acqua della fonte di poter a condizione che l’acqua venisse sempre aperta al pubblico e nel caso di necessità di prolungamento delle condutture, di acconsentire alla servitù di passaggio nelle proprietà della Fattoria (6). Fu anche nominato un custode, Gaetano Parenti di Bucciano, col compito sorvegliare la struttura ed eseguire le opere di manutenzione che di volta in volta si sarebbero rese necessarie (7). Tuttavia nel 1892 la fonte era di nuovo in una condizione di degrado (8), tuttavia la non potabilità della fonte fu accertata solo nel 1898 a seguito della segnalazione da parte della popolazione (9). L’amministrazione comunale intervenne massicciamente e così fu demolito il lavatoio più piccolo, fu sistemata la pavimentazione circostante, l’ingresso fu chiuso e coperto, e furono restaurati l’abbeveratoio e i lavatoi più grandi tuttora esistenti (10).

Fonte di Bucciano
Foto di Francesco Fiumalbi

Ulteriori proteste da parte della popolazione e conseguenti restauri da parte dell’amministrazione comunale continuarono anche negli anni 1906 (11), 1910 (12), 1912 (13) e 1914 (14). La situazione deve essere continuata in questo modo ancora per diversi anni. Il problema dell’approvvigionamento idrico a Bucciano, nonostante vi fossero anche altri pozzi o gozzi privati (uno di proprietà della chiesa, uno di Carlo Taddei e un altro della famiglia Bertolli (15)), fu risolto soltanto nel secondo dopoguerra, con l’avvento dell’acquedotto pubblico e il consistente calo della popolazione, migrata verso i centri industriali.

Fonte di Bucciano
Foto di Francesco Fiumalbi

Per scoprire le altre fonti...



NOTE BIBLIOGRAFICHE:
(1) Archivio di Stato di Firenze, Carte dei Capitani di Parte Guelfa, c. 692.
(2) Archivio Storico del Comune di San Miniato (ASCSM), 3097, Delibera n. 164 del 12 novembre 1864, in Fiordispina Delio, Parentini Manuela, “Pozzi, fonti, cisterne e acquedotti”, FM Edizioni, San Miniato, 2010, pag. 64.
(3) ASCSM, F200 S040 UF03, in Fiordispina-Parentini, Op. Cit., pag. 64.
(4) ASCSM, F200 S040 UF03, Delibera del Consiglio Comunale n. 300 del 12 novembre 1864, in Fiordispina-Parentini, Op. Cit., pag. 64.
(5) ASCSM, F200 S040 UF03, Rapporto dell’Ing. Carlo Bachi, 19 agosto 1865, in Fiordispina-Parentini, Op. Cit., pag. 64.
(6) ASCSM, F200 S040 UF03, Delibera n. 50 del 12 agosto 1867 e Delibera n. 68 del 26 ottobre 1867, in Fiordispina-Parentini, Op. Cit., pag. 64.
(7) ASCSM, F200 S020 UF001, Delibera della Giunta Comunale n. 94 del 10 luglio 1867, in Fiordispina-Parentini, Op. Cit., pag. 65.
(8) ASCSM, F200 S040 UF28, Relazione dell’ingegnere del 31 marzo 1892, in Fiordispina-Parentini, Op. Cit., pag. 65.
(9) ASCSM, F200 S132 UF19, “Affari sfogati dal n. 51 al n. 100”, “Perizia n. 76 del 7 gennaio 1898”, in Fiordispina-Parentini, Op. Cit., pag. 65.
(10) ASCSM, F200 S020 UF012, Delibera Giunta Comunale n. 122 del 27 agosto 1898, in Fiordispina-Parentini, Op. Cit., pag. 65.
(11) ASCSM, F200 S132 UF21, “Affari sfogati dal n. 501 al n. 600”, “Rapporto n. 839 del 9 ottobre 1906, e Delibera della Giunta Comunale 13 ottobre 1906, in Fiordispina-Parentini, Op. Cit., pag. 65.
(12) ASCSM, F200 S132 UF22, “Atti sfogati dal n. 1101 al n. 1200”, Nota informativa n. 1171 del 23 giugno 1910, in Fiordispina-Parentini, Op. Cit., pag. 65.
(13) ASCSM, F200 S020 UF020, Delibera della Giunta Comunale n. 684 dell’11 settembre 1912, in Fiordispina-Parentini, Op. Cit., pag. 65.
(14) ASCSM, F200 S132 UF22, Delibere della Giunta Comunale n. 74 del 12 settembre 1914, n. 140 del 6 ottobre 1914 e n. 154 del 10 ottobre 1914, in Fiordispina-Parentini, Op. Cit., pag. 65.
(15) Ibidem.

domenica 2 ottobre 2011

IL CANTICO DI ROFFIA



Il “Cantico” che proponiamo in questo post, è una composizione redatta per celebrare l’avvenuta realizzazione di alcuni affreschi all’interno della chiesa parrocchiale di Roffia, dedicata a San Michele Arcangelo. Si tratta di un documento dattiloscritto, composto dall’allora parroco di Roffia Don Augusto Mannelli, che fece dono di una copia agli artisti che lavorarono nella chiesa. Il Cantico ci è stato segnalato da Annamaria Ciampini, figlia di Amerigo Ciampini, decoratore e pittore sanminiatese (1904-1999). Le note al componimento sono quelle originali.



Roffia, chiesa di San Michele Arcangelo
Foto di Francesco Fiumalbi

CANTICO

“Il rapito di Patmo Evangelista”
Vide l’alma Città scender dal Cielo
Di nuova sposa in adornata viata (1)
            Gerusalemme sotto cotal velo
E’ designata, l’incorrotta sposa
Per cui Crista avvampò di tanto selo
            Ogni dì che la vittima preziosa
Offrì, Lionello, e Dio “Signor, gli diei,
Il decor di tua casa, ove riposa
            La tua grandezza ho amato” (2). Esecutrici
Del tuo pensier le volte son del tempio,
Cui dipinsero or or mani felici.
            D’una gloriosa etade sull’esempio
Un gioiello d’ornato ci donasti,
Ché il merito col mio dire non adempio.
            A quei tempi di fede ci portasti
Che l’arte fino al Cielo sublimava
Co’ lineamenti suoi severi e casti;
            A quei tempi di fé che suscitava
Santa Maria del Fior, Tommaso e Dante,
Francesco, che a Dio il mondo riallacciava.
            Gloria rendesti a Dio, che di brillante
Luce orna il dì, la notte il ciel di stelle,
Di fiori il prato, il monte d’alte piante.
            A somiglianza d’este cose belle
Del tempio a onor gli Apostoli scegliesti
Su cui la rocca di Sionne eccelle.
            E con finezza d’arte ornar facesti
Il re degli strumenti e il suo sostegno
Linee intrecciando e armonie celesti.
            Il tempio decorato a qual più degno
Potevi dedicar che al Sacro Cuore,
Dolce arpa ed arte del divino ingegno?
            E potevi obliare (3) il più bel fiore
Del giardino di Dio, la nostra Madre,
Nostro Ausilio, e del Ciel fulgido amore?
            Fu d’uopo unir delle celesti squadre
Il Principe, del popolo forte scudo
Come lo fu del Verbo, il fu del Padre. (4)
            Ma è manco il verso mio se non accludo
Ciò cui mira il decoro della Chiesa,
di senso più elevato più ignudo.
            Tempio siam noi di Dio; gran lode è resa
All’alma in grazia e detta vien Regina (5),
Ond’è la deità d’amore accesa. (6)
            A dritta sta la Mestà divina (5),
Di vario ornato (7) e d’oro ha il vestimento (5);
Ma in cor la sua beltà più si raffina (7).
            Ecco la tua missione, ecco l’intento,
nobilissimo tuo, mirabil arte
di accender nuove stelle in firmamento (8).
            Duplice lode, Lionel, t’imparte
Il popolare e universale consenso (9)
Il premio eterno senza rammentarte.
            E il nostro omaggio a te si svolge intenso,
Amerigo Ciampini, che decoro
Desti alla chiesa così d’arte denso;
A te, Alessandro Bongi, che al sonoro
Strumento dando veste così belle
Degli angeli imitaste l’arpe d’oro.
Ambo al pensiero richiamaste quella
Patria celeste, ostel di pace eterna,
Ove Dio stesso di sua man suggella
Quanto di bel bel mondo si squaderna.


(1) Apocalisse XXI
(2) Salmo XXV
(3) di dedicare il Tempio a Maria, e a
(4) S. Michele Arcangelo, il titolare della Chiesa.
(5) Salmo XLIV, 11
(6) ivi 13
(7) ivi 15
(8) le anime salvate rifulgeranno in cielo come stelle.
(9) per la decorazione della Chiesa e per l’apostolato delle anime

D. AUGUSTO MANNELLI
Già Parroco di Roffia



Roffia, chiesa di San Michele Arcangelo
Foto di Francesco Fiumalbi


Di seguito riportiamo anche le parole di Augusto Mannelli in merito a questa composizione:

Quando
nel 1927
per cura del benemerito Sacerdote
Priore Don Lionello Benvenuti
per consenso di popolo
col plauso degli ammiratori
fu sullo stile del ‘300
decorata la Chiesa di Roffia
dai celebri artisti
Sanminiatesi
Amerigo Ciampini
Ed Alessandro Bongi



lunedì 26 settembre 2011

TOPONOMASTICA PONTAEGOLESE (seconda parte)


di Francesco Fiumalbi



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Come abbiamo ricordato anche nel post TOPONOMASTICA… PINOCCHINA la toponomastica è l’insieme dei nomi attribuiti alle entità geografiche ed il loro studio socio-linguistico (1).
Possiamo affermare che la toponomastica è un qualcosa di caratterizzante, un qualcosa che riesce a dare un significato oltre al valore strettamente fisico. I nomi dei luoghi sono una sorta di “indicatori” geografici, ovvero ci forniscono una serie di indicazioni che non sarebbero ricavabili altrimenti, anche perché, spesso, fanno riferimento a situazioni o a circostanze appartenenti a contesti storico-culturali del passato, che noi non abbiamo conosciuto.
Proponiamo questa interpretazione. Il territorio è costituito da tre parti: struttura, identità e significato. Tutte queste cose sono dipendenti reciprocamente. I toponimi associano significati alla struttura, andando a costituire l'identità propria di un territorio.


Oratorio dedicato alla Madonna dei Boschi
Cima di Costa, Ponte a Egola
Foto di Francesco Fiumalbi
Lungo i rilievi collinari occidentali, da Stibbio fino a “Cima di Costa” troviamo alcuni fitonimi. Abbiamo già incontrato il Podere “La Quercia”, situato all’intersezione fra via Stibbio e via Poggio ai Frati, nei pressi del serbatoio dell’acquedotto.
Nelle vicinanze troviamo anche l’oratorio dedicato alla Madonna dei Boschi, di cui abbiamo notizia nel 1808, costruito dalla famiglia Benedetti (1). Tuttavia, nella carta IGM dei primi del ‘900, troviamo il toponimo di “Madonna delle Grazie” (2) che nel “Catasto Leopoldino” era precedentemente segnato soltanto come “La Madonna”. Effettivamente, sul fregio dell’edicola che sovrasta l’altare dell’oratorio c’è scritto proprio MATER DIVINE GRATIE, quindi il riferimento alla Madonna delle Grazie sembrerebbe più corretto. Non conosciamo tuttavia l’origine di questo toponimo anche se una tradizione popolare parla di una apparizione della Vergine.
Vicino alla Madonna dei Boschi, troviamo il toponimo “Le Fornaci”, ed era effettivamente un’area attrezzata per la produzione dei laterizi, appartenente alla famiglia Marianelli (3), situata in un luogo caratterizzato da un terreno argilloso e in prossimità di riserve di legname da utilizzare per la combustione.
Spostandoci più a sud, ai piedi di Stibbio, troviamo il fitonimo di Farneto. La farnia è il tipo di quercia più diffuso in Europa (4) la cui presenza doveva essere piuttosto consistente in quella zona. L’area denominata Farneto si trova in un contesto morfologico di falso piano e, per questo motivo, qui è stata ipotizzata la localizzazione della chiesa di San Salvatore in Plagia (5), rammentata già nel 1260 nell’elenco delle suffraganee della Pieve di Fabbrica (6). In particolare con il termine “Plagia” o “piaggia” si deve intendere uno “spazio piano che scende dolcemente” (7), quindi perfettamente aderente alla situazione del posto. Inoltre il vicino Ossario di Sant’Espedito e il toponimo “La Canonica” lascia pensare ad una struttura ricettiva gestita da sacerdoti (8), situata lungo l’importante direttrice costituita dalla via Maremmana.

Piano sotto Farneto con l'Ossario di Sant’Espedito
Foto di Francesco Fiumalbi

Proprio nei pressi de La Canonica doveva trovarsi il guado sull’Egola, più o meno dove oggi c’è la pescaia, e che era anticamente controllato dal vicino castello di Leporaja che si trovava su un vicino rilievo collinare (9) e di cui ne parleremo approfonditamente in un apposito intervento. Più a Sud troviamo il curioso toponimo di “Calpetardo”, di cui si ignora il significato.
Attraversato il Torrente Egola, troviamo il mulino dei Ridolfi (che darà vita al nome di Molino d’Egola), dove alla fine del ‘700 lavorava la famiglia Matteucci che ne diventerà proprietaria (10).
Il mulino sorgeva nei pressi del fiume, lungo il percorso della strada di fondovalle che corre lungo la parte orientale della Valdegola. Spostandoci verso nord, presso l’attuale Molino d’Egola, nelle mappe del Catasto Generale Toscano, incontriamo il toponimo “Tignamica” che ricorda la presenza di una graminacea, la timiana, che riesce a nascere in luoghi molto sfavorevoli e contraddistinta da fiori di colore giallo e da un forte odore (11).

Molino d’Egola
Sulla dx il mulino dei Ridolfi, al centro “Calpetardo”, a sx la zona detta “Tignamica”
Foto di Francesco Fiumalbi

Nel piano vicino, sempre nel Catasto Generale della Toscana troviamo “Podere La Mota”, con evidente richiamo ad una particolare conformazione idrogeologica del terreno, e il toponimo di “Pieve Vecchia”. Qui, infatti, si trovava l’antichissima Pieve di San Saturnino in Fabbrica (12), che viene ricordata anche in via San Saturnino, la strada che corre al centro dell’abitato di Molino d’Egola. Lo stesso nome di “Fabbrica” è un toponimo abbastanza comune. Indica un luogo dove si svolgevano delle lavorazioni e per questo sembra essere connesso con l’antico villaggio altomedioevale che probabilmente tra origine da un più antico insediamento romano. Se qui doveva essere presente un villaggio, doveva esserci anche dell’acqua. Infatti, nel raggio di duecento metri troviamo la “Fonte del Lotti”, recentemente restaurata, la “Fonte del Greco” e il “Podere La Fonte” che conserva ancora oggi un grande pozzo lungo via Vecchia del Molino.

Fonte del Lotti, Molino d’Egola
Foto di Francesco Fiumalbi

Fonte del Greco, Molino d’Egola
Foto di Francesco Fiumalbi

Via Vecchia del Mulino, sulla sinistra
il pozzo-cisterna del Podere La Fonte
Foto di Francesco Fiumalbi

Precisiamo quanto abbiamo detto in “TOPONOMASTICA PONTAEGOLESE (prima parte)” relativamente alle “colmate” di Giuncheto. Si tratta di interventi che furono realizzati nella prima metà dell’800 (13).


Interventi correlati:

NOTE BIBLIOGRAFICHE
(1) Vallini Valerio, Storia di Ponte a Egola, Edizioni Ponte Blu, Santa Croce sull’Arno, 1990, pag. 39.
(2) Vallini, Op. Cit., pag. 51.
(3) Vallini, Op. Cit., pag. 39.
(5) Morelli Paolo, Pievi, castelli e comunità fra Medioevo ed età moderna nei dintorni di San Miniato, in Le Colline di San Miniato (Pisa), Suppl. n. 1 al Quaderno del Museo di Storia Naturale di Livorno n. 14, Consiglio Nazionale delle Ricerche, Prov. Pisa, 1995, pag. 86.
(6) P. Guidi, Tuscia Rationes decimarum Italiae, Roma, 1932; BPL, Ms. 135.
(7) Pianigiani Ottorni, Vocabolario Etimologico della lingua italiana, Roma, 1907.
(8) Stopani Renato, Guida ai percorsi della via Francigena in Toscana, Le Lettere, Firenze, 1995, pagg. 15-17.
(9) Vallini Valerio, Agostino Dani, Leporaja in Valdegola, Edizioni dell’Erba, Fucecchio, 1998.
(10) Vallini, Op. Cit., pag. 36.
(11) Pianigiani Ottorni, Op. Cit.
(12) Pianigiani Ottorni, Op. Cit.
(13) Regoli Ivo, Nanni Giancarlo e Pierulivo Monica (a cura di), L’Arno disegnato, Comune di San Miniato, 1996, pagg. 54-55.

domenica 18 settembre 2011

IL FORO DELLA CHIESA DELLA "CROCETTA"

di Francesco Fiumalbi

La piccola chiesa detta della “Crocetta” ha un foro. Si trova nel suo fronte principale, lungo via Giosuè Carducci, appena fuori della distrutta Porta di Ser Ridolfo, proprio davanti all’ex Monastero della SS. Annunziata, meglio conosciuto come “La Nunziatina”.
La chiesa della “Crocetta” fu costruita fra il 1660 e il 1668 dalla Compagnia dell’Annunziata (1). Tale “associazione laicale”, istituita probabilmente dopo la peste del 1348 (2), si era già adoperata per la costruzione della chiesa della SS. Annunziata a partire dal 1383. Nel 1522 la Compagnia donò l'edificio agli Eremitani di Lecceto osservanti la regola di Sant’Agostino, tuttavia mantenendo la propria sede in un oratorio adiacente alla chiesa. La situazione perdurò fino alle controversie degli inizi del XVII secolo, quando la Compagnia si staccò definitivamente dal convento costruendo l'edificio che ancora oggi fronteggia la Nunziatina, anch'esso dedicato alla SS. Annunziata (3). La Compagnia poi fu soppressa nel 1784 a seguito delle riformagioni Leopoldine (4).

La chiesa della Crocetta
Foto di Francesco Fiumalbi

La chiesa della Crocetta si affaccia, col fianco settentrionale, sull’attuale via Giosuè Carducci, dalla quale è possibile accedere all’interno attraverso due porte. Al centro del prospetto troviamo il nostro foro, praticato su una pietra abbastanza grande nelle dimensioni. Si tratta di un blocco di pietra serena, che essendo molto sensibile agli sbalzi di temperatura tende a “esfoliarsi”, cioè a perdere pezzi secondo piani paralleli, consumandosi sempre di più.
Molti di voi lo avranno certamente notato, ma in tantissimi si saranno fatti “distrarre” dalla lapide bianca, posta al di sopra, che cattura inevitabilmente l’attenzione del passante. Non è un elemento che risalta agli occhi. Va saputo cercare. A differenza degli altri elementi presenti in questa porzione di muro, come le due buche pontaie, i due paracarro in pietra, l’epigrafe e la cornice in mattoni disposti di taglio a sottolineare il piano di calpestio interno, il nostro “foro” non trova una spiegazione immediata, evidente.


Il “buco” della Crocetta
Foto di Francesco Fiumalbi


Notiamo che la pietra, seppur gravemente danneggiata, doveva ospitare un’iscrizione. Abbiamo rintracciato due frasi che, seppur leggermente diverse, indicano il medesimo significato. Probabilmente si tratta di una diversa traduzione dal latino all’italiano.

ELEMOSINE PER REDIMERE GLI STIAVI DAI TURCHI – 1664
Samuels (5)

ELEMOSINE PER LA REDENZIONE DEGLI STIAVI – 1644
Piombanti (6)

Secondo Rossano Nistri, il testo sarebbe stato un'altro ancora:
[ELEM]OSINE P. RISCATTAR / LI STIAVI DA' TURCHI

Non sappiamo quale sia corretta. Vista la costruzione della chiesa fra il 1660 e il 1668 sembrerebbe più plausibile la prima datazione, tuttavia non dobbiamo escludere che la pietra non sia un elemento di riuso e quindi precedentemente databile, anche perché nel 1641 avvenne qualcosa di interessante.
Per quale motivo si raccoglievano a San Miniato le elemosine per riscattare gli schiavi cristiani dai turchi musulmani?

Il “buco” della Crocetta
Foto di Francesco Fiumalbi

Il 9 febbraio 1641 i membri della Compagnia dell’Annunziata chiesero di entrare a far parte alla Compagnia del Riscatto di Roma per la liberazione degli schiavi dai “mori”. L’unione fu sancita l’11 aprile 1645, e da quel momento il nome variò in Compagnia del Riscatto (7).
Tale istituzione romana, faceva capo all’Ordine della Santissima Trinità che aveva come nome completo “Ordine della Santissima Trinità e redenzione degli schiavi” (8). Secondo la tradizione, infatti, il fondatore Giovanni De Matha, originario della Provenza, nel giorno della sua prima celebrazione della Santa Messa solenne, il 28 gennaio 1193, ebbe la visione di Cristo Redentore tra uno schiavo bianco e uno moro. Tale immagine fu riprodotta nel 1210 attraverso un mosaico cosmatesco, tutt’ora esistente, sul portale dell'antico convento di San Tommaso in Formis sul Celio a Roma (9).
I membri della nuova Compagnia del Riscatto sanminiatese, come i confratelli romani, erano riconoscibili da una cappa nera con cintura bianca, contraddistinta da una croce a due colori, rosso e celeste, sulla spalla bianca. Esattamente come i frati “trinitari”, chiamati, appunto, crocettini (10). Per questo motivo la chiesa della Compagnia prese il nome di “Crocetta”.


NOTE BIBLIOGRAFICHE:
(1) Piombanti Giuseppe, Guida storico-artistica della città di San Miniato al Tedesco, Tip. Ristori, San Miniato, 1894, ristampa anastatica in Bollettino dell’Accademia degli Euteleti, n. 44, 1975, San Miniato, pag. 71.
(2) Tognetti Livio, Il convento dei SS. Jacopo e Lucia di San Miniato nel racconto del primo libro della Cronaca, in Centi, Morelli, Tognetti, SS. Jacopo e Lucia: una chiesa, un convento. Contributi per la storia della presenza dei Domenicani in San Miniato, Accademia degli Euteleti, Palagini, San Miniato, 1995, pag. 140.
(3) Tognetti, Op. Cit., pagg. 142-143
(4) Piombanti, Op. Cit., pag. 71.
(5) Salmuels Olga, Due ore a San Miniato, Accademia Degli Euteleti, Palagini, San Miniato, 1987, pag. 6.
(6) Piombanti, Op. Cit., pag. 72.
(7) ASCSM, n. 443, Compagnia dell’Annunziata, Deliberazioni, in Tognetti, Op. Cit., pag. 143
(10) Piombanti, Op. Cit., pag. 72.

lunedì 5 settembre 2011

SAN GENESIO COME PONTIDA?


Anche quest’anno dal 9 all’11 settembre, presso l’area archeologica di San Genesio – Vico Wallari si svolge il raduno toscano del partito “Lega Nord”. La collocazione della manifestazione è stata scelta quale luogo simbolo di episodi documentati e avvenuti oltre 800 anni fa. Vale la pena ricordare che è consuetudine, del tutto trasversale da parte dei partiti politici, di avvalersi, più o meno legittimamente, di circostanze storiche. Il fine, come sempre, è quello di creare un substrato culturale che faccia da collante per la base elettorale.
Si precisa che in questo intervento non viene discussa la fondatezza o meno della manifestazione, bensì si prende a pretesto la stessa per parlare un po’ della nostra storia. Ogni giudizio di merito è rinviato al lettore.
Vista la complessità dell’argomento, pur riconoscendone la non esaustività in  questa sede, abbiamo convenuto suddividere il tema in tre parti.




IL CONTESTO SANMINIATESE DEL XII SECOLO


di Francesco Fiumalbi
Nel XII secolo, il Medio Valdarno Inferiore era una terra di confine, equidistante da tutti i maggiori centri urbani della Toscana. La pianura, organizzata per la produzione cerealicola, era completamente sgombra da tutti i centri che oggi la contraddistinguono: Santa Croce e Castelfranco di Sotto dovevano ancora essere fondati (1), San Miniato Basso, Ponte a Egola e La Scala non esistevano proprio. Un nucleo abitato, il distrutto borgo di Santa Flora, doveva trovarsi sulla sponda empolese dell’Elsa (2). Fucecchio era un castelletto fondato dai Cadolingi di Pistoia e che ben presto entrò sotto il controllo della Diocesi di Lucca (3) (4). Vi era poi il borgo di Fabbrica ai piedi di Cigoli, raccolto attorno alla Pieve di San Saturnino. Altri villaggi dovevano trovarsi sulle rive dell’Arno come Sant’Andrea in Saturno e San Vito nei pressi dell’odierna Santa Croce, Agutano e Soffiano fra le odierne San Pierino e Ontraino.
La situazione del Medio Valdarno Inferiore era come una torta suddivisa in tante fette: a Nord la Diocesi di Lucca, a Est il contado fiorentino con Empoli che si sottometteva a Firenze nel 1182 (5), a sud la Diocesi di Volterra (6), a ovest la Repubblica Pisana (7). Al centro, il territorio sanminiatese costellato da tante piccole case-forti sparse e controllate dalle famiglie legate alla proprietà terriera, in continuità con i preesistenti pagi (di origine romana, se non etrusca) (8). Non mancavano neppure possedimenti di importanti famiglie marchionali, come i Gherardeschi, i quali nella prima metà dell'XII secolo controllavano i castelli di Vetrugnano (vicino all'odierna Montebicchieri), Pratiglione  e Cumulo (entrambi in val di Chiecina), Collegalli, Barbialla e Scopeto (nei pressi dell'attuale Balconevisi) (9)
Vi erano poi due insediamenti di una certa rilevanza: Vico Wallari e San Miniato.


San Miniato, vista panoramica da Cigoli
Foto di Francesco Fiumalbi

Vico Wallari era un abitato di origine romana, probabilmente costruito attorno ad una villa, o mansio, di epoca tardo repubblicana, verosimilmente sviluppatasi lungo la direttrice viaria Pisa-Firenze, la via Quinctia, inaugurata intorno al 123 a.C. (10).  L’abitato medioevale, sviluppatosi a partire dall’VI secolo sotto la giurisdizione ecclesiastica lucchese (11), raggiunse la massima espansione proprio a cavallo fra l’XII e il XIII secolo, quando oltre a divenire luogo di importanti diete ed incontri diplomatici, ricevette importanti privilegi come quello di Celestino III, datato 24 aprile 1194. Con questa bolla papale veniva riconosciuta una relativa autonomia all’interno del tessuto ecclesiale lucchese nel Valdarno (12), prima della sua definitiva distruzione, da parte dei sanminiatesi, avvenuta nel 1248 (13).

La Cappella di San Genesio
Fu fatta costruire in memoria dell’antico borgo dal
Vescovo di San Miniato Mons. Torello Pierazzi nel 1841
Foto di Francesco Fiumalbi

Il colle di San Miniato era un possedimento della Diocesi di Lucca, controllato attraverso la vicina Pieve di San Genesio. A partire dal X secolo era stato ceduto con contratto di livello a vari cittadini lucchesi facenti parte della clientela episcopale dei Lambardi (14). La svolta avvenne alla metà dell’XI secolo, quando Enrico III, in funzione anticanossiana, volle creare un proprio centro di controllo in posizione strategica ed equidistante dalle maggiori città toscane (15). Bonifacio III di Canossa, padre della celebre Matilde, controllava per conto del Sacro Romano Impero, la Marca della Tuscia. Salito al trono Enrico III gli si oppose, forse persuaso dalla moglie Beatrice di Lotaringia, cugina di Enrico, che rivendicava diritti sulla Lorena (16). Già tra il 1054 e il 1056, sotto Enrico IV, si trovava stabilmente a San Miniato un vicario imperiale (17).
Il castello imperiale di San Miniato accrebbe di importanza durante l’XI e il XII secolo tanto che divenne sede del Tribunale di Suprema Istanza Regia e, Eberhard di Amern, Legato per conto di Federico I Barbarossa, vi stabilì il punto di raccolta dei tributi dovuti all’Imperatore dalla Toscana e, a partire dal 1163, dal Ducato di Spoleto (18). San Miniato, tuttavia, era costituito da due anime: da una parte il nucleo fortificato imperiale, e dall’altra il centro abitato che era andato formandosi negli anni ai margini del castello. I vicari non mantenevano una presenza costante a San Miniato, lasciando spazi di autonomia per una gestione locale che si concretizzeranno più avanti con l’istituzione comunale (19).

San Miniato, vista panoramica da Scacciapuce
Foto di Francesco Fiumalbi


NOTE BIBLIOGRAFICHE
(1) Onori Alberto Maria, La Vicarìa Lucchese della Valdarno, in Malvolti e Pinto (a cura di), Il Valdarno inferiore terra di confine nel Medioevo (Secoli XI – XV), Olschki Editore, Firenze, 2008, pagg. 204 e segg.
(2) G. Lastraioli, Un paese scomparso: il Borgo di Santa Fiora, Bullettino Storico Empolese, 1958/1
(3) Malvolti Alberto e Vanni Desideri Andrea, La Strada Romea e la viabilità fucecchiese nel Medioevo, Comune di Fucecchio, Ed. dell’Erba, Fucecchio, 1995, pagg. 5-8.
(4) Morelli Paolo, Signorie ecclesiastiche e laiche nel Valdarno Lucchese fra X e XIII secolo, in Malvolti e Pinto (a cura di), Il Valdarno inferiore terra di confine nel Medioevo (Secoli XI – XV), Olschki Editore, Firenze, 2008, pagg. 289 e 290.
(5) http://cronologia.leonardo.it/cronofi4.htm
(6) Mori Silvano, L’incastellamento di Castelnuovo: alle origini di un centro minore della Valdelsa volterrana, tra appunti di storia e suggestioni agiografiche, in Miscellanea Storica della Valdelsa, anno CX, Castelfiorentino, 2004, pag. 8.
(7) Ceccarelli Lemut Maria Luisa, Giurisdizioni signorili ecclesiastiche e inquadramenti territoriali, in Malvolti e Pinto (a cura di), Il Valdarno inferiore terra di confine nel Medioevo (Secoli XI – XV), Olschki Editore, Firenze, 2008, pagg. 23-41.
(8) Mori, Op. Cit.
(9) Salvestrini Francesco, Castelli e inquadramento politico del territorio in bassa Valdelsa durante i secoli XI-XIII. L'area fra Montaione e San Miniato al Tedesco, in Miscellanea Storica della Valdelsa, anno CIV, fasc. 1, n. 279, Castelfiorentino, 1998, p. 63. Si veda anche Ceccarelli Lemut, I conti Gherardeschi, in AA.VV., I ceti dirigenti in Toscana nell'età precomunale, Atti del Convegno di Studi, Firenze 2 dicembre 1978, Pacini Editore, Pisa, 1981, pp. 180-182 ed anche p. 189 e la carta conclusiva.
(10) Salvestrini Francesco, San Genesio. La comunità e la pieve fra il VI e il XIII secolo, in Cantini e Salvestrini, Vico Wallari – San Genesio. Ricerca storica e indagini archeologiche su una comunità del Medio Valdarno Inferiore fra alto e pieno Medioevo, Firenze University Press, Firenze, 2010, pagg. 29-30.
(11) Cantini Federico, La chiesa e il borgo di San Genesio: primi risultati dello scavo di una grande pieve della Toscana altomedioevale (campagne 2001-2007), in Campana, Felici, Francovich, Gabbrielli, Chiese e insediamenti nei secoli di formazione dei paesaggi medievali della Toscana (V-X secolo), Atti del Seminario, San Giovanni d’Asso, Firenze, 2008, pp. 65-94.
(12) Salvestrini Francesco, San Genesio. La comunità e la pieve fra il VI e il XIII secolo, in Cantini e Salvestrini, Vico Wallari – San Genesio. Ricerca storica e indagini archeologiche su una comunità del Medio Valdarno Inferiore fra alto e pieno Medioevo, Firenze University Press, Firenze, 2010, pagg. 54-56.
(13) Davidsohn Robert, Storia di Firenze, Sansoni, Firenze, Tomo II, pagg. 474-475, in Coturri Enrico, San Miniato nella “Storia di Firenze” di Robert Davidsohn, in Bollettino dell’Accademia degli Euteleti, n. 45, 1976, pag. 10.
(14) Salvestrini Francesco, Castelli e inquadramento..., pag. 60.
(15) Salvestrini, Castelli e inquadramento..., pag. 71.
(17) Bonincontrii Laurentrii, Historia Sicula, in Lami Giovanni, Deliciae eruditorium seu veterum anekdoton opusculorum collectanea, IV, Firenze, 1739, pag. 25.
(18) Davidsohn R., Op. Cit. Tomo I, pagg. 720-721 e 903, in Coturri, San Miniato nella “Storia di Firenze” di Robert Davidsohn, in Bollettino dell’Accademia degli Euteleti, n. 45, 1976, pag. 10.
(19) Salvestrini Francesco, Castelli e inquadramento..., pag. 73.
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